Chi ha ucciso l’utopia politica?

Monica Pepe, Micromega
7 febbraio 2013

Chi ha ammazzato l'Utopia? La dittatura dell'immagine. Che prolifica incessantemente e ha interrotto l'orologio biologico dell'immaginazione.
Viviamo nell'epoca dell'autoscatto, immagine web 2.0. "Io sono, io riproduco, io sono tutte le facce che vedo".

Ma l’autoscatto genera un equivoco mortale, il rischio è che rimanga solo l’ “auto” e non ci sia più “scatto” in avanti, sfida dell’altro e del potere, che è solo più in là.

 
E’ ancora possibile una beatitudine dell’immagine dell’altro senza esserne mortificati? Senza scambiare la onnipotenza bulimica per scambio sostanziale delle contraddizioni umane e politiche che derivano dal corpo a corpo delle relazioni?

Esiste un discorso utopico sul genere sessuato? Le donne sono potenza creativa e conservazione forzata, gli uomini sono la traduzione del mondo, ontologicamente affacciati sulla finestra sul mondo.

Se l’utopia per eccellenza è che le donne non partoriscano con dolore e gli uomini non fatichino.

per vivere, la modernità meccanica per entrambi è un’evasione dal problema originario. Perché la donna ha l’obbligo di evocare e moltiplicare all’infinito la sua immagine. E l’uomo deve lavorare con fatica, perché ne va della sua, della loro estinzione.

Possibile che l’autodistruzione che disegna l’orizzonte è l’unica utopia che riusciamo a immaginare oggi? Possiamo fantasticare una nuova eterotrofia, un nutrimento diverso?

Se la donna non conserva ed ossessiona la sua immagine viene meno il motivo della sua ragione sociale e della sua esistenza in vita, se l’uomo non opera con fatica fisica o mentale, viene meno l’assunto della sofferenza iniziale, invalidato il vanto di essere sopravvissuto a quei momenti esiziali in cui ha lottato per sopravvivere al mondo e alla madre.

Sia l’uomo che la donna pretendono dispoticamente l’appartenenza alla terra, e la loro traduzione nel mondo. Immiseriti se non possono godere dell’utopia dell’uno e dell’altra. Inclini per questo alla riconoscibilità tra esseri dalle stesse movenze.

Lo scontro drammatico che ci sta consumando oggi nell’apatia collettiva è tra ‘logos’ e ‘imago’.

Traduzione o appartenenza, con una chiara circuizione egemonica della seconda sul primo. Quindi l’unico logos possibile è l’immagine, la parola soccombe e non crea nuova immaginazione utopica. Niente frattura, nessuna invasione. E allora niente ribellione, non c’è più atto politico della ribellione.

E tutte le invenzioni possibili diventano il terminale di servitù dell’immagine, sbiancate dal suo cinismo afono e seduttivo, riassorbite.

I greci non hanno mai temuto il femmineo nella politica e nella cultura, per questo l’arte era politica ed entrambi arti politiche sublimi. E per lo stesso motivo sono state entrambe distrutte.

L’Utopia deve essere cooperante o eccentrica?

Quando la politica non ha la forza della compenetrazione con una politica della sessualità viene sempre sconfitta. Lo dimostra la storia. Berlusconi nella lotta spasmodica per non farsi seppellire dal femmineo-materno lo piega alla sua meta-identità monetaria, non di uomo di potere ma di uomo destinato al ricatto. E per questo dal femmineo viene travolto, e noi con lui.

Sin dall’antichità la vita pubblica è schiava degli scandali sessuali – Antonio, Enrico VIII, Jfk, Bill Clinton – a dimostrazione che l’esclusione di un pensiero politico dalla sessualità espone gli uomini, per l’eternità, alla debolezza del ricatto del conformismo culturale di un Paese. Prima dal ricatto del femmineo-materno, poi di una corte culturalmente corrotta di uomini e donne.

I Greci avevano accettato la sfida più grande, e l’iscrizione dell’utopia in quell’intreccio enigmatico di maschile e femmineo, che solo l’atto fusivo nella lava della Storia comprende.

E per questo culla immane della civiltà. Distrutti infine dall’ipermaschile che baratta il dominio con l’universale e non è neanche l’ombra della potenza che si corica insieme al potere in rari giorni dell’umanità.

Una cornice di pensiero universale affollata unicamente da immagini totemiche infantili di divinità insormontabili, una sessualità che non è parlante nè proiettiva, per uomini e per donne, ci incarcera al circuito mentale chiuso della politica onanistica, e non può che trasformarsi in alienazione del denaro, appunto la finanza senza volto. Così si parano solo colpi al buio, come era all’origine. Per l’angoscia primordiale di fronteggiare il corpo fisico e sociale dell’altra e dell’altro. Deprivati come siamo oggi di una identità trasformativa personale e collettiva.

riflessione ultimata a margine della presentazione del libro “Utopie. Percorsi per immaginare il futuro”, a cura di Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini (Codice edizioni, 2012)
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