CONSULTORI, IL CAPOLAVORO TARZIA

di Ida Dominijanni (Il manifesto, 8 luglio 2010)

C’è federalismo e federalismo. E in tanto parlare di federalismo fiscale, quel che resta della sinistra bene farebbe a mettere all’ordine del giorno una bella discussione sul federalismo eversivo. Tipo quello, per esempio, che ispira la proposta di legge della Ragione Lazio di «riforma e riqualificazione» dei consultori, prima firmataria Olimpia Tarzia. Attacco al profilo costituzionale della famiglia, rovesciamento della 194, snaturamento e privatizzazione del servizio con ingresso massiccio delle associazioni pro-life, supervisione etica col timbro cattolico.
Olimpia Tarzi, per chi non lo sapesse, vanta un curriculum che è un programma - cofondatrice del movimento per la vita e dell’associazione «Scienza e vita», presidente del comitato per la famiglia (quello del Family Day), vicepresidente della rete dei consultori cattolici, leader autoinvestita di un «Nuovo Femminismo» reazionario - e che le è valso un massiccio bottino di voti nella lista Polverini: con questa che è la sua prima iniziativa legislativa paga il debito, materiale e simbolico, allora contratto, e lo paga con gli interessi. E purtroppo non è sola né in buona compagnia: le firmano la proposta, oltre a quelli di maggioranza, anche quattro solerti consiglieri del Pd (Astorre, Mei, Scalfa, Moscardelli, tutti uomini e tutti cattolici, ma se dio vuole pare che qualcuno ci stia ripensando). Ed ecco in sintesi i frutti del suo capolavoro.

Primo, la famiglia è ridefinita come istituzione votata al servizio della vita e il suo valore primario è la fecondità (le coppie sterili non fanno famiglia). Secondo, il concepito non solo è «tutelato», ma riceve un assegno ed è considerato a tutti gli effetti «un membro della famiglia»(aggiungi un posto a tavola, anche se per nove mesi resta vacante). Terzo, se una donna si presenta al consultorio con l’intenzione di abortire si prepari alla via crucis: la aspetta un «percorso obbligatorio» in due tempi, che prima la obbliga a farsi bombardare di discorsi dissuasivi, proposte preventive e esercizi di socializzazione del suo problema, e solo dopo, se rifiuta il consenso informato a questo bombardamento, scatta la procedura per l’interruzione di gravidanza prevista dalla 194 (che in tal modo viene attuata, si fa per dire, al rovescio: diventa una legge contro l’aborto).

Quarto, il privato entra massicciamente nella gestione del consultorio e quest’ultimo gli può essere dato in concessione, grazie a convenzioni attivabili sulla base di criteri non di efficienza ma dichiaratamente culturali e ideologici (largo al movimento per la vita e alle associazioni cattoliche, sotto le insegne del principio di sussidiarietà e sulla scia di Formigoni). Quinto, i consultori non devono più essere considerati dei servizi «asettici», bensì strutture moralizzatrici di sostegno ai «valori etici» della famiglia (alla faccia dei criteri di efficacia e appropriatezza che regolano, o dovrebbero, la sanità pubblica). All’uopo, quinto, vengono istituiti degli appositi comitati bioetici (da chi e con quale impronta culturale è facile desumerlo dall’impianto confessionale complessivo).

Sesto e ultimo, i consultori si arricchiscono di una nuova funzione di consulenza «a disposizione della magistratura» (che per l’occasione cessa di essere la bestia nera del centrodestra e diventa una preziosa alleata nel controllo delle donne e dei minori, vedi mai). Di leggi-manifesto ne abbiamo viste in Italia una per ogni sfumatura di colore. Ma raramente s’è sentito un concentrato simile di allegra riscrittura costituzionale, tranquilla violazione della legislazione nazionale vigente, inginocchiamento ai diktat vaticani. E’ il federalismo, bellezza, e non è che l’inizio.
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