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LE APORIE DEL MATERNO NEL MOVIMENTO DELLE DONNE

di Lea Melandri*
22 novembre 2011

Aporia è un termine poco usato ma, in questo caso, più preciso che “contraddizioni”. Si usa quando si possono attribuire a uno stesso concetto ragionamenti opposti.
La domanda da cui sono partita è la seguente: il materno (maternità reale, simbolica, doti femminili, ecc.), così come è comparso in varie fasi del movimento delle donne, è una permanenza, un’invariante, cioè un’identità, un ruolo che ereditiamo da quella che è stata considerata tradizionalmente la “differenza femminile” – una differenza desunta più o meno deterministicamente dalla capacità biologica di fare figli –, oppure un fattore di cambiamento?

Ma, soprattutto, ed è qui che vedo l’aporia, si può pensare che quella che è stata la ragione dell’esclusione delle donne dalla vita pubblica – la riduzione a un tutto omogeneo come il genere, l’identificazione attraverso il sesso di appartenenza, il corpo, la sessualità, la cura necessaria alla conservazione della vita – possa, con un semplice capovolgimento, dal negativo al positivo, diventare un’opportunità di emancipazione, di liberazione o di potere femminile?
Perché parlo di capovolgimento?

Si può ipotizzare che all’origine del processo di differenziazione che ha visto l’uomo riservare a se stesso il versante della storia (pensiero, linguaggio, decisionalità politica) e alla donna quello della natura, dell’animalità, del supporto indispensabile al suo destino pubblico, ci sia, oltre e più ancora che la capacità generativa femminile – rispetto alla quale l’uomo si è trovato in posizione di marginalità, invidia, bisogno di rivalsa –, l’esperienza della nascita dal corpo della donna, un vissuto di inermità, dipendenza, sopravvalutazione della potenza materna da parte dell’uomo figlio.

Come dice candidamente Rousseau, “nella guerra tra i sessi, è stato il più debole ad avere la meglio sul più forte”.
Il dominio maschile si impone come rivalsa, controllo, sfruttamento della donna-madre, che verrà così a trovarsi al centro di una evidente contraddizione: esaltazione immaginativa, per dirla con le parole di Virginia Woolf, e insignificanza storica. Tradotto in termini più attuali: assistiamo oggi da un lato al riconoscimento, quanto meno verbale, delle “doti femminili” come risorsa preziosa per l’economia e la politica, e dall’altro a quello che Marina Piazza chiama, documentandolo ampiamente in un libro omonimo, “lo scacco della maternità”.

Questa aporia, che ha a che fare con l’origine del rapporto tra i sessi, con la costruzione  delle identità di genere, e soprattutto con la collocazione del materno al centro della “differenza femminile”, della sua presunta ‘naturalità’, non poteva non emergere in quei movimenti delle donne che hanno pensato di avvalersi della figura reale o simbolica della madre per emanciparsi. Uso volutamente la parola emancipazione per indicare sia l’emancipazionismo tra ‘800 e ‘900, sia le teorie filosofiche del “pensiero della differenza” degli anni ’80 e ’90, sia quella che oggi viene definita la “femminilizzazione” dello spazio pubblico, considerata anche da alcuni gruppi femministi un’opportunità per acquisire potere e portare cambiamenti significativi al mondo del lavoro e della politica. Riservo invece la parola liberazione a quello scarto, o discontinuità, che ha prodotto nella coscienza storica il femminismo degli anni ’70, in cui è stata proprio l’identificazione della donna con la madre, della sessualità con la procreazione, a essere fatta oggetto di critica e di cambiamento.

Ci si accorge in sostanza che l’espropriazione più profonda che le donne hanno subìto riguarda, più ancora che il loro ruolo di genitrici, la loro individualità, il loro essere, prima che mogli e madri, delle persone. E’ solo nel momento in cui le donne riconoscono e si legittimano una sessualità propria che la maternità  da destino può diventare una scelta.

Negli anni ’70 quindi si profila un orizzonte interpretativo nuovo, inedito, rivoluzionario rispetto all’esistente: al posto della coppia originaria madre e figlio – quella su cui si può ipotizzare che si sia costruita la visione dualistica del mondo che è arrivata fino a noi – viene messa la relazione tra individui di un sesso e dell’altro; si comincia a distinguere la femminilità e la maschilità come costruzioni sociali, culturali, immaginarie, dall’essere reale dell’uomo e della donna. Si tratta di uno spostamento radicale di prospettiva che si tradurrà nelle pratiche anomale dell’“autocoscienza” e della “pratica dell’inconscio”: una riflessione collettiva sui vissuti personali, l’analisi della violenza che passa invisibile attraverso l’incorporazione di modelli di potere imposti, la lenta modificazione di sé come presupposto per la modificazione del mondo.

