SE NON SI TRATTASSE DI MORALISMO?

Etichettato sotto
di Lea Melandri, La 27esima ora
5 marzo 2012

Sembra che siano in tanti e tante ad avere un aggettivo da applicare alla parola “femminismo”. C’è chi lo definisce “violento”, nemico della femminilità e chi, al contrario, “moralista”, attaccato ai valori “autentici” del femminile. Pochi sanno di che cosa stanno parlando, nel senso che, pur esistendo ormai archivi, biblioteche, centri di documentazione pieni di materiale storico al riguardo, c’è da dubitare fortemente che qualcuno abbia interesse e curiosità a darci un’occhiata.

E così del femminismo si può dire una cosa e il suo contrario, soprattutto quando l’esca viene offerta da discrepanze di opinione interne alla cultura stessa che le donne hanno prodotto.

A riaprire il dibattito che aveva accompagnato la grande manifestazione del 13 febbraio 2011, “Se non ora quando”, è stato l’articolo di Guido Vitiello «Se il moralismo è donna» su “La Lettura” (Corriere della sera, 4.3. 2012), a commento del libro di Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista.

Vale la pena di tornare sull’argomento, se non altro per restituire al femminismo storico la complessità di pensiero e di pratica politica che si vorrebbe oggi appiattire sulla contrapposizione tra chi esalta la libertà femminile in qualunque forma essa si esprima, compreso l’uso del proprio corpo come moneta di scambio per successo e denaro, e chi vorrebbe invece riportare le donne alla “dignità” di valori tradizionali, scambiati per il femminile “autentico”.

Nella critica al rischio che l’appello lanciato dall’Unità alla vigilia del 13 febbraio riproducesse l’opposizione nota tra donne “perbene” e donne “permale”, si sono riconosciute non a caso molte voci del femminismo storico, memori del significato che aveva avuto negli anni ’70 “prendere coscienza” che la femminilità in tutte le sue figure –madre, prostituta, santa, seduttrice- discendeva dalla visione maschile del mondo, un prodotto della cultura che, nel corso di un dominio secolare, aveva finito per essere considerato destino “naturale” dalle donne stesse.

Che gli uomini abbiano per un tempo infinitamente lungo dialogato con se stessi, nel tentativo di catturare il mistero di quella metà della specie umana che hanno voluto silenziosa, assente dalla vita pubblica –per non dire priva di intelletto e di volontà-, non ha bisogno di dimostrazioni.

Otto Weininger, tragico interprete della civiltà greco-latino-cristiana che ha visto la donna come “materia”, “vita inferiore”, colpa dell’uomo, nel suo saggio Sesso e carattere, riconosce che, finché le donne non si decidono a parlare di sé, la psicologia dei sessi è solo quella scritta da uomini, i quali non possono che affidarsi “a ciò che vi è di femminile negli uomini stessi”. Ed è sfiorato persino dal dubbio che nell’idealizzazione che l’amore fa della donna gli uomini abbiano in qualche modo voluto risarcire l’altro sesso per avergli “rubato l’anima”, umanizzandosi, una riparazione tardiva dovuta, più che altro, alla fatica dell’uomo a raggiungere con le proprie forze le vette della spiritualità.

A quasi un secolo di distanza, con alle spalle la rivoluzione culturale degli anni ’70, l’intuizione del sessismo lucido e visionario di Weininger viene così ripresa da Agnese Piccirillo ( in arte Seranis), fisica e femminista storica torinese, morta prematuramente alcuni anni fa, nel suo libro Smarrirsi in pensieri lunari (Grauseditore, Napoli 2007):

“Mi sembrava di non donare nulla se non il mio corpo a cui essi davano pensieri a cui essi prestavano immagini io l’avevo capito che essi volevano solo dialogare con se stessi ché non inquietasse ché non proponesse una lettura diversa della vita e con cui dovessero confrontare il loro stesso ruolo mi stavo giocando la sanità mentale ché non era facile dire io non sono quella vergine io non sono quella tua dolce compagna perché in qualche modo nella mia vita lo ero anche stata e allora come sciogliere questo enigma questo nodo di dire io non sono ciò che sono stata è possibile essere stata ciò che oggi dico non sono? La mia psiche o la psiche di ogni essere umano è talmente arrendevole è talmente adattabile a poter diventare camaleontescamente ciò che altri vogliono? Perché allora io ero stata la dolce donna di Vermeer e ne ero anche felice se ciò mi era chiesto dall’amore di un uomo l’amore dunque è così potente da ottenere ciò che la forza non riuscirebbe? (…) dentro di me sento aprirsi sconnessure e temo di perdermi in brandelli prima di aver capito la nuova trama del mio essere eppure in fondo in fondo un senso di libertà un’eccitazione di essere pronta sul limite di un continente che finalmente potrò esplorare senza paura o se paura avrò sono pronta a non mentirmi ad affrontare anche la verità di quel femminile oscuro come una caverna buia a cui non sai se ritornerai.”

Dal momento in cui sono le donne stesse ad assumere attivamente e a tentare di volgere a proprio vantaggio i ruoli che sono stati loro imposti, è chiaro che non si può più parlare solo di “vittime”.

E questo è sicuramente un limite di tanti discorsi che si fanno oggi sulla mercificazione del corpo femminile. Allo stesso modo, è innegabile che il protagonismo assunto nella sfera pubblica è quello di un soggetto femminile che può anche decidere di “farsi oggetto”, volgendo in attivo una condizione che finora ha subìto.

“Corpi liberati o corpi prostituiti?”, mi sono chiesta provocatoriamente quando anni fa è esploso il dibattito su “sesso/denaro/potere”.

Forse né l’uno né l’altro. Poter scegliere non è automaticamente essere libere di scostarsi da modelli profondamente interiorizzati e fatti propri; usare il corpo, con cui sono state identificate, è stata per secoli una via obbligata di sopravvivenza per le donne, per cui non c’è da meravigliarsi se oggi pensano invece di ricavarne un beneficio. Caso mai possiamo chiederci se ricalcare ruoli noti, pur capovolti e rivalutati, aiuta a riconoscere gli ostacoli che le donne ancora incontrano quando tentano di esistere come persone e non solo come incarnazione dell’immaginario maschile.

In tutto questo non c’entra la morale ma quel rapporto sessualità e politica che la cultura maschile ancora esita ad affrontare per non dover mettere in discussione la basi stesse su cui si è costruita la civiltà che è arrivata fino a noi.

Ultima modifica il Sabato, 24 Novembre 2012 17:16
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook