Quella dura che non ci piaceva… Eppure oggi so che devo un grazie anche a lei

Etichettato sotto
Corriere della Sera
08 04 2013

La Gran Bretagna era un Sogno. Poi è arrivata Mrs Thatcher, con i suoi capelli cotonati e il suo conservatorismo puro e duro. Piaceva a mia mamma, a me no.    

di Sara Gandolfi

Non mi piaceva Margaret Thatcher. Anzi, non la sopportavo proprio la Lady di Ferro che smantellava pezzo per pezzo quello che per me, poco più che adolescente, era il (raggiungibile) Sogno inglese. Altro che American Dream. Negli anni Settanta i giovani guardavano ancora all’Europa, o meglio a quell’isola di cui studiavamo affamati la lingua, immaginando, noi figli di una piccola borghesia ancora molto provinciale, un futuro cosmopolita che i nostri vecchi non avevano mai visto.

La Gran Bretagna era trendy, trendissima, anche se la parola non era ancora trendy come oggi. C’era il rock, Carnaby Street, gli shorts (liberatoria evoluzione della minigonna di Mary Quant). E un welfare state che l’Italia se lo sognava proprio. Poi è arrivata Mrs Thatcher, con i suoi capelli cotonati e il suo conservatorismo puro e duro. Piaceva a mia mamma, a me no.

L’11 maggio 1979 i Clash, capofila intellettuali del punk inglese, pubblicano «The cost of Living», la cui copertina in origine avrebbe dovuto mostrare il volto della Thatcher sormontato da una svastica. Alla fine, il leader del gruppo, Mick Jones, pose il veto: «Non voglio politici sulla mia copertina». Quello stesso giorno, Margaret Thatcher iniziò la sua lunghissima stagione al governo.

Per molti giovani, infarciti di idealismo e di vaghe idee di sinistra, era la fine di un Sogno.
    A noi ragazze non importava nulla che Margaret fosse una donna, una di noi. Allora, non sembrava così importante. Forse davamo per scontato che i tempi fossero cambiati, che non saremmo mai tornate indietro, che non ci fosse davvero nulla di strano se in quel paese dove il futuro era già realtà, quell’Uk dove tutto era più avanti di millenni, una donna salisse con tale facilità alla poltrona più alta. Ci saremmo arrivate presto anche noi, pensavamo.
Non mi piaceva la Thatcher, tifavo i lavoratori in sciopero, per quel sindacalista dai capelli rossi a capo dell’Unione Nazionale dei Minatori che fino all’ultimo tentò di tenerle testa. Alla fine Arthur Scargill si arrese. E con lui i minatori. L’Iron Lady andò avanti a testa bassa, privatizzò tutto il privatizzabile. E involontariamente diede vita a una stagione ancor più elettrizzante per i giovani di tuttta Europa. Il fermento politico e musicale dell’Inghilterra anni Ottanta sfociò in una musica nuova, a tratti esaltante.

    Uno dei più interessanti sottoprodotti della protesta contro l’austerità thatcheriana fu la rinascita della musica ska, con bande di ensemble di grandi dimensioni come il Beat. Che dedicò alla Thatcher una canzone che risuonò in tutto il continente. «Stand down Margaret».
Non dirò che Margaret Thatcher oggi mi piace soltanto perché non c’è più. La politica di Margaret Thatcher, anche se oggi sono sicuramente molto meno sinistrorsa di allora, continua a non convincermi: il costo sociale delle sue politiche di austerità ha avuto ripercussioni abnormi su tutta la società inglese, costi che sono ben visibili ancora oggi in alcune zone del Paese. Costi che un regista straordinario come Ken Loach ha più volte illustrato al pubblico mondiale.

Margaret Thatcher non deve essere stata neppure un gran buona madre, visti i pasticci e gli scandali in cui è rimasto invischiato il figlio Mark.
Però, oggi, rendo onore anche io a Margaret Thatcher, in quanto donna di potere. O meglio, donna che ha visto il potere e non ha esitato a prenderselo. Con successo.
Guardo le foto dell’attuale «club politico» inglese (tutti maschi) e rimpiango Margaret, i suoi capelli cotonati e le sue borsette. Come, forse, un giorno, rimpiangerò Angela Merkel, conservatrice come lei ma molto più «morbida» socialmente di lei. Anzi, spero di no. Spero di non rimpiangere nessuna di loro. Immagino già una lunga serie di donne, serie, intellettualmente preparate e psicologicamente pronte a prendere il potere. Anche qui, in Italia. E a cambiare le carte. A destra, a sinistra e, perchè no, anche al centro. Grazie, Signora Thatcher.


Altro in questa categoria: Il rap che rispetta le donne »
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook