ROMA PRIDE 2010. IL PROBLEMA E' POLITICO

di Anita Sonego (Soggettività Lesbica-Milano. Liberazione, 2 luglio 2010)

Può la destra essere interlocutrice di un movimento di liberazione

Le polemiche sorte attorno al Roma Pride sembrano diatribe che hanno a che fare con il protagonismo di “primedonne” ed associazioni che sgomitano per avere imprimatur e primogeniture oltre che visibilità e.. sostegni economici.
Certamente tutto ciò non manca: siamo esseri umani ed il potere conserva intatto il suo fascino nei secoli.
Ma in realtà la spaccatura che si è consumata tra la totalità delle associazioni lgbtiq dell’area culturale di “sinistra” e coloro che considerano imprescindibile rapportarsi con tutte le forze politiche (anche quelle dichiaratamente fasciste, razziste, maschiliste e violente) ha fatto emergere un problema politico che è esploso al Pride di Berlino pochi giorni fa.

Sul palco innalzato davanti alla Porta di Brandeburgo, Judith Butler, la filosofa femminista e lesbica, teorica della messa in crisi dei generi, ha rifiutato il premio che le era stato conferito per le sue battaglie per i diritti lgbtiq, stigmatizzando l’involuzione “identitaria” verso cui sta andando il movimento per i diritti delle varie forme di espressione delle sessualità qualora non abbia come suo fondamento l’antirazzismo.

Come è accaduto a Roma, infatti, anche a Berlino parte del movimento gay, richiedendo sicurezza e protezione (cioè più poliziotti e controlli) contro l’omofobia, ha contribuito ad alimentare la paura versi gli arabi, gli islamici, gli “incivili” individuati come pericolosi omofobi.

L’intervento di Butler, rompendo l’unanimismo a tutti i costi, ha spalancato il nodo che è maturato, anche in Italia, all’interno del movimento per i diritti civili delle “minoranze sessuali”. E’ arrivato il tempo, insomma, per una seria riflessione ed analisi politica (anche alla luce degli scarsi risultati ottenuti dal punto di vista legislativo) per collocare la nostra battaglia e le nostre rivendicazioni hic et nunc.

In questa Italia dove il Decreto sicurezza ha creato i Cie, dove la crisi economica è stata usata per alimentare il rancore leghista versi gli extracomunitari che “ci rubano il lavoro”. Dove la destra al governo criminalizza gli operai che non accettano un contratto schiavista, i Rom che cercano un luogo dove vivere, e tutti i non omologati., può il movimento lgbtiq pensare di cercare nella destra italiana una sensibilità alle tematiche di liberazione, autodeterminazione, laicità, dignità, cittadinanza?

Può la destra che ci governa, quella stessa che vota i tagli alle pensioni e ai servizi sociali, che sta approvando la legge-bavaglio, che continua a sfornare leggi in difesa dei potenti, essere interlocutrice di un movimento di liberazione?
“Liberi tutti-libere tutte!” Questo slogan non ha più senso?

Che cosa significa per me, lesbica, ottenere dei diritti da chi discrimina coloro che hanno una religione, colore della pelle, cultura, lavoro, reddito diversi dai miei?

E’ possibile avere dei diritti come “corporazione”, in una società basata sulla discriminazione sempre più violenta dei/delle poveri/e, disoccupati/e, precari/e, senza permesso di soggiorno, giovani?..
E, qualora fosse possibile, i nostri diritti non diventerebbero immediatamente privilegi? Ma noi non siamo contro i privilegi?
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