RICOMINCIAMO DAL PATRIARCATO

di Kirstin Barre (Women in the city, 21 settembre 2010)

L’Alleanza per la Svezia, coalizione di centrodestra, vince le legislative 2010, e si conferma alla guida del Paese, ma non ottiene la maggioranza assoluta. La coalizione di sinistra si ferma al 46%, e gela le speranze della leader Mona Sahlin di diventare premier. Sverigedemokraterna, l’estrema destra, entra per la prima volta al Riksdag.
Perde tre seggi Vastenpartiet, il partito della Socialist Left svedese, al quale si era alleata Feministiskt Initiativ, il partito femminista, di Gudrun Schyman.

Questi i risultati delle elezioni legislative svedesi per il rinnovo del Riksdag, il Parlamento. Rimane, nell’analisi di Kirstin Linde, il ricordo di una campagna elettorale segnata da un silenzio pressocchè totale si temi della parità. Molte ombre e poche luci sull’uguaglianza tra i sessi nella Svezia 2010…. La realtà, oggi, è ben altra, denuncia Gudrun Schyman dati alla mano. A chi conviene mantenere in vita il mito del paradiso svedese egualitario?
Gudrun Schyman non è una donna in politica qualunque. Ed il partito che ha fondato nel 2005, Feministiskt Initiativ, Iniziativa Femminista, non è un partitello qualunque, di quelli destinati a nascere e spegnersi nel giro di una elezione. Schyman, deputata, è stata la leader della Socialist Left svedese; sotto la sua guida, nei primi anni del Duemila, il partito ha triplicato i suoi voti. Quando, nel 2004, ha deciso di uscire dal Vastenpartiet, rimanendo parlamentare, perchè dentro non riusciva “a portare avanti gli interessi delle donne”, è successo un mezzo finimondo.

Gudrun ha tirato dritto. Un anno dopo fonda Feministiskt Initiativ, IF, con Ebba Witt-Brattström, specialista in letteratura, Tiina Rosenberg, insegnante e ricercatrice in Hender Studies e militante del movimento omosessuale, e Sofia Karlsson, studentessa e donna in politica. A loro si aggiunge, Devrim Mavi, femminista e antirazzista di origine turca.  Feministiskt Initiativ pone esplicitamente e prioritariamente patriarcato e femminismo in cima all’agenda politica. E invita a riprendere il legame tra personale e politico, e le pratiche degli anni Settanta. Feministiskt Initiativ si ritrova in un vespaio di polemiche, accuse e controaccuse, violenze e minacce alle sue militanti, che raggiungono l’acme nella campagna del 2006.  IF è accusato persino di fomentare odio sociale e di ostacolare l’avanzata delle politiche di parità.

Alle elezioni di quest’anno, Feministiskt Initiativ si allea con il Vastenpartiet. Il risultato non è esaltante, 3 seggi in meno al Riksdag, e il 5.7%, -3%, di preferenze.

Per Gudrun, è stata una campagna elettorale di fuoco, condotta con azioni eclatanti, com’è nello stile di IF.  Nel mese di luglio, la leader di Feministiskt Initiativ ha bruciato nella piazza centrale dell’isola di Götland 100.000 corone in biglietti di piccolo taglio, equivalenti a 10.000 euro, dono di una società pubblicitaria, per protestare contro il silenzio dei media in campagna elettorale sulla differenza salariale tra donne e uomini. L’azione era stata annunciata su internet con una clip dove Gudrun bruciava un biglietto di 20 corone davanti al Parlamento, invitando gli internauti a fare lo stesso.

“IF non è un’associazione di carità, ma un partito politico”, ha dichiarato Schyman per spiegare il suo gesto ai media accorsi in piazza, ed ai colleghi che l’hanno criticata. Aggiungendo che la somma non era stata scelta a caso:  “100.000 corone è quanto perdono ogni minuto le donne lavoratrici svedesi a causa del sistema nel quale ci troviamo.”. E di cui nessuno parla.

