La fragile architettura della famiglia

Isabella Bossi Fedrigotti, Corriere della Sera
10 febbraio 2013

La famiglia, non c'è dubbio, è il tetto. E ancora oggi, pur con paure, esitazioni, incertezze estreme, l'istinto di un uomo e una donna che si incontrano e si innamorano, è quello di costruirsi un tetto, che non è soltanto l'appartamento, la casa ma anche, forse prima di tutto, un luogo immateriale
che fornisca a entrambi una protezione contro le tempeste che la vita scatena addosso, fatte di malattie, disoccupazione, povertà e di tutti gli altri guai che ogni giorno ci toccano. Se poi i due aspettano un bambino, a maggior ragione, di solito, tentano di preparargli in qualche modo un tetto: perché è chiaro che molto più dei genitori sono i figli ad avere bisogno della protezione, del luogo riparato dove poter crescere e formarsi in piena sicurezza.

Sappiamo però che i tetti possono essere di tegole, di legno, di paglia, di lamiera, di cartone, di foglie, ciascuno differente, ciascuno con diversa capacità di proteggere. Realtà che riusciamo probabilmente a distinguere abbastanza bene ma che in molti, oggi, stiamo tentando di obbligarci a ignorare, affermando, chissà se convinti nel profondo oppure indotti da un modo di pensare che avanza o, anche, da precise scelte politiche di Paesi giustamente giudicati civili e aperti, che quel tetto immateriale sia comunque tetto e che, pur nelle sue diverse forme, più o meno sempre si equivalga.

A volte, si sa, il tetto, cioè la famiglia, è, inevitabilmente, fragile per forza maggiore, perché i genitori sono immaturi, perché sono in difficoltà economiche o perché l'amore era un'illusione; oppure perché con il figlio è rimasto uno soltanto dei due genitori — per il momento quasi sempre la mamma — situazione che negli Stati Uniti, dove è diffusissima, è considerata, soprattutto tra le classi più deboli, ma non soltanto, una delle principali cause delle devianze minorili.

Altre volte, almeno sulla carta, risulta più fragile di quel che potrebbe, per precisa volontà, come è quella, per esempio, di genitori che rifiutano, per loro convinzioni, qualsiasi forma di matrimonio, forse perché temono il suo effetto «tomba dell'amore». La loro, affermano, è comunque una famiglia, e hanno certo ragione, ma è difficile evitare l'impressione che abbiamo, sì, costruito, un tetto con travi solidissime, tralasciando, però, di legarle tra loro, e perciò resistenti più che altro nella bonaccia estiva, meno in caso di piogge e nevi.

Infine — ed è materia scottantissima di oggi — si vorrebbe che una certa forma di tetto, ancora poco conosciuta e poco sperimentata, della quale è difficile prevedere l'effettiva capacità di tenere all'asciutto — e si intendono i matrimoni tra omosessuali e il conseguente, perfettamente logico diritto di adottare dei bambini — venisse rapidamente e dappertutto introdotta per legge. E sui giornali si trovano quasi ogni giorno disegnate delle cartine geografiche che evidenziano in colori allegri i Paesi dove questo è già possibile, e in tristi, mortificanti colori beige o grigio dove, invece — in Italia per esempio — ancora no.

Inevitabilmente, lo smarrimento è grande. Gli intransigenti, si sa, sia i favorevoli a tutte le forme di famiglia, nessuna esclusa, sia i contrari, fedeli all'unica tradizionale, tra i quali il sociologo Pierpaolo Donati che sulle «famiglie artificiali» è intervenuto ieri sull'Avvenire, hanno grande chiarezza. In mezzo stanno gli altri, la maggioranza incerta e, appunto, smarrita, che cerca lumi, difficili però da trovare perché, tranne le religioni, che hanno i loro Inevitabilmente testi sacri, nessuno pare davvero in grado di dare indicazioni, di sicuro non i politici. Né il buonsenso, spesso grande e sapiente legislatore, sembra, in questo caso, poter essere un valore di riferimento.

E litigano anche i filosofi. In Francia, per esempio, dove, dopo l'approvazione del matrimonio tra omosessuali, il dibattito sul tema è particolarmente acceso, due intellettuali molto autorevoli e influenti hanno posizioni nettamente contrastanti sul tema. Sono Elisabeth Badinter e Sylviane Agacinski, entrambe mogli di ministri — la prima di Robert Badinter, la seconda di Lionel Jospin — entrambe femministe, entrambe di sinistra, che già in passato si erano scontrate sulle quote rosa: la prima spiega il suo favore alla nuova legge in base alla comune ragione umana, mentre la seconda ne motiva l'avversione in base alla comune natura umana. Parole? Sottigliezze? Tutt'altro.


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