GENDER BACKLASH

di Loredana Lipperini, Lipperatura
13 dicembre 2011

Le storiche lo conoscono bene. Si chiama Gender Backlash. E’ il contrattacco, o l’onda di riflusso se preferite, che riguarda le donne, e che si presenta quasi sempre dopo una guerra. O qualcosa che alla guerra somiglia, come ben scrisse Susan Faludi ne "Il sesso del terrore", dopo l’11 settembre. O, ancora, nel mezzo di una forte crisi economica.
 Chiacchierando ieri con Enrica Asquer, che ha studiato il Gender Backlash italiano dopo la seconda guerra mondiale, le ho chiesto, a bruciapelo, se non ritenesse che in questo momento non fossimo in procinto di vivere una condizione simile. La risposta è stata sì. E ne sono convinta anche io.


Fin qui, abbiamo considerato il Backlash da una sola prospettiva: l’uso e l’abuso del corpo femminile in televisione, in pubblicità, sui giornali, sui libri. Non è l’unica e non mi stancherò mai di ripeterlo. Il Backlash ha due facce: e quella più frequente, quanto insidiosa, è la rappresentazione (l’autorappresentazione, per meglio dire) del femminile come materno, accudente, rassicurante, pacifico. Espulsa - forse - l’immagine della donna come mero e silente corpo esposto, l’oscillazione del pendolo ci ha riportato nell’altro modello.
Ci riflettevo, anche, pensando alla ragazza di Torino e all’insistenza mediatica più sulla verginità custodita dai familiari che sulla reazione atroce (pogrom, lo chiama stamattina Marco Revelli su Il Manifesto) che si è innescata. Ci riflettevo quando, qualche giorno fa, Chiara Lalli mi ha ricordato che, nei fatti, la legge sull’aborto è quasi vanificata dalla massiccia obiezione di coscienza. Ci rifletto da mesi, quando si insiste - in buona, ottima fede - sul femminile portatore di pace e di cura. Anche quando sono le donne a innescare l’orrore come nel caso di Torino (e, prima, a rendersene complici come a Ponticelli, con il non dimenticato sputo di una madre sul volto di una neonata rom fra le braccia di un’altra madre). Anche quando è una donna ad annunciare misure punitive che colpiranno altre donne (pensioni prima, articolo 18 fra non molto).
Scrivo questo perché penso che sia stato molto importante riportare le donne in piazza, domenica, come ha fatto Se non ora quando. Penso però che da qui, dal contarsi e dal chiedere di contare, occorra fare passi avanti. Lorella Zanardo sottolineava ieri le divisioni e le fratture che si stanno verificando in diverse zone del movimento.
E’ il momento di trovare obiettivi chiari e comuni. Che, insisto sul punto, non possano ritenersi scollati dalla situazione generale del nostro paese. Quando il Backlash ci investe, le donne sono soggetti deboli nella debolezza: perché ancora non sono stati riconosciuti loro molti dei diritti spettanti (lavoro, salute, welfare, rappresentanza politica e nell’immaginario).
E’ il momento di fare attenzione, e molta. Prima che l’onda si richiuda sopra di noi, ancora una volta.

 

 

 

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