Sulle orme di Lady Zaynab - 1

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(Moschea dell'Università di Teheran, parte femminile. Testo e foto di Claudia Borgia, Zeroviolenzadonne)
4 aprile 2013

"Nel nome di Dio, misericordioso e compassionevole, il mio nome è Samaneh e il mio cognome è Madani". Si presenta così quando le chiedo di farlo e avvio la registrazione di questa intervista che si è trasformata in un viaggio attraverso la religione, la storia, le emozioni e i ricordi.
Samaneh è una donna iraniana di religione sciita. ...

Due giorni fa, l'8 gennaio 2013, è tornata dal pellegrinaggio di Arbaeen, che milioni di sciiti, e non solo, fanno per arrivare alla tomba dell'Imam Hossein, nipote del Profeta Maometto, figlio del primo Imam Alì e di Fatima, morto e sepolto a Karbala (Iraq).

Si racconta che il 10 del mese lunare Muharram nell'anno 61 dell'Egira (10 ottobre 680 d.C.) il terzo Imam e 72 compagni, sacrificarono la loro vita per difendere la religione di Dio, la giustizia, la libertà e per combattere la tirannia di Yazid, divenuto ingiustamente califfo. Il massacro avvenne nel deserto di Karbala, nel giorno dell'Ashura e da allora, tutti gli anni, il mondo islamico sciita entra in un periodo di lutto che termina dopo 40 giorni, con l'arrivo a piedi di Lady Zaynab e di tutti gli altri superstiti della battaglia, alla tomba dell'Imam.
Samaneh ha 30 anni, è sposata e ha una bambina di 3 anni e mezzo. Ha un master post laurea in Letteratura Inglese ed ora lavora come traduttrice.

Ci siamo incontrate varie volte e l'ho sempre vista avvolta nel suo nero chador, ma il giorno dell'intervista, a casa sua, quando mi ha aperto la porta ho stentato a riconoscerla: avevo davanti a me una donna minuta, con i capelli lunghi e sciolti color castano, un paio di jeans, un maglione bianco candido e ovviamente non aveva le scarpe. Ci siamo fatte una grassa risata e ci siamo abbracciate quando, per spezzare la mia sorpresa, le ho domandato: "ma tu chi sei?".

Se in casa non ci sono uomini che non rientrino tra i parenti stretti le è permesso di stare con il capo scoperto e di non indossare il chador. Io, invece, avevo il capo coperto dalla sciarpa rossa che lei mi aveva riportato da Karbala e che mi aveva dato subito all'aeroporto. Anche io, una volta che suo marito era uscito di casa, mi sarei potuta togliere la sciarpa che avevo in testa, ma quando è uscito mi ha detto khoda-hafez (arrivederci) e al suo ritorno non volevo farmi trovare impreparata, anche se gli uomini, quando entrano in un luogo privato, sono sempre molto discreti e palesano la loro presenza da dietro la porta chiusa.

Si vedeva che era ancora stanca e soprattutto che aveva la febbre, ma sapeva che il giorno dopo io sarei ripartita e voleva mantenere la sua promessa di raccontarmi l'esperienza del cammino. Così tra vari tè e la cena, che il marito ci aveva lasciato in caldo, siamo partite per queste tre ore di viaggio virtuale.

Mi ha raccontato che non ha vissuto sempre in Iran. Gli anni delle scuole medie e superiori li ha trascorsi in America, in Colorado, e all'inizio non è stato per niente facile seguire la sua religione, pur essendo stata una sua scelta. Sì, perchè mi raccontava sua madre, mentre insieme la aspettavamo all'aeroporto, che lei, pur essendo sciita, ha lasciato i suoi figli liberi di scegliere il loro orientamento religioso. Ed è la stessa cosa che Samaneh sta facendo con sua figlia Fatima.

Samaneh: Come ti ho detto, negli anni delle scuole medie e superiori vivevo in America e molti mi prendevano in giro per il mio hejab. A volte mi tiravano il velo da dietro, sai gli americani! Oppure mi prendevano in giro dandomi della calva. Io andavo a casa, piangevo e chiedevo a Dio di darmi la forza per affrontare tutto e Dio mi ha aiutato tanto: sono diventata la studentessa più brava e tutti gli anni il mio nome era sempre al primo posto delle graduatorie. Avevano due liste, quella d'oro o quella d'argento, e il mio nome era sempre in quella d'oro.

Alcune amiche si sono arrese subito e hanno messo tutto da parte, ma io no, grazie a Dio, che mi ha dato la forza. Persino mia madre mi diceva: “Noi non ti forziamo. Puoi essere chiunque tu voglia”.

Ma prima di partire per l'America mio fratello (Nasser) ed io avevamo firmato un foglio, che era una lettera a Dio, nella quale avevamo scritto: “Dio, sappiamo che seguire la nostra religione lì sarà difficile, ma ti promettiamo di farlo, con il tuo aiuto” e Dio ci ha aiutato tanto.
Sebbene fossimo liberi, sai in America ci sono persone di diverse culture, con diversi usi e costumi, sentivamo che ci parlavano alle spalle: avendo notizie distorte su di noi (iraniani), ci chiamavano terroristi o usavano altri brutti appellativi.