In effetti, i temi e le proposte a favore della parità non hanno certo segnato l’agenda e i programmi politici della campagna elettorale. L’attenzione è stata polarizzata dalla questione del ritorno della Svezia al nucleare (adottato a fine giugno con una stretta maggioranza), e dal dibattito sul bilancio di quattro anni di governo del centrodestra, al potere dal 2006.

“Di parità, ormai in Svezia, non si parla più da tempo”, è il commento generale. E l’immagine di Paese modello finisce per ritorcersi contro la Svezia stessa. Come dire: sicuro di essere al top dell’impegno per l’uguaglianza uomo-donna, il Paese sembra oggi disinteressarsene.

“Le autorità sono convinte di essere alla guida del Paese più egualitario d’Europa, questa convinzione è talmente legata alla nostra immagine nazionale che mette a lato le riforme che restano da fare. Si preferisce pensare che tutto è stato già fatto. Ma non è così’.

La “provocazione” di Gudrum Schyman e di Feministiskt Initiativ si consuma in questo quadro. “Le statistiche sul paradiso egualitario svedese non danno un ritratto completo della situazione”, dice Gudrun, “se si analizza il mercato del lavoro si vede bene che alle donne toccano lavori precari, e se è vero che le svedesi sono presenti nei consigli di amministrazione delle imprese private quotate in borsa, è anche vero che solo il 4% dei presidenti sono donne, e che esse rappresentano solo l’11% dei quadri superiori.”.

Il lavoro femminile è invece onnipresente nella sanità, nell’assistenza agli anziani e agli handicappati, nell’educazione (a livelli inferiori rispetto gli uomini: solo il 7% delle donne nelle carriere universitarie.). La differenza salariale, anche se è una delle meno marcate in Europa, resta comunque del 20% in meno per le donne, e a livello di amministrazione locale, su 290 comuni, solo 83 sono guidati da sindaci donne.

Parità effettiva lungi da venire, nel Paese super egualitario per antonomasia che nasconde a se stesso, e al mondo, le crepe del paradiso, mentre di parità le istituzioni parlano sempre meno, e l’opinione pubblica anche.

“Che ci si un regresso è evidente, la questione si è depoliticizzata”, spiega la sociologa Maud Edwards su un sito internet. Le prove? L’aumento degli attacchi della stampa e i blog contro le femministe, e lo svuotamento del dibattito oggi cancentrato tutto sugli aspetti “tecnici” della parità, il metodo per l’applicazione, a detrimento dei contenuti, come se la questione fosse già risolta.

Il 1 gennaio 2009, il premier Fredik Reinfeldt ha soppresso la legge sulla parità, provocando una levata di scudi in seno alla sinistra. Gli effetti sono stati immediatamente negativi: l’analisi annuale dei salari, obbligatoria per le imprese con più di 10 dipendenti, è diventata triennale e limitata alle imprese con più di 25 dipendenti, cancellando di colpo una forchetta di 1 milione3oomila persone.

Il risultato di queste legislative non sembra permettere grandi speranze su un cambiamento di rotta. Di certo, sostiene ancora la studentessa Tiina, questi risultati dovrebbero fare riflettere sulle trasformazioni della società svedese dopo l’impatto con le politiche del centrodestra che oscurano l’approccio collettivo alla parità tra i due sessi, portando al centro della scena sociale la famiglia.

Ricominciamo dal Patriarcato, grida Feministiskt Iniziativ.

(1) “[…] Come lente attraverso cui rileggere tutti i temi della politica, a partire dalla vita quotidiana delle donne. Se non si fa così, “le azioni possibili, le iniziative, si perdono”, dice. Sono inghiottite in una “uguaglianza di pensiero” che omogeneizza, neutralizza, non riesce a tenere conto  di quanto sta intorno e prima dei comportamenti sociali, degli apparati di riproduzione simbolica del potere e della subordinazione femminile”, Paola Melchiorri, “Norvegia e Svezia, non imitiamole, però…”, Liberazione, 9 aprile 2006

(2) “[…]  Il partito delle femministe è accusato di fomentare odio sociale, di ostacolare le quote, le politiche di uguaglianza dei diritti”, Paola Melchiorri, “Norvegia e Svezia, non imitiamole, però…”, Liberazione, 9 aprile 2006.

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