L’autocoscienza, come scrive Maria Luisa Boccia nel suo libro La differenza politica, è la prima forma di un “pensare differentemente la politica”, vuol dire portare l’attenzione sulla soggettività di ognuna, attraverso la relazione con le altre donne, intendere la libertà come processo di liberazione (presa di coscienza) dalla complicità profonda con il pensiero maschile.

una donna deve innanzitutto logorare dentro di sé i legami con l’identità di cui la cultura dell’uomo l’ha dotata. All’identità femminile, prodotta dall’uomo, subentra ‘un io non conforme’ alla femminilità ed è da questo movimento della singolarità in relazione che prende forma la soggettività sessuata”.

E’ da questa critica alla femminilità tradizionalmente intesa che parte la presa di distanza del movimento degli anni ’70 dall’emancipazionismo del primo Novecento.

Nella ricostruzione storica che ne fa Annarita Buttafuoco nel suo libro Questioni di cittadinanza, si dice chiaramente che il ruolo materno è il “luogo” in cui si sono giocate sia l’esclusione delle donne dalla cittadinanza, sia, da parte di queste, la pretesa che proprio la “natura” femminile dovesse costituire “un requisito essenziale per la piena assunzione dei diritti”. Il corpo generante, considerato per secoli solo come oggetto con funzioni e bisogni specifici da gestire e disciplinare, viene portato sulla scena pubblica come valore civile, capace di creare forme più umane di socialità e, nel caso del colonialismo, come sostegno materiale e psicologico alla nazione.

Dopo anni di pacifismo, di fronte all’impresa libica, ricompare nelle posizioni delle emancipazioniste la donna madre, custode della purezza razziale, educatrice delle donne colonizzate, dedita all’incivilimento dei popoli ‘selvaggi’. (Catia Papa, L’oltremare nel movimento femminile italiano)

La contraddizione è evidente: da un lato, l’estensione alla sfera pubblica delle “virtù del cuore”, o “virtù domestiche”, produce cambiamenti importanti nell’idea di politica e di società. Le associazioni femminili che nascono in quegli anni prefigurano lo stato sociale, ma è anche vero che, così centrata sul materno, l’emancipazione, come scrive Boccia,

ha rafforzato la categoria di genere dotando di rilevanza e dignità politica un insieme di contenuti psicologici, sociali, culturali, presupposti comuni a tutte le donne”.

La maternità dunque resta il tratto distintivo dell’identità femminile. Quello che viene proposto è solo un ribaltamento.

Le donne – scrive Buttafuoco – ribaltano l’accezione negativa di quel modello: della sensibilità, della oblatività ‘femminili’, della maternità, tentano di fare il loro punto di forza, sostenendo che proprio questo loro compito ‘naturale’ richiede piena assunzione di responsabilità da parte loro nella politica e nella vita sociale”.

Negli anni ’80-’90 le intuizioni più originali di una soggettività femminile plurale del primo femminismo sembrano scomparire, proprio nel momento in cui il movimento delle donne si andava trasformando in femminismo diffuso. La differenza tra i sessi trova un nuovo terreno di elaborazione, da un lato nella ricerca sociologica – gli “studi di genere” –, dall’altro nella filosofia, mentre si eclissa, insieme alle tematiche del corpo, la psicanalisi. O meglio: resta in una parte minoritaria del femminismo, per esempio quella che avvierà a Milano la riflessione su “sessualità e simbolico” confluita poi nella Libera Università delle donne e nella rivista “Lapis”.
Il movimento delle donne comincia in quegli anni a diversificarsi, non senza conflitti.

Vengono a occupare il posto di maggiore rilevanza, anche mediatica, le teorie filosofiche del “pensiero della differenza”. Mi riferisco in particolare a Luce Irigaray, a Luisa Muraro e alla Libreria delle donne di Milano.
La messa a tema della “differenza femminile”, identificata ancora una volta con la figura della madre – biologica per Irigaray, simbolica per Muraro – e ridefinita in chiave di positività, si può interpretare per certi aspetti come un ritorno a posizioni più rassicuranti, uscita da pratiche che sembravano allontanare ancora di più le donne dalla polis, per aver spinto la politica fino ai confini dell’inconscio, pratiche che sembravano interminabili come la “tela di Penelope”.

Nel suo libro, La democrazia comincia da due, Irigaray propone di riformulare il patto di cittadinanza dandogli un fondamento oggettivo, a partire dall’esistenza di due soggetti, due identità, due visioni del mondo. Quale sia e da dove derivi “l’identità naturale femminile” è detto con chiarezza: le donne sono portatrici di una cultura della vita, del corpo, della sensibilità, che viene dalla loro morfologia corporea e dalla capacità procreativa. La rifondazione della società partirebbe perciò

dal dialogo nella differenza, da un due che non sarebbe soltanto una coppia nell’intimità del focolare, ma una coppia civile, politica”.

