Judith Butler: un’etica della sessualità

Maria Rossi, Femminile Plurale
28 gennaio 2013

In questa intervista, rilasciata nel 2003 al periodico francese Vacarme, la femminista statunitense, teorica queer, Judith Butler, sviluppando le sue riflessioni sulle molestie sessuali, sulla pornografia e sulla prostituzione, delinea a grandi linee i contorni di un'etica della sessualità che mi accingo ad illustrarvi.

Mi soffermerò sulle considerazioni da lei sviluppate in merito alla pornografia e alla prostituzione.

Il concetto attorno a cui si dipana la sua elaborazione teorica è quello di potere che ella concepisce come consustanziale al rapporto sessuale. Non solo, come affermava Foucault, non esiste sessualità senza potere, ma, per la filosofa statunitense, quest’ultimo costituisce una dimensione molto eccitante della pratica sessuale.

Da questa concezione derivano, a mio parere, conseguenze molto rilevanti, a partire dall’erotizzazione dell’assoggettamento.

Il femminismo non dovrebbe più prefiggersi l’obiettivo di distruggere i rapporti di potere (almeno quelli che si esplicitano nella sfera sessuale) imperniati sulla subordinazione del genere femminile e non dovrebbe proporsi di instaurare relazioni sessuali paritarie. Quest’ultime appaiono, al contempo, impraticabili e non auspicabili.

Il femminismo dovrebbe, piuttosto, accettare e magnificare la realtà data, costituita dalla perenne e immodificabile presenza di un dispositivo di potere che regola le nostre relazioni sessuali.

E’ poi possibile – mi chiedo- disgiungere la sfera sessuale dagli altri campi di esperienza, o è più corretto ritenere che le relazioni di dominio e di subordinazione che si manifestano in questo ambito si estendano alla vita quotidiana e costituiscano, anzi, la mera riproduzione dei rapporti sociali tra i sessi? Le femministe degli anni Settanta, con l’illuminante slogan <<il personale è politico>>, avevano fornito una risposta chiara al mio interrogativo; una risposta che mi sento di condividere. La ricerca sociologica sulla sessualità degli italiani diretta da Marzio Barbagli, pubblicata nel 2010, conferma l’ incidenza delle diseguaglianze di genere nella sfera sessuale.

E’ dunque possibile contrastare queste ultime mantenendo intatti i rapporti di potere che si manifestano in un ambito relazionale così rilevante come la sessualità? Sono convinta di no, proprio per l’inestricabile connubio che esiste tra genere e sesso. Né credo che il femminismo dovrebbe proporsi di operare l’inversione, anziché la demolizione, delle relazioni di dominio e di subordinazione vigenti tra uomini e donne.

Attorno al concetto di potere quale dimensione costitutiva della sessualità si dispiegano le riflessioni di Butler sulla pornografia e sulla prostituzione, che assumono il carattere di una confutazione delle tesi sostenute da due celebri femministe radicali statunitensi: Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon, animatrici di una appassionata battaglia volta ad ottenere il divieto di diffusione di immagini pornografiche, espressione della subordinazione femminile e del dominio maschile.

Alla dottrina secondo cui ogni restrizione statale alla divulgazione di rappresentazioni pornografiche violerebbe il Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che garantisce la libertà di espressione, Andrea Dworkin, osserva Butler, replica che in realtà l’articolo non tutela la libertà di tutti, ma soltanto quella degli uomini di fare alle donne quel che vogliono. Questo perché il diritto vigente rispecchia i rapporti di forza e le asimmetrie di potere tra uomini e donne, configurandosi come uno strumento di libertà solo per i dominanti.

Catharine MacKinnon condivide la posizione di Dworkin. Dal punto di vista dei principi costituzionali – aggiungo – il divieto di un certo tipo di pornografia si fonda per lei sul principio di uguaglianza e sulla libertà di espressione femminile che andrebbe garantita non tanto nei confronti del potere dello Stato, quanto nei confronti del potere maschile.

MacKinnon integra questo argomento con la considerazione della pornografia non come mero enunciato discorsivo irrilevante, come vorrebbe la sua difesa in nome della libertà di espressione, bensì come un complesso di atti espressivi performativi discriminatori e di potere che agiscono direttamente sui consumatori, modellando la loro concezione dei generi così da riprodurre incessantemente il rapporto di dominio maschile e di sottomissione femminile.

Judith Butler contesta questa interpretazione, cui contrappone la concezione della pornografia come mero universo fantasmatico inerte destinato a rimanere confinato nell’immaginazione dei consumatori senza produrre alcuna conseguenza. I fruitori non mirano a riprodurre nella loro vita quotidiana le scene cui assistono. Non solo le scene pornografiche non vengono trasposte nella realtà, non vengono tradotte in azioni concrete, ma sovente è proprio l’incapacità di metterle in atto ad eccitare i consumatori, i quali, spesso, secondo Butler, sono uomini privi di relazioni sessuali, che ricercano nel porno una compensazione fantasmatica. Non esiste, dunque, alcun rapporto causale tra immagine e comportamento. Le rappresentazioni pornografiche non esercitano alcuna influenza sulla percezione e sul rapporto degli uomini con le donne. Il linguaggio iconico viene, di conseguenza, privato di ogni efficacia performativa.

La lettura delle obiezioni di Judith Butler mi ha sorpreso parecchio, perché esse rappresentano, a mio parere, la più clamorosa smentita, la più radicale negazione della teoria che l’ha resa celebre in tutto il mondo: quella della performatività, illustrata, in particolare, nei testi Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, pubblicato nel 1990 e in Bodies That Matter: On the Discursive Limits of “Sex”, stampato nel 1993.

Attingendo ispirazione dagli intellettuali postmoderni Foucault e Derrida, Butler elabora nelle opere succitate una teoria ipercostruttivista, in quanto concepisce non soltanto il genere, ma anche il sesso come costrutto sociale performativo (termine mutuato dal linguista Austin), in grado, cioè, di conferire forma concreta a ciò che menziona e definisce.

La filosofa statunitense non ritiene esista una realtà biologica predefinita che consenta di identificare e di differenziare i maschi dalle femmine.

Il corpo acquista una specifica identità sessuale solo in seguito alla reiterazione performativa di una serie di pratiche che si conformano ad un discorso egemonico che si traduce in norme prescrittive che si iscrivono nella materialità del corpo, attribuendogli un sesso e contribuendo a consolidare l’imperativo eterosessuale. Si tratta di comprendere la costruzione del “sesso” non più come un dato corporeo sul quale il genere è artificiosamente imposto, ma come una norma culturale che governa la materializzazione dei corpi(1).

Il sesso è sempre prodotto come una reiterazione di norme egemoniche. Questa reiterazione produttiva può judithessere interpretata come una sorta di performatività. La performatività discorsiva sembra produrre ciò che nomina, mettere in atto il suo proprio referente, nominare e agire, nominare e fare(2).

Il discorso, il linguaggio si prefigura, dunque, come un complesso di atti performativi, generatori di realtà. E’ il linguaggio, cioè, che crea la realtà, la quale non esiste prima di essere nominata.

Ora: poiché le immagini pornografiche costituiscono atti linguistici iconici ci attenderemmo dalla Butler il riconoscimento della loro efficacia performativa, della loro capacità di produrre e perpetuare ciò che generalmente rappresentano: la sottomissione femminile e il dominio maschile.

E invece no. Proprio in riferimento al discorso pornografico, Butler nega sorprendentemente validità alla teoria che le è valsa la celebrità, senza offrire alcuna spiegazione di questa clamorosa aporia.
Eppure la filosofa queer continua a propugnare la teoria della performatività degli atti linguistici!

Una volta negato alla pornografia qualsiasi potere di influenza sulla percezione dei rapporti tra i sessi, è inevitabile che Butler contesti i risultati cui approdano gli studi empirici, citati da Dworkin, (e da altri), sulle conseguenze psichiche e comportamentali provocate dal consumo di porno, studi che considera contraddittori e non probanti e, dunque, da non prendere in seria considerazione.

Non reputo, invece, opportuno che una femminista sottovaluti qualsiasi ricerca (e ve ne sono diverse) che evidenzi l’impatto sulla percezione, sulla concezione dei rapporti tra uomini e donne e sui comportamenti della fruizione iterata di immagini pornografiche.

La mobilitazione antiporno, osserva Butler, solleva, infine, un ulteriore problema: quello dell’attribuzione allo Stato di un arbitrario potere di definizione di ciò che debba intendersi per pornografia. E’ un rilievo che non incrina le convinzioni di Catharine MacKinnon, la quale, a differenza di altre femministe, affida al diritto un ruolo centrale nella trasformazione dei rapporti tra i sessi, perché ne coglie la capacità di attribuire un nome ai comportamenti e alle rappresentazioni e, attraverso quel nome, di legittimarli o delegittimarli socialmente.

Judith Butler affronta poi l’argomento della prostituzione, osservando come, praticarla, possa costituire una libera scelta. Per le donne delle classi popolari potrebbe risultare, infatti, preferibile essere una sex worker piuttosto che una semplice …worker, grazie alla percezione di redditi più elevati e alla possibilità di fruire di orari più comodi rispetto a quelli di una segretaria, ad esempio. Quest’ultima considerazione desta parecchie perplessità. Il lavoro notturno sarebbe più confortevole di quello diurno? Ed assommato alle mansioni domestiche, da svolgere di giorno, quanto tempo di riposo concederebbe ad una prostituta?

Per quanto concerne il reddito, poi, non va dimenticato che il 90% delle prostitute è soggetta a sfruttatori che si appropriano di una quota considerevole dei guadagni. In Nevada, ad esempio, dove esistono eros center legali, il 50% del reddito delle ragazze che vi lavorano è incamerato dal proprietario. Inoltre le sex workers devono pagare vitto, alloggio e spese mediche.

Anziché rassegnarsi ad accettare che le donne dei ceti subalterni e, soprattutto le straniere, sospinte dalla necessità, abbiano come unica opzione quella di prostituirsi o di essere costrette a svolgere lavori precari, servili, pessimamente retribuiti non sarebbe più opportuno battersi per l’ampliamento delle opportunità di scelta, l’istituzione di un reddito garantito per tutti, la riduzione drastica dell’orario di lavoro a parità di salario, l’abrogazione della legge Bossi-Fini che regola l’immigrazione, l’abolizione della precarietà…?

Judith Butler confronta successivamente la sessualità che si pratica all’interno del matrimonio con quella che si esplica nel rapporto mercenario, connotando entrambe come generalmente alienanti.

E dunque? Quale conclusione trarne? Rassegnarsi al carattere poco gratificante della relazione sessuale quale che sia l’istituzione all’interno della quale si esplicita? Significherebbe rinunciare alle prospettive di liberazione del femminismo. Uno degli obiettivi cui noi donne, a mio parere, dovremmo tendere dovrebbe essere piuttosto quello di evitare di conformarci a modelli di sessualità che ci consacrino unicamente all’appagamento delle pulsioni maschili, comportando il sacrificio dei nostri desideri e la rinuncia al nostro piacere.

Da questo punto di vista, per quanto possa risultare ancora poco appagante, il matrimonio, (così come la convivenza) presenta un considerevole vantaggio rispetto alla prostituzione: è passibile di mutamento. Dagli anni Settanta, grazie all’affermazione del femminismo, il rapporto sessuale all’interno del matrimonio non viene più concepito come un dovere coniugale e non risulta più necessariamente frustrante per le donne. Per un certo numero di esse è, anzi, gratificante. Se ci impegneremo a rimuovere le diseguaglianze di genere e a riequilibrare i rapporti di potere tra i sessi, potremo impostare relazioni paritarie e appaganti per i partner anche dal punto di vista sessuale.

Ma è proprio questa prospettiva ad essere preclusa per definizione da un rapporto come quello mercenario, non paritario e profondamente segnato dalla sussunzione del corpo nell’ordine patriarcale e nel sistema di valorizzazione capitalista. La sessualità che si esprime nella prostituzione è inevitabilmente mercificata e fallocentrica, incentrata sull’appagamento delle pulsioni maschili. Scrive Ferdinanda Vigliani in Lessico della differenza, alla voce Prostituzione: "Come nella cultura patriarcale il soggetto Uomo svincolato e assoluto sta al centro della filosofia, così il soggetto fallo dell’uomo sta al centro della sessualità [della prostituta]. La somiglianza non può non balzare all’occhio".

Butler riconosce, però, che le scelte sono strutturate sulla base di costrizioni iscritte nell’ordine economico. Non sono libere, appunto. Nel mondo si registra il fenomeno della femminilizzazione della povertà estesa al 70% delle donne. In Italia il 50% di esse non dispone di un reddito proprio perché non svolge un’occupazione extradomestica e quella domestica non è retribuita, la disoccupazione e la precarietà sono più diffuse tra le ragazze che tra i ragazzi, la segregazione orizzontale e verticale del lavoro femminile restringe drasticamente la gamma delle opzioni professionali e l’accesso, per chi lo desidera, alle posizioni sociali ed economiche più elevate. Una scelta può definirsi veramente libera solo se non risulta fortemente condizionata da stringenti vincoli economici, psicologici, sociali e di genere. In caso contrario, che senso ha esaltare una presunta libertà di mercificare il proprio corpo?

Butler prosegue il proprio ragionamento osservando come qualsiasi attività professionale, non solo la prostituzione, comporti l’esposizione del corpo e la sua sottomissione ad orari e a condizioni spesso gravose.

Indubbiamente lo svolgimento di qualsiasi lavoro, in particolare (ma non solo) di quello salariato, implica l’assoggettamento del corpo a forme biopolitiche di disciplinamento alienante, di subordinazione, di soggezione all’estrazione di plusvalore per la creazione di profitto.

Come osserva la femminista Carole Pateman, il contratto (in questo caso di lavoro) genera il diritto politico nella forma dei rapporti di dominio e di subordinazione. Da qui l’aspirazione a superare la forma di organizzazione della produzione fondata sul lavoro salariato.

Ma la prostituzione non è soltanto esibizione o subordinazione dei corpi, come ritiene Judith Butler. E’ molto di più. E’ penetrazione, intrusione fisica nel corpo delle donne, che spesso comporta conseguenze sul piano psicologico.

Non solo. La prostituzione sancisce la legittimazione e il riconoscimento pubblico del diritto di tutti gli uomini di disporre liberamente del corpo delle donne. Osserva a questo proposito Carole Pateman:

“Nella prostituzione, gli io delle donne sono coinvolti in modo diverso rispetto al coinvolgimento dell’io in altre occupazioni. La connessione necessaria tra sessualità e senso di sé significa che, per proteggersi, una prostituta deve distanziare se stessa dal proprio uso sessuale (3). [...] Quando i corpi delle donne vengono messi in vendita come merci sul mercato capitalistico, i termini del contratto originario non possono essere dimenticati; la legge del diritto sessuale maschile viene affermata pubblicamente e gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne. Ecco cosa c’è che non va nella prostituzione”(4).

Considerazioni riprese dalla femminista Ana De Miguel Álvarez:

“La prostituzione è una pratica attraverso cui i maschi si garantiscono l’accesso di gruppo e regolato al corpo delle donne. L’accesso è di gruppo perché tutti i maschi possono accedere, diciamo in fila, al corpo affittato, che è un “bene pubblico” (5).

Per sancire l’affinità tra la prostituzione e altri tipi di rapporto sessuale nominalmente diversi, Butler contesta, infine, la centralità e la purezza del desiderio nelle relazioni, che le appaiono spesso caratterizzate dall’applicazione della ragione strumentale, ossia dal calcolo, dalla valutazione venale della posizione economica e sociale del partner.

Questa considerazione stupisce, in quanto gli USA, dove risiede Butler, sono la nazione con il più basso tasso di mobilità sociale tra i paesi più industrializzati. Segue l’Italia dove soltanto l’8% degli appartenenti al ceto medio (maschi e femmine) ha qualche chance di accedere nel corso della vita ad una posizione sociale lievemente più elevata (6).

La maggior parte dei rapporti sessuali e sentimentali avviene all’interno della medesima classe sociale.

Ad ogni modo, al fine di evitare qualsiasi potenziale commistione tra sentimento ed interesse, sarebbe opportuno impegnarsi per conseguire il superamento della divisione sessuale del lavoro e un riequilibrio delle risorse economiche, oggi prevalentemente possedute dal sesso maschile; riequilibrio da perseguire con l’annullamento delle disparità salariali, della segregazione del lavoro femminile, del maggior tasso di disoccupazione e di precarietà delle donne, con l’estensione del welfare state, con l’introduzione di un reddito garantito ecc.

In conclusione, l’intervista di Judith Butler mi pare improntata alla celebrazione dello statu quo. Essendo assai ardua la lotta contro l’ingiustizia, si sceglie di ridefinirla come accettabile o, addirittura, come eccitante. Ci si preclude così, a mio parere, la possibilità di combattere per l’abolizione delle strutture di potere vigenti, quella patriarcale, così come quella capitalista.

Credo invece che il femminismo debba essere, parafrasando Marx ed Engels, il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

1 Judith Butler, Bodies that Mutter. On the Discursive Limits of "Sex", 1993, pp. 2-3
2 Ibidem, p.107.
3 Carole Pateman, Il contratto sessuale, Editori Riuniti, 1997, p.269
4 Ibidem, pp.270-271.
5 Ana De Miguel Álvarez, La prostituzione di donne, una scuola di disuguaglianza umana. L’articolo è stato segnalato e tradotto da Ilaria Maccaroni, che ringrazio sentitamente.
6 Nunzia Penelope, Ricchi e poveri, Ponte alle grazie, 2012, p.18.
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