TSO per neo-mamme e patologizzazione estrema

Enrica, Un altro genere di comunicazione
7 febbraio 2013

Oggi leggevo questo articolo riportato su Zeroviolenzadonne. Non entro nel merito delle tesi trattate, un po’ troppo catastrofiste, sulle case farmaceutiche, le lobby del farmaco, l’inutilità dei vaccini ecc…ma prendo questo articolo come spunto per riflettere sulla crescente medicalizzazione che investe tutti e tutte, ma che in particolare si esercita proprio sui corpi e sulla salute delle donne.

Oggi assistiamo ad un proliferare di “sindromi” , dalla ormai famosa PAS, malattia non riconosciuta come tale ma alla continua ricerca di legittimazione soprattutto nei tribunali, alle numerose sindromi “femminili” come la sindrome post-aborto, la sindrome post-parto, la sindrome post e pure pre-mestruale, la quale con il nome di “disturbo disforico premestruale” è entrata nel nuovo DSM V. Il DSM è il manualone di riferimento per la classificazione delle malattie psichiatriche, un tempo comprendeva anche l’omosessualità.

Michel Foucault vedeva nella psichiatria una forma di potere normalizzante. Le scuole, le carceri, i manicomi, nella microfisica foucaultiana del potere, erano centri in cui si agiva una “biopolitica” performativa di corpi e identità.

Barboni, poveri, prostitute, reietti della società un tempo popolavano i manicomi in quanto soggetti non assimilabili al concetto di “normalità”. Gran parte della popolazione dei manicomi era femminile, isteriche soprattutto. La sindrome dell’utero errante è storicamente una di quelle malattie nate come forma di controllo sul corpo e sulla vita delle donne. Le donne che rivendicavano diritti, le prostitute, le donne sessualmente libere, le donne che degli uomini non volevano proprio saperne, tutte isteriche. Tutte da rinchiudere, nascondere, curare.

Oggi la medicalizzazione e la patologizzazione estrema passano attraverso lo psichiatria da trasmissione del pomeriggio. Nei salotti alla Barbara D’Urso non manca mai lo psichiatra di turno che con nonchalance sforna diagnosi per l’assassino, il femminicida, lo stolker.

Moltiplicarsi delle forme di controllo che si servono della banalizzazione e della smania di classificare tutto come malattia.

Ma io ci credo che una donna dopo aver abortito sta male. Ma si tratta veramente di una “sindrome” o dell’ennesimo tentativo di attacco trasversale alla legge 194? E quanto influisce su quella donna la retorica sulla maternità sacra culla della femminilità? Quanto influiscono le martellanti campagne prolife sulla vita sin dal concepimento? Dopo un aborto stai male perché sei malata o perché ti hanno dato dell’assassina? E se quell’aborto non l’hai voluto, stai male perché hai una sindrome o perché qualcun* ti ha detto che se il tuo utero non sforna figli non sei una donna proprio completa?

E la sindrome post-parto, io non ho le competenze per dire se questa è una patologia o meno, ma mi sorgono spontanei alcuni interrogativi, magari del tutto fuoriluogo, ma mi chiedo: e se quella donna era depressa già prima del parto? E se sentisse addosso la pressione della società che la vuole una super-mamma? E se il marito-compagno non condividesse con lei i compiti di cura? E se sentisse di non avere quell’istinto materno che tutte le donne dovrebbero avere? E se fosse distrutta perché con la maternità ha perso il lavoro? E se un figlio nemmeno lo voleva, ma dopo il matrimonio si sa che “bisogna” farli? Che limite c’è tra la malattia e una società che opprime e spinge le donne a ricoprire determinati ruoli, ad essere mogli e madri e lavoratrici perfette?

Strumentalizzare casi sporadici di donne infanticide per etichettare ogni singola donna come novella Medea assassina della propria prole e trovare la facile soluzione negli psicofarmaci se non addirittura in trattamenti sanitari obbligatori è un’operazione senza alcun senso o è un’operazione in malafede , è l’ennesima forma di controllo.

Beatriz Preciado parla di “regime farmacopornografico”, attraverso i farmaci si controllano i corpi e si modellano. Su di essi viene esercitato un potere per renderli docili, controllati, normalizzati. Dall’uso degli ormoni per promuovere la “femminilità biologica” e la “mascolinità biologica”, alla precoce patologizzazione e conseguente somministrazione di farmaci in età infantile, al controllo dei corpi e delle loro funzioni, in particolare del corpo delle donne, da sempre campo di battaglia sul quale il potere si esercita con le più svariate forme.

Anche questa è violenza, il potere ci vuole tutti e tutte malatissim*, per controllarci, per rinchiuderci, per curarci, per renderci “normali”.

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