L'ULTIMA PARTITA DI EUDY SIMELANE CONTRO L'OMOFOBIA

di  Francesca Marretta (Liberazione, 6 giugno 2010)

Eudy Simelane sognava di essere la prima donna ad arbitrare una partita della Coppa del mondo in Sudafrica. Era stata una delle prime donne di quel paese a prendere la qualifica di direttore di gara. Il calcio era la sua ragione di vita. E forse anche di morte. Il suo ruolo di capitano della nazionale femminile, "Banyana Banyana", l'aveva resa la star di un sport
tradizionalmente maschile. Il mondiale che attrae miliardi in sponsorship e diritti televisivi, lo giocano gli uomini.
Eudy il calcio ce l'aveva nel sangue. A Soweto, dove era nata nel 1977, ricordano che all'età di cinque anni, calciava già una palla che finiva per sgonfiarsi, facendola arrabbiare e correre, in lacrime, dalla mamma. Ragazzina, tirava calci al pallone nelle strade polverose, in mezzo alle case modeste tra le quali era cresciuta, giocando insieme ai ragazzi. Era entrata nel "Banyana Banyana" a 21 anni. Prima aveva giocato nelle "Springs Home Sweepers". L'ultima squadra per cui aveva segnato goal era stato il "Tsakane Ladies".
Sul campo come nella vita, Eudy era una fuoriclasse. Oltre che un'icona dello sport femminile, questa donna di un metro e settantacinque con i capelli corti tinti di biondo, era un simbolo del movimento gay in Sudafrica. Ma si dava da fare anche come volontaria aiutando gli handicappati. All'età di 31 anni, aveva deciso di trovare un lavoro vero e proprio, specializzandosi nel settore farmaceutico. Intanto i campi di calcio le avevano dato quella notorietà che usava per venire allo scoperto come paladina dei diritti gay. Famosa, giovane, donna e gay. Un biglietto da visita accettato nei quartieri ricchi di Cape Town, ma non nelle Township, dove la violenza, sopratutto quella contro le donne, conquista primati
mondiali. In Sudafrica sono denunciati alla polizia almeno 50mila stupri l'anno. Ma le vittime che denunciano sono un'esigua minoranza. Si stima infatti che la cifra reale ammonti a 450mila.
Eudy Simelane era orgogliosamente lesbica. In Africa, farsi portavoce dell'orgoglio gay equivale ad essere attivisti per i diritti umani. L'omosessualità è reato in almeno 37 paesi del continente. Ma non in Sudafrica, dove dal 2005 sono invece consentiti matrimoni tra persone dello stesso sesso.
La legge, nel paese del mondiale, non criminalizza i gay. Lo fa il popolo delle Township. Venivano dagli slum di Johannesburg gli assassini e stupratori di Eudy Simelane. La notte del 28 aprile 2008 Eudy uscì dalla taverna di Twa Kema, alle porte di "Jo-burg" dove aveva passato la serata. A duecento metri da casa avrebbe incontrato i suoi aguzzini. La violentarono in gruppo. Poi la uccisero brutalmente con 25 coltellate al volto, al torace e alle gambe. La corsa di Eudy si fermava su un prato diverso da quello dei campi di calcio. Il giorno successivo all'omicidio, uno dei suoi assalitori Themba Mvubu indossava le "takkies", le scarpe sportive bianche e nere di Eudy. La lampo dei pantaloni dell'uomo era macchiata del sangue della donna.
Quando è stato condannato, Mvubu ha dichiarato ai giornalisti, mentre veniva portato via: «I am not sorry». La giovane calciatrice non è stata la sola ad essere uccisa dopo una violenza di gruppo. Almeno altre trenta lesbiche sono state assassinate in modo simile in Sudafrica negli ultimi dieci anni. Le cifre relative alle donne gay vittime di stupro, che almeno salvano la pelle, è altissimo e sconosciuto, dato che, nella maggior parte dei casi, non c'è denuncia.
Secondo il rapporto "Crimini d'odio: la crescita dello "stupro correttivo" in Sudafrica" pubblicato dalla Ong Action Aid nel 2009: «Solo a Johannesburg almeno 10 lesbiche subiscono ogni settimana aggressioni di questo tipo e il
numero reale è probabilmente molto più alto».
Lo stupro "rieducativo", perpetrato talvolta anche da membri della famiglia o amici della vittima, trova ragione nel fatto che per molti africani l'omossessualità è una malattia, una sorta di virus. Altra credenza è che i gay siano una sorta di setta che cerca di convertire gli eterossessuali. Il problema delle violenze sessuali in Sudafrica ha poi rilevanza riespetto al fatto che si tratta del paese con il più alto tasso di diffusione dell'Hiv al mondo. Le violenze sessuali, infine, dilagano anche a causa della quasi certezza dell'impunità. Se gli assassini di Eudy Simelane, giovani tra i 18 e i 25 anni, sono stati arrestati e condannati, solo un violentatore su cinque finisce davanti a un tribunale sudafricano, dove appena il 4% dei processi si conclude con una condanna.
Se uno studio condotto nella provincia di Eastern Cape dal sudafricano Medical Research Council l'anno scorso, ha stabilito che il 25% dei maschi sudafricani ha stuprato, un'inchiesta condotta l'anno scorso a Johannesburg e Città del Capo dal quotidiano britannico The Guardian, le lesbiche sudafricane vivono nella paura, affermando di sentirsi minacciate ogni
giorno. Tuttavia, il giudice del processo per l'omicidio di Eudy Simelane, tenutosi a Delmas, nella provincia del Mpumalanga, ha stabilito che «l'orientamento sessuale della vittima» non aveva «rilevanza nel caso». Non la pensano allo stesso modo le organizzazioni per la difresa dei diritti gay e delle donne. E dire che il Sudafrica è considerato, per la propria storia
recente, un paese emblema della lotta per l'affermazione dei diritti.
Il Sudafrica che Nelson Mandela aveva in mente era «Uno stato non razzista, uno stato non sessista». "Madiba", che sognava la Nazione Arcobaleno, non avrebbe escluso i gay dalla tutela dei diritti. E ciò accadeva a metà degli anni '90. Oggi, uno dei governi amici dell'attuale presidente sudafricano, Jacob Zuma, quello dello Zimbabwe, ha invece respinto la richiesta di riconoscere i diritti degli omosessuali nella nuova costituzione del paese. Il mondiale sudafricano apre i battenti tra pochi giorni. Ma nessuno dei nuovi e costosi stadi inaugurati per l'occasione porta il nome di Eudy Simelane. Eppure era un emblema del calcio e dei diritti umani. Ma era nata donna ed era lesbica. In Africa, figlia di un Dio minore.
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