In uno degli ultimi libri tradotti in Italia, Condividere il mondo, appare chiaro che il dialogo tra i due generi, la cui identità resta sostanzialmente quella tradizionale, anche se ribaltata e riletta in chiave di positività, ricalca il sogno d’amore, come sogno di ricongiungimento armonioso di “nature” complementari, “feconde” solo nell’incontro.

In Italia il materno, come fondamento della differenza sessuale assume una forma teorica particolare – filosofica, logica, metafisica, fideistica – nelle posizioni di Luisa Muraro e della Libreria delle donne.
Per la sua esistenza libera, sostiene Luisa Muraro ne L’ordine simbolico della madre, la donna ha bisogno di un ordine simbolico che metta al centro la potenza materna, che non spogli la madre delle sue qualità. In altre parole, si tratta di venire a capo di una usurpazione: gli uomini hanno avuto “famigliarità” con la matrice della vita, “mostrando di averla frequentata e di aver imparato la sua arte”; hanno esaltato la madre, ma l’hanno espropriata della sua potenza, rovesciando così l’ordine delle cose.

Si tratta perciò soltanto di agire di nuovo sulla base di un principio logico, metafisico, linguistico, sottratto al “dominio capriccioso del reale”, perché sia restituita alla madre la potenza e l’autorità di cui è stata derubata. In questo senso, dice Muraro, deve essere inteso anche il “saper amare la madre”:

qualcosa che basta dire perché sia vero”.

La grandezza e la superiorità della madre non vengono fatte dipendere dalla capacità biologica di fare figli, ma dal fatto che la madre è colei che dà insieme il corpo e la parola. E’ questa sua superiorità iniziale che va riconosciuta per principio: una verità che si impone sul piano logico e metafisico.

Anche in questo caso siamo di fronte a un capovolgimento: il materno si sposta, cambiato di segno, dal versante della natura, dove l’uomo l’ha confinato, a quello della filosofia, della logica. Uno spostamento che procede in analogia con quello che ha visto il pensiero maschile differenziarsi dal suo fondamento naturale, cancellare il corpo e la vita psichica. Si potrebbe definirla una rivalsa nel simbolico, un uso della filosofia diverso, ma solo nei contenuti, da quello che ne ha fatto l’uomo, e che perciò non esce dal dualismo corpo/pensiero, di cui la filosofia stessa, come libertà dal “dominio capriccioso del reale”, è una conseguenza.

L’interezza, unità di corpo e mente, non sarebbe più, come aveva pensato il primo femminismo, il frutto di un processo di modificazione di sé come svelamento di una visione interiorizzata del mondo, ma una verità logica garantita dalla “contrattazione con la madre” e da una pratica, come l’“affidamento” che traduce nella vita adulta “l’antica relazione con la madre per farvela rivivere come principio di autorità simbolica”.

In conclusione:

- mantenere la centralità del materno vuol dire restare, sia pure in modo diverso da quello che è stato per il movimento delle donne precedente agli anni ’70, dentro logiche emancipatorie, confermare, anziché mettere in discussione, la rappresentazione della donne come “genere”, portatrici di una identità in cui tutte dovrebbero riconoscersi;

- significa attenersi all’impianto dualistico che ha costruito il maschile e il femminile come poli complementari, limitandosi a rovesciare priorità e valori, e quindi non uscire dal dilemma uguaglianza/differenza: cioè altalenare tra assimilazione al maschile, visto come neutro, universale, e la tutela o valorizzazione della specificità femminile;

- vuol dire fare del “genere” il paradigma teorico-politico di un soggetto collettivo. I significati tradizionali della femminilità così “si ripropongono con movimento rovesciato e non più circoscritto alla sfera famigliare” (Boccia). Ci si allontana dalle pratiche, come l’autocoscienza, che avevano al centro la costruzione di individualità sessuate, autonome da modelli imposti.

Oggi, per molte donne la maternità non è più un destino, si può scegliere di fare o non fare figli. Ma nelle battaglie pubbliche delle donne resta la tentazione di fare del materno la propria ‘carta di identità’, il requisito di valore e autorevolezza per una cittadinanza completa.
E’ per questo che la femminilizzazione della sfera pubblica – l’esaltazione delle doti femminili tradizionali come “risorse” per l’economia e la politica – viene vista anche da una parte del femminismo come un’opportunità.

Tenuto conto del desiderio che oggi molte donne manifestano di “contare” nella vita pubblica, penso che servirebbe riprendere l’analisi e il confronto dei due orientamenti che hanno caratterizzato finora il movimento delle donne, l’emancipazione e la liberazione, nel tentativo di uscire da astratte contrapposizioni e cercare invece i nessi che ci sono sempre stati tra l’una e l’altra, soprattutto se guardiamo all’esperienza di ogni singola donna.

* Relazione tenuta al Convegno “Madri senza tempo?, Circolo De Amicis, 19 novembre 2011.
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