Il problema della “cattiva propaganda”, come specificano loro, è molto sentito ed io, in quel mese e mezzo che ho trascorso lì non c'è stata persona che abbia incontrato per strada, nella metro o davanti a una tazza di tè, che non mi abbia domandato cosa pensassi dell'Iran e degli iraniani. E quando rispondevo, sorridendo, che l'Iran è un paese accogliente e gli iraniani sono delle persone meravigliose, la loro espressione trepidante nell'attesa di una risposta, si trasformava nel sorriso aperto che accompagnava la frase: “Italiani e iraniani sono simili!

Samaneh continua a raccontarmi la sua esperienza americana guardandomi dritto negli occhi e con il sorriso fiero e sereno di chi sa di aver fatto la scelta giusta.

Samaneh: io ho resistito e gradualmente ho trovato amici americani o di altri paesi. Mia madre mi suggeriva solamente di essere gentile con tutti. Piano piano ho fatto amicizia con una ragazza su una sedia a rotelle con la quale non parlava nessuno. Lei era rimasta vittima di un incidente stradale, non riusciva a parlare molto bene ed io ero l'unica che si sedeva accanto a lei nello scuola bus. Le ho voluto molto bene, era una persona buona, pura. Una volta mi domandò: “mi puoi portare un velo?” ed io: “Perchè? Tu sei cristiana! Non devi indossare nulla!” e lei: “voglio solo vedere come mi sta”. Il giorno dopo glielo portai. Poi lei mi disse che l'aveva attaccato al muro e a chiunque entrasse nella sua casa spiegava che quello era il regalo di un'amica musulmana.
Ho così tanti ricordi!

Per esempio: nella classe di grafica c'era un vecchio professore che ogni volta che entrava ci dava il progetto di quello che avremmo dovuto disegnare e, senza dire altro, metteva della musica, musica pop che faceva tipo bum bum bum, e la spegneva solo alla fine della lezione. Erano così rumorose quelle lezioni che una volta gli dissi, molto gentilmente, che nella mia religione si parla degli effetti negativi di un certo tipo di musica e che anche la scienza aveva provato che induce al nervosismo, mentre invece la musica tradizionale, con una voce soft, induce alla calma. Egli fu così gentile da rispondermi: “o figlia mia! Perchè non me l'hai detto prima?!” e spense la musica. Io gli dissi che gli stavo solo chiedendo di abbassare il volume, quindi lo ringraziai e tornai al mio posto.

A quel punto un ragazzo nero venne verso di me e mi domandò: “Posso diventare musulmano?” ed io: “Cosa?! Ma che dici!? Aspetta!”.  Mi spiegò che aveva sentito quanto il Profeta rispettasse i neri, esattamente come i bianchi, e che la prima persona che ha iniziato a chiamare per la preghiera, per l' adhan, fu Bilal, un nero. Effettivamente la prima persona alla quale il Profeta diede il permesso di chiamare la preghiera fu proprio Bilal e lui era nero (di origine etiope). In Arabia Saudita si stupirono tutti e domandarono al Profeta perchè avesse fatto quella scelta. Lui rispose: “é quello che Dio mi ha chiesto di fare” e di nuovo vedo quel sorriso fiero e sereno. Il ragazzo nero mi disse che era veramente interessato all'Islam. Gli risposi che avrebbe dovuto studiare tanto e mio fratello iniziò a prestargli dei libri. Non so cosa sia successo in seguito, perchè poi noi tornammo in Iran.

Dopo anni passati all'estero Sarah, la mamma di Samaneh, ha convinto suo marito, ingegnere, a farsi trasferire definitivamente in Iran. Nasser, il fratello più grande di Samaneh, vive ancora in Colorado con tutta la sua famiglia. E' un concelor e anche lui sta cercando di tornare in Iran. Mi hanno detto che non è facile vivere lontano dalla propria patria e in un mondo così diverso.

Samaneh continua a parlarmi dei suoi ricordi americani: Nella nostra moschea c'erano molti cristiani che si erano convertiti all'Islam Sciita, molti americani. Ricordo che c'erano delle persone provenienti da una famiglia cristiana, molto devota, ed io credo che la ragione per la quale loro fossero delle brave persone fosse proprio perchè la loro famiglia era una buona famiglia. Sai, in America ci sono molti cristiani che non si comportano come tali, invece queste persone e le loro famiglie, si comportavano secondo gli insegnamenti di Gesù Cristo. Per esempio pregavano e non avevano relazioni sentimentali illegali e io credo che sia stata la purezza delle loro famiglie a fargli scegliere la giusta via. Ho conosciuto anche un uomo che prima è diventato sunnita, poi, dopo aver conosciuto la storia degli Imam, dell'Imam Hossein, dell'Imam Alì e di Fatima (figlia del Profeta Maometto), si è convertito allo sciismo.

(1 - continua)

Ultima modifica il Giovedì, 18 Aprile 2013 09:23
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