CONGO, NELL'INFERNO DELLE DONNE STUPRATE

di Pietro Del Re (Il Venerdì, 15 ottobre 2010)

Bambine violentate, giovani e anziane schiavizzate da reparti militari…Dilaniato dagli scontri, il Paese sprofonda nell’orrore. L’unica speranza, per le sopravvissute, è un’ospedale. Che offre, oltre alle cure, una nuova chance.

Bukavu (Congo). Tra le tante testimonianze di orrori e supplizi, spicca quella di Pascaline, dodici anni, violentata quattro mesi fa da sette soldati, l’ultimo dei quali, dopo aver abusato di lei, le ha sparato: il proiettile le ha spezzato il bacino e creato gravi lacerazioni all’apparato genitale, al retto e ai glutei. “Sono stata operata sei volte, ora sto un po’ meglio” dice Pascaline che, rincattucciata nel suo letto, sembra ancora pià piccola della sua età.
La incontriamo all’ospedale panzi di Bukavu, cittadina sul lago Kivu nella repubblica Democratica del Congo, dove, negli ultimi quindici anni, una guerra tra eserciti di diversi Paesi africani e una mezza dozzina di fazione rivbellie ha causato quasi cinque milioni di morti.

Il primo motivo di questo cruento conflitto e la straordinaria ricchezza del Paese, pieno di legni pregiati e minerali costosissimi: poiché  il governo di Kinshasa non ha i mezzi per proteggere il territorio, qualsiasi ditta intenda sfruttare queste risorse deve pagare una sorta di pizzo a chi controlla militarmente la regione. Perciò le alleanza tra i ribelli si creano e si disfano di continuo e ogni fazione ha sempre bisogno di nuovi uomini, di staffette, cecchini, sentinelle. Su tutti dovrebbe vigilare le forze dei Caschi Blu dell’Onu, spesso però accusate di compiere le stesse scorrerie della guerriglia. Così, se una volta le donne venivano stuprate soprattutto agli Interhamwe, le milizie hutu, già responsabili del genocidio ruandese rifugiatisi nel Kivu, oggi chiunque indossi una divisa, inclusi i soldati dell’esercito regolare congolese, rappresenta una minaccia.

Le sessante donne con cui Pascaline condivide la camerata sono state violentate con la medesima ferocia. Hanno fra gli undici e gli ottant’anni. “Molti stupri finiscono con l’introduzione di oggetti, di colla, di chiodi o di sabbia nella vagina” spiega la capo infermiera Wivine Nakasi Musafari. “Gli stupratori possono anche infierire con bastoni, spranghe o, come è accaduto a Pascaline, canne di fucile. È quello che in gergo si dice “impalare” una donna. La maggior parte delle vittime muore prima di poter arrivare a Bukavu. Quelle che sono qui le chiamiamo “le sopravvissute”.

L’ospedale Panzi, meglio conosciuto come “la clinica delle donne violentate”, sorge in un quartiere di fango e bidonville e f fondata da un medico congolese Denis Mikwege, specialista nella chirurgia della ricostruzione vaginale. È la sola struttura specializzata in una superficie pari a tre o quattro volte l’Italia. “Dal 2004, abbiamo accolto più di diecimiladonne. Circa trecento al mese. Le ultime dieci si sono presentate ieri sera. Quasi tutte sono vittime dei miliatre, Una su tre necessita di un lungo intervento chirurgico” dice ancora Wivine. “Molte sono state violentate più volte. Altre diventano le schiave sessuali di una guarnigione”.

Quando pose la prima pietra il suo ospedale, il dottor Mukwge profetizzò che in questa travagliata regione africana l’invio di Caschi Blu non avrebbero fermato le violenze. Di recente, i peacekeepers dell’Onu hanno denunciato l’ennesimo stupro di massa nel piccolo viallagigo di Luvungi. La notte del 30 lluglio, tutte le donne presenti, circa cinquecento, sono state violentate da gruppi formati da tre a otto uomini, spesso davanti ai figli. “Mi hanno portato dietro la casa, mi hanno spogliata e stesa per terra” racconta Anna Burano, 79 anni. In quattro hanno violentato la donna più anziana di Luvungi: “Vedevo solo sangue. Mi sono detta: è finita, è la mia morte”.

Solo nel Congo orientale, l’organizzazione umanitaria Médicinese san Frontières conta settecento operatori. Come racconta Romani Gitenet, capo missione a Goma, l’anno scorso l’organizzazione ha curato 6150 donne violentate. Dice Gitenet: “Sotto l’ex presidente Mobutu (morto nel 1997, dopo un golpe), lo stupro era almeno perseguito. Oggi non esiste limite. Fuori da Kinshasa il governo di Jospeh Cabila, al potere dal 2001 dopo l’assassino del padre, non ha il controllo della situazione. Così, per esempio, di recente i ribelli hanno circondato una fattoria, ucciso il capofamiglia, poi costretto il figlio a violentare la madre. In un altro caso, dopo aver ammazzato il marito, hanno costretto la moglie e i figli a mangiare parte del corpo. E nessuno è stato punito”.

L’ospedale Panzi dispone anche di un’ambulanza con quattro ruote motrici, per arrivare nelle regioni più sperdute. Oltre all’autista, a bordo ci sono un chirurgo, il suo aiuto e un infermiere. Dove neppure questa sala operatoria itinerante può giungere, arriva la spagnola Sandra Stelo Reyes, coordinatrice dell’Internationale Rescue Committee: si spinge nella foresta alla ricerca di donne violate, con i suoi kit post eposure prophylaxis, antibiotici e antivirali per scongiurare l’Hiv.

“I motivi di tanto orrore sono diversi”, dice ancora Wivine Nakasi Musafiri. Le bande ribelli, per esempio, massacrano le donne anche per rappresaglia. Poi ci sono i civili, convinti che violentare una bambina guarisca dall’Aids o tolga la malasorte. “Eseguiamo anche tre operazioni al giorno” spiega. “E spesso ci occupiamo dell’aspetto legale: negli ultimi tre mesi abbiamo seguito cinquecento denunce”. Alla violenza, infine, spesso si aggiunge violenza: la vittima viene abbandonata dal marito e allontanata dalla famiglia.

Solo nel caso di Luvungi non è andata così: l’onta collettiva ha paradossalmente aiutato gli uomini del vilaggio a superarla. Ma è un’eccezione. Così, per le convalescenti del Panzi ci sono corsi di cucito, affinché una volta dimesse trovino un’occupazione. L’alternativa? Caricarsi sulle spalle sacchi di cinquanta chili di carbone, dall’alba al tramonto, per meno di un dollaro al giorno.

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