LA VIOLENZA MASCHILE RESTA INNOMINABILE

di Lea Melandri

Nella stessa giornata vengono uccise una sorella e due mogli – ferita gravemente una terza. La mano è sempre la stessa –quella di congiunti o  parenti prossimi-, la ragione pure: tradimenti o separazioni. Casualmente può capitare che l’omicida, nella sua ira travolgente, uccida anche una vicina, un cognato, un ex-socio, appendice dell’offesa primaria che gli viene da una donna e che merita di essere lavata col sangue.
Il sistema informativo non fa una piega, lo stillicidio pressoché quotidiano di violenze domestiche, anche quando il numero è decisamente esorbitante, passa senza una nota di commento, o, nei casi di maggior riguardo, accompagnato dall’intervista tecnica del criminologo che descrive, come se ce ne fosse bisogno, i segnali che precedono l’aggressione: distonie, voci alterate, gesti minacciosi, litigi frequenti. Se scattasse davvero l’allarme di fronte a queste avvisaglie, una buona parte del sesso maschile sarebbe in galera.

E’ tutto quello che sanno dire i nostri telegiornali al pubblico delle ore di punta su un fenomeno agghiacciante, che dovrebbe produrre sconcerto, aprire interrogativi, analisi, dibattiti, interventi politici, culturali ed educativi estesi a tutta la vita sociale. Ma la reticenza, l’ignoranza e l’opportunismo che fa preferire il disimpegno, inducono al silenzio o alla scelta di quella via di fuga che è la patologia individuale. Impronunciabile e quindi sottratto alla possibilità che diventi oggetto di riflessione e di azioni preventive adeguate, è la realtà in cui si vanno a collocare gli omicidi famigliari, e cioè il rapporto di potere tra i sessi. Eppure non mancano al riguardo consapevolezza, studi, scritture di denuncia, appelli, associazioni, centri antiviolenza, manifestazioni, tanti quanti sono quelli contro la mafia, l’altra grande famiglia in guerra permanente. I dati dicono che numericamente le donne che muoiono per mano dei loro congiunti sono molto di più delle vittime dovute alle cosche mafiose, ma mentre in questo caso l’allarme pubblico fortunatamente non manca, nell’altro un genocidio quotidiano scivola via silenzioso, reso impercettibile dalla ‘naturalità’ in cui è stata lasciata la relazione tra i sessi. Con una ulteriore differenza, anche in questo caso: mentre sulle catastrofi naturali qualcuno almeno ferma lo sguardo e si chiede se non ci siano responsabilità umane, cause storiche, rimedi che potevano essere presi in tempo, previsioni e  interventi per il futuro, nel caso della ‘natura’ violenta del maschio cala una doppia censura: non si dice che è maschile e non si dice che nasce all’interno dell’ambiguo dominio, confuso con l’amore, che gli uomini hanno imposto al corpo di donna da cui sono nati.

La domanda che in questo contesto di analfabetismo e irresponsabilità informativa suona quasi provocatoria è: che cosa vieta a chi dirige un telegiornale di interpellare, invece che il criminologo, come se si trattasse di un crimine qualunque, qualcuna delle tante donne che nel nostro paese, con impegno di decenni parlano della questione dei sessi, promuovono studi e pratiche politiche collettive per creare coscienza sulla violenza invisibile e manifesta di un potere che ha consegnato per secoli la sfera pubblica alla sola comunità degli uomini, creato linguaggi, saperi, istituzioni finalizzati a un sesso solo, tanto che ancora oggi le donne stentano a riconoscerli e a farli propri? Come si può pensare che un delitto preannunciato da anni di maltrattamenti, persecuzioni, e legittimato a livello dal sessismo imperante nel senso comune, richiami l’attenzione delle forze dell’ordine, l’intervento tempestivo della giustizia, della solidarietà collettiva, quando il conflitto viene relegato alla sfera privata, all’accidente occasionale che cade sulla ‘normalità’ senza incrinarla più di tanto? E da dove può nascere un’attenzione e una cultura diversa che porti fuori dagli stereotipi, dai ruoli considerati ‘naturali’ che hanno diviso e subordinato un sesso all’altro, se non da quel soggetto politico imprevisto che è entrato nella sfera pubblica col movimento delle donne, e che oggi, pur nella frammentazione delle sue componenti, e nella cancellazione che lo accompagna da decenni nel nostro paese, continua a produrre pensiero e azione collettiva?
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook