Partire dalla quotidianità per cambiare l’economia e il lavoro

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di Lea Melandri, La 27esima ora
29 luglio 2012

Ho deciso di tornare sul caso di Anne-Marie Slaughter perché penso che, nella sua eccezionalità - una donna chiamata a dirigere il policy planning del Dipartimento di Stato statunitense e che dopo due anni ha preferito lasciare il prestigioso incarico per la sua cattedra all’università di Princeton - ci permetta di riprendere il tema della “conciliazionefamiglia/lavoro con qualche argomento in più.

Il lungo articolo con cui ha motivato una scelta molto discussa in America, e non solo (vedi “Internazionale”, 13.07.2012) ha il merito di far luce sui legami che intercorrono tra realtà, esperienze, condizioni di vita, che siamo abituati a vedere separate o tutt’al più complementari. La divisione sessuale del lavoro -ragione per cui le donne arrivano alla vita pubblica con ritardo, disagio, posizione marginale e carico duplicato di impegni, non solo non ha avuto con l’emancipazione femminile la via d’uscita che ci si attendeva, ma è stata, sia pure sotto aspetti diversi, riconfermata.

L’idea che le donne potessero “avere tutto” e “fare tutto”, contando sullo sforzo, sui meriti e sulla volontà individuale, presupponeva che, restando immutata l’organizzazione della politica e del lavoro di stampo maschile -il “tempo macho”, di cui parla Slaughter, “una competizione spietata per lavorare di più, fare più nottate, viaggiare in tutto il mondo”- le donne potessero assimilarsi, eguagliare il modello dominante senza dover rinunciare a quella che è stata per secoli la “natura domestica” del loro sesso.

In altre parole, ciò significa riportare su di sè, come una specie di sintesi eroica incarnata, il conflitto più duraturo e più carico di risvolti dolorosi che abbia interessato finora tutte le civiltà: la contrapposizione tra i bisogni, i piaceri, i limiti, la vulnerabilità dei corpi, le relazioni che vi sono connesse, e l’apparente autonomia delle istituzioni pubbliche. Due mondi -quello dell’amore e del lavoro, degli affetti e delle leggi, della necessità e della libertà, della biologia e della storia, delle donne e degli uomini- che continuano a fronteggiarsi ostilmente o, nel migliore dei casi, a sognare l’ideale ricomposizione di ruoli complementari, ma che portano il segno di una differenziazione tanto violenta quanto astratta e deformante dell’interezza di ogni essere umano: mai solo corpo o solo pensiero, solo sentimento o solo ragione, solo padre, madre o solo cittadino/a.

La parola “conciliazione”, con cui solitamente ci si riferisce alla duplice presenza delle donne su un versante o sull’altro, dà per scontato che l’investimento affettivo, la relazionalità legata alle fantasie, alle emozioni, ai desideri personali, l’attenzione ai bisogni dell’altro, siano beni riservati all’esperienza materna e, più in generale, alla famiglia come luogo della conservazione della vita. E persino quando una donna, dall’alto del suo successo professionale si concede la libertà di dire pubblicamente che ha voglia di stare vicino ai propri figli e che userà il suo potere per adattare i tempi del lavoro extradomestico a quelli della sua quotidianità, resta l’impressione che ancora sfuggano alla consapevolezza e all’analisi critica le contraddizioni più evidenti. La prima fra tutte è che la vita famigliare, considerata il luogo “altro”, separato dalla polis tanto da giustificare il diverso destino toccato al maschio e alla femmina, è stata ed è tutt’oggi il sostegno o il retroterra indispensabile dell’economia, della politica e, in generale, del funzionamento della sfera pubblica. La cura stessa -di bambini, anziani, malati, uomini convinti che il loro unico compito è il mantenimento economico della famiglia-, vista tradizionalmente come atto d’amore, oblatività naturale delle donne, è sempre stata anche un lavoro, sostituzione di servizi sociali mancanti, fattore di risparmio per l’economia e per lo Stato, e questa commistione di affetti, tempo, energie, messi al servizio di altri, rimane anche quando da prestazione gratuita diventa salariata, come nel caso delle collaboratrici domestiche. Allo stesso modo si può dire che in tutti i lavori salariati è presente una dimensione affettiva, fosse anche solo come fedeltà all’impresa.

Scrive l’economista Antonella Picchio: “La questione della relazionalità non è una prerogativa esclusiva del lavoro domestico e di cura. Tutti i lavori salariati in misura diversa sono relazionali (…) I lavori di servizio alla persona hanno ovviamente un contenuto relazionale più alto. Si deve però notare, a scanso di pericolosi equivoci, che tutti i lavori relazionali, e in particolare il lavoro di cura domestico, richiedono anche lavori materiali perché si tratta della relazione conun individuo definito da un corpo che necessariamente si colloca in uno spazio che deve essere pulito e tenuto in ordine, vestito in modo socialmente adeguato, nutrito, ecc. Per questo io parlo sempre di lavoro domestico e di cura, perché si curano, come ben sanno ed esigono i maschi adulti, cucinando e pulendo oltre che ascoltando, incoraggiando e prestandosi a una sessualità consolatoria.”

“Ciò che continua a mancare dall’analisi è la grande massa di lavoro domestico e di cura che va a sostenere gli uomini e a coprire la loro normale e umana vulnerabilità che non trova negoziazione sul piano delle negoziazioni pubbliche, ma viene scaricata nella sfera famigliare e intima: Questo scaricamento di responsabilità del ben essere maschile sulle donne, che appare come relazione intima, è pienamente funzionale al mercato del lavoro (salariato e non solo).”

Nell’articolo di Anne-Marie Slaughter c’è un accenno alla necessità che cambino le regole di base e che questo cambiamento non sia rivolto solo alle donne e ai genitori : “anche i dipendenti senza figli hanno doveri famigliari”. Ma molto resta ancora da fare perché, come si legge nella lettera-invito all’incontro che associazioni di donne di varie città d’Italia terranno a Paestum il 5-6-7 ottobre prossimo -”Primum vivere. La rivoluzione necessaria”- si possa delineare “una prospettiva inedita: quella di liberare tutto il lavoro di tutte e tutti, ridefinendone priorità, tempi, modi, oggetti, valori/redditi e mettendo al centro le persone, nella loro vitale, necessaria interdipendenza lungo tutto l’arco dell’esistenza, e avendo a cuore, con il pianeta, le persone che verranno”.

E’ abbastanza indicativo anche il fatto che i movimenti impegnati nella difesa dei “beni comuni” (acqua, aria, ecc.) -servizi essenziali di cui ci si occupa solo quando mancano, come il lavoro domestico-, e nella “conversione ecologica del modo in cui produciamo e del modo in cui consumiamo”, non si siano mai spinti, come scrive Giordana Masotto, una delle promotrici dell’ Agorà milanese sui temi del lavoro, “ad azzardare collegamenti tra lavoro produttivo e lavoro necessario per vivere, tra sobrietà (di cui si parla) ed economia domestica (di cui non si parla)”. Si dovrebbe perciò -è la conclusione di Masotto- cominciare a “dire no a queste censure, a queste separazioni”, e “sottrarre il lavoro di cura al rigido dualismo tra pubblico e privato”.

L’indicazione che viene dal movimento delle donne italiano, che a differenza di quello americano ha criticato l’emancipazionismo perché non metteva in discussione il modello maschile culturalmente dominante nella politica come nell’economia, è che la priorità del “vivere” -la buona vita, ma anche il buon lavoro e la buona riuscita sociale (Maria Grazia Campari)- “è possibile purché si riesca a portare sempre più uomini ad agire nella quotidianità della vita. Già molti lo fanno. Ma non considerano l’esperienza e il sapere della quotidianità come una leva per cambiare il lavoro e l’economia”.
Ultima modifica il Sabato, 24 Novembre 2012 17:16
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