LA LUNGA STRADA DELLA PACE DELLE DONNE

di Simona Lanzoni (Fondazione Pangea Onlus, 30 settembre 2010)

Con le colleghe di Pangea siamo andate a trovare la responsabile dei diritti delle donne all’interno della Afghanistan Indipendent Human Right Commission.
Ci ha ricevuto Soraya Sobhrang, già ex vice ministra del ministero delle donne, oggi attivista che collabora intensamente con l’Afghan Women Network, una rete di ong della società civile feminili che lavorano a livello di lobby ed advocacy sulle questioni di genere.
Fondazione Pangea da sempre è vicino alle richieste dell’Afghan Women Network e oggi più che mai crediamo che la comunità internazionale debba essere vicino a loro, prima che le donne e i loro diritti siano fatti passare come merce di scambio in nome di una pacificazione e riconciliazione senza sostanza.
Ma quale è la situazione delle donne oggi in Afghanistan?
Sicuramente non possiamo negare gli enormi passi in avanti fatti fino ad oggi rispetto al 2001, allo stesso tempo le tradizioni e la mentalità sono un enorme ostacolo che ancora non permette di affrancarsi da un passato di ingiustizie e disparità. Responsabili di ciò sono anche coloro che dovrebbe promuovere maggiormente l'inclusione femminile in ogni ambito della vita, sociale, culturale,economica e politica, nelle alte sfere della governance, perché non sono realmente interessati all'eguaglianza, ad un cambiamento di mentalità.

Malgrado gli aiuti della Comunità internazionale che ha sempre spinto per avere una politica e diversi programmi rivolti alle donne, questi non si sono mai trasformati in un piano di azione coordinato ed univoco tra agenzie delle Nazioni Unite, donor internazionali, Ministeri afghani, ong, in maniera da dare forza all'agire della società civile per rafforzare il ruolo ed i diritti delle donne in Afghanistan. Pertanto gli sforzi si sono dispersi in diversi rigagnoli, a volte sovrapponendosi, a volte evitando i punti più sensibili e scomodi da trattare.

Eppure in Afghanistan è palese, le prime vittime della guerra sono le donne ed i bambini, pertanto le prime a volere la Pace sono le donne! Lo strumento della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite 1325 parla proprio di come le donne possono avere un ruolo nella pacificazione e nella riconciliazione di un paese in conflitto come l'Afghanistan.
Riconciliazione: la società civile afghana composta da organizzazioni femminili vuole assolutamente che questa parola prenda forma e sostanza, ma non al prezzo che oggi si intravede all'orizzonte, ovvero i diritti.

Non ci può essere riconciliazione e pace senza giustizia. La questione "transitional justice" ovvero di una azione anche solo simbolica di compensazione delle vittime con delle scuse ufficiali da chi ha distrutto le loro vite, è fondamentale in un Paese che è in guerra da oltre trenta anni. Il passato è ancora molto presente e vuole prendersi anche il futuro.
La riconciliazione messa in opera a giugno con la Peace Jirga non soddisfa pienamente le donne della società civile che si impegnano per i diritti uguali per tutti. Per esempio nella Peace jirga di giugno le vittime non hanno avuto voce, orfani, vedove, disabili, coloro che hanno subito ogni genere di violenze...se non si garantisce la giustizia a loro che tipo di Pace si potrà avere?

Ci racconta Soraya Sobhrang, che le donne avevano diritto al 30% dei seggi nella Peace Jirga. Il governo aveva preparato le liste dei partecipanti mettendo solo 10 donne. Dopo estenuanti trattative, appellandosi alla UNSCR 1325 e alla comunità internazionale, le attiviste sono riuscite ad essere 300 su oltre 1000 rappresentanti della Peace Jirga.
Il primo giorno le donne hanno preso posto, anche accanto ai più conservatori talebani. Li hanno salutati e loro non hanno risposto, il secondo giorno hanno risposto sotto voce, il terzo giorno hanno salutato loro per primi.
In questi giorni il Presidente Karzai ha nominato la lista dei 70 membri per l'alto consiglio per la pace che dovrà trattare con i talebani una pacificazione e riconciliazione. Di questi 70 sono 7 le donne che vi parteciperanno, ma non sono state scelte dalla lista che la società civile che lavora sulle questioni di genere ha proposto a Karzai.

In effetti Karzai non era nel comitato incaricato di nominare i membri, pertanto l'Afghan Women network è andata a chiedere spiegazioni non riconoscendo nelle sette nomine femminili un impegno sufficiente e dichiarato a difesa dei diritti delle donne. Ci sono buone speranze di ottenere almeno due altri posti nell'Alta Commissione, le contrattazioni andranno
avanti in questi giorni per riuscire ad avere una maggiore presenza.
Chi pensa che le donne in Afghanistan siano solo vittime si sbaglia di grosso, il loro coraggio e la loro forza, che va oltre ogni ingiustizia vissuta giornalmente è quel raggio di sole che da la speranza a Pangea che..qualcosa di nuovo si muove,e che il passato non riuscirà a essere completamente presente nel futuro, dovrà scendere a compromessi...i politici passano, i talebani passano, le donne restano, Pangea con loro.
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