Il ministro a sorpresa

Stefania Ragusa, Corriere Immigrazione
28 aprile 2013

Tanto vale dichiararlo subito: non ce lo aspettavamo. La decisione di affidare il ministero dell'Integrazione (e non dell'Immigrazione, non si tratta di sfumature) a Cécile Kashetu Kyenge non scioglie le contraddizioni né trasforma la sincretica compagine di governo nell'esecutivo che sognavamo, ma certo la pone sotto una luce differente. ...

Perché, con questa scelta, il presidente del Consiglio mostra di riconoscere in modo non formale la rilevanza del tema multiculturalità. Sì, potrebbe trattarsi di un’azzeccata manovra di marketing, ma chi conosce Cécile (e Letta la conosce) sa che non è certo lei il soggetto più adatto con cui tentare questo genere di operazioni. Kashetu Kyenge, medico oculista, portavoce nazionale della Rete Primo Marzo, presidente delle associazioni Dawa e Giù le frontiere e neoparlamentare Pd, è una figura magari poco nota ai media mainstreaming, ma imprescindibile per chi si occupa di immigrazione e lotta al razzismo. Per noi di Corriere Immigrazione è un’interlocutrice ricorrente (in calce trovate i link a vari articoli scritti da lei o su di lei) e una compagna di strada.

Cécile, come l’ha trovata questa nomina?
Mi ha trovata a Bologna, impegnata al dossier sul razzismo istituzionale che sto realizzando con l’associazione Giù le frontiere. Ha sorpreso me, come voi, ha stravolto i miei piani per il fine settimana e non solo, ma non mi ha colta impreparata. Da quando sono entrata in Parlamento ho lavorato a molte cose (proposta di legge sulla cittadinanza, interpellanza su Affile e altre iniziative slegate dall’immirazione, ndr) e, in particolare, stavo promuovendo un gruppo trasversale sulle politiche dell’immigrazione e presentando la richiesta di un’agenzia che si occupasse delle tematiche dell’integrazione.

In più occasioni ha parlato del passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli come di una priorità. Sa che Gasparri ha già detto che loro non la voteranno mai.
Non mi spaventa Gasparri, non mi spaventa chi non la pensa come me né le minacce che arrivano da destra. Nella mia vita mi son dovuta confrontare con situazioni anche molto più dure. Certo, non mi sfugge che, in questo caso, l’ostilità arriva da un partito che fa parte della coalizione di governo. Vuol dire che lavoreremo sodo per trovare terreni di condivisione.

Gasparri non la spaventa. Cosa, invece, riesce a intimorirla?
In questo momento sento moltisimo la responsabilità di questo incarico. La sento davanti a chi ha molte aspettative verso di me e a tutti i cittadini. E riguardo a questa cosa, vorrei dire che da soli non si va da nessuna parte. È fondamentale lavorare insieme. Bisogna cercare insieme nuovi stili di vita, nuove forme di convivenza. Andare oltre la contrapposizione tra noi e loro, sottolineare come sia cambiata e continui a cambiare la società italiana anche per effetto dell’immigrazione e trovare le parole e i modi giusti per dire e valorizzare questo cambiamento.

Anche la scelta di nominare il ministero dell’Integrazione e non dell’Immigrazione pura e semplice va in questa direzione.
Infatti. Segna una differenza di passo. L’integrazione non è l’assimilazione: è un processo dinamico, che non riguarda una parte sola, ma tutte le componenti sociali.

Lei in molte occasioni si è espressa a favore della chiusura dei Cie. Ritiene che sia possibile raggiungere questo obiettivo?
È possibile, ma è necessario che la cosa venga affrontata contestualmente a livello europeo: le politiche sull’immigrazione devono essere uniformate e rese coerenti a livello europeo. In ogni caso, la mia opinione è nota e io intendo muovermi in modo coerente, su questa questione ma anche su altre, come la lotta al razzismo istituzionale e l’abrogazione della Bossi-Fini.

È stata presentata da vari giornali come la prima parlamentare africana. Adesso si aspetta che qualcuno le apponga l’etichetta di primo ministro africano?
Già. Credo che le intenzioni di chi mi ha definita in questi termini fossero buone e, cioè, evitare la parola nero che secondo alcuni poteva essere considerata offensiva. E, invece, in questo modo, è stato fatto un errore grossolano: se io fossi solo africana non sarei potuta entrare in parlamento. Io sono italocongolese. Questa è la definizione giusta ed è anche un’espressione, che con declinazioni diverse (italosenegalese, italoperuviano…) è e sarà sempre più ricorrente in questo paese. È un segno dei tempi che cambiano. La fatica di trovare le parole giuste e corrette per dire le cose che succedono è un segno del ritardo culturale. E tra i compiti di un ministero dell’Integrazione c’è anche quello di  impegnarsi per colmare questo ritardo.
 
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