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Sbatti gli abusi sessuali in tv

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Giornalettismo
21 05 2013

La storia di Anna Hall, da quasi vent'anni in prima linea contro il traffico di bambini inglesi

di Valentina Spotti

“Tutti sanno cosa sta succedendo qui, ma non troverai mai nessuno disposto a dirlo apertamente”. L’avventura di Anna Hall, regista di Leeds, comincia diciassette anni fa quando casualmente viene a conoscenza di un gruppo di uomini di origini pakistane ma di cittadinanza britannica che rapiscono e violentano ripetutamente ragazzine inglesi, trasformandole in piccole schiave del sesso. La sua missione diventa così quella di raccontare queste atrocità all’opinione pubblica, attraverso una serie di documentari in cui si fa luce sulla tremenda realtà del traffico di esseri umani. La svolta nel 2002, quando la Hall ottiene l’accesso ai documenti dei servizi sociali di Bradford, potendo quindi seguire in prima persona le storie di queste ragazzine misteriosamente scomparse.
 
MADRI TERRORIZZATE - Alla vigilia della messa in onda sulla tv inglese del suo ultimo documentario, The Hunt for Britain’s Sex Gangs, Anna Hall racconta la sua esperienza al Guardian, ricordando le storie di due madri di Keighley, un quartiere di Bradford. “Una aveva tre figlie – racconta – Le due maggiori erano state molestate. Era terrorizzata dall’idea che potesse accadere anche alla più piccola, che aveva soltanto dodici anni. Si è trasferita subito dopo la fine delle riprese del documentario. L’altra donne, invece, aveva mandato via la figlia, credendola al sicuro. Invece l’aveva fatta tornare tra le mani del suo aguzzino”.

LE ACCUSE AI DOCUMENTARI - I documentari di Anna Hall sono stati spesso osteggiati dalle autorità locali: molti politici del West Yorkshire hanno tacciato il suo lavoro di essere propagandistico e in diverse occasioni la messa in onda è stata sospesa, specie durante il periodo elettorale. Nel 2004 uno dei suo documentari è stato visto da quasi due milioni di telespettatori ma, come racconta la regista  stessa “Abbiamo risvegliato alcune coscienze, ma la pellicola è sparita dalla circolazione. Mi chiedo se abbiamo fatto la cosa giusta. So di non essere razzista, lo so dal profondo del mio cuore”.
 
“NESSUNO NE PARLA” - C’è ancora molto su cui lavorare. In primo luogo, racconta la Hall, bisogna imparare a gestire gli abusi psicologici: “Il documentario mostra come in altri paesi le cose vadano meglio. Noi non abbiamo nessun tipo di assistenza vera è propria: conosco un sacco di ragazzine che sono state profondamente ferite e c’è da chiedersi come entreranno nell’età adulta. Sono terrorizzate da quello che potrebbe succedere loro se denunciano i loro stupratori: credono alle minacce contro i loro genitori e i loro fratelli. Dopotutto hanno solo dodici anni. Guardo i miei figli, hanno dodici anni anche loro. E non ho idea di come risolvere questa situazione. Di sfruttamento sessuale minorile non si parla da nessuna parte, nemmeno nelle scuole – conclude la regista – Eppure quando una ragazzina che prima andava bene a scuola comincia a marinare le lezioni, quello è un segnale che qualcosa non va”.
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