L'uso offensivo dell'obiezione di coscienza

Stefania Friggeri, Noi Donne
8 Settembre 2013

"Antigone è un'incarnazione esemplare dell'obiezione di coscienza". Così Stefano Rodotà, che argomenta: a Tebe, dopo la guerra fra Eteocle e Polinice, Creonte, preso il potere, vieta di dare sepoltura a Polinice. La pena per chi disobbedisce è la morte. Ma Antigone cosparge di cenere il corpo del fratello e gli tributa onori funebri.
La fanciulla non solo confessa ma rivendica la nobiltà del suo gesto, anche se contrario alle leggi dello Stato, e accetta di pagarne le conseguenze.

A parere di Rodotà, dunque, gli obiettori odierni (ginecologi, farmacisti ecc.) “hanno addomesticato” l’obiezione di coscienza “facendo(ne) un uso offensivo”: perché sia Antigone, nella tragedia di Sofocle, sia gli obiettori di coscienza alla leva militare prima del 2005, hanno disobbedito ad una legge dello Stato che non prevedeva “la libertà di” ma imponeva obblighi a tutti i cittadini; e pertanto chi disobbediva veniva punito perché reo di attentare all’esistenza stessa dello Stato, che si fonda sull’obbedienza alle leggi. Oggi invece il ginecologo obiettore viene autorizzato all’obiezione proprio dalla legge 194, che gli permette di esercitare una libertà di scelta (praticare o no l’aborto), ovvero: se sceglie di obiettare, si avvale del diritto di “sottrarsi in via eccezionale” ad una norma di legge; e questo senza pagare alcun prezzo, come Antigone o gli obiettori alla leva obbligatoria, anzi guadagnando spesso in termini di carriera e di gratificazione personale sul lavoro.

Conclude Rodotà: “l’obiezione dovremmo chiamarla in modo diverso quando la legge la permette: libertà, opzione, facoltà”. Inoltre questa libertà di sottrarsi ad una norma prevista dalla legge non solo non minaccia la solidità dello Stato ma l’obiettore, esercitando il diritto di scelta, lede il diritto delle donne che chiedono l’IVG (interruzione volontaria della gravidanza).

Diritto che infatti la legge prevede venga tutelato (può obiettare l’individuo non l’ospedale) attraverso un’adeguata organizzazione del sevizio: mobilità del personale (e invece oggi accade che siano le donne a muoversi da un ospedale all’altro, da una città o da una regione all’altra, o addirittura migrando all’estero), proporzione equilibrata fra il numero di obiettori e non obiettori (e non le chiamate “a gettone” o altre trovate).

Tenendo presente inoltre che “L’obiezione del libero professionista è cosa diversa da quella di chi sceglie di operare come dipendente in un ente pubblico, che ha come missione specifica quella di fornire al pubblico un servizio il cui contenuto è definito dalla legge…Un bando di concorso in un ospedale pubblico che descrive le mansioni che il vincitore sarà chiamato a svolgere implica evidentemente da parte del concorrente l’accettazione del relativo dovere e l’esclusione di obiezioni. L’obiezione di coscienza che taluno avanzi nei confronti di questa o quella specifica attività dovrebbe portarlo a non partecipare al concorso e a orientarsi professionalmente altrove” (Gustavo Zagrebelsky).

E invece la regressione culturale che investe il paese si esprime nell’elevato numero di obiettori e nel riemergere dell’aborto clandestino; nella visione della donna come contenitore sul cui corpo il legislatore può legiferare senza tenere conto della sua volontà; nell’idea che “fin dal momento del concepimento” sia in vita una “persona” che entra in conflitto con la madre facendone un’ assassina. E non va dimenticato che l’attuale dibattito sull’obiezione di coscienza si accompagna al depotenziamento della sanità pubblica con l’obiettivo di privatizzare ulteriormente il campo sanitario, occasione di profitti e business.

E’ un caso che alla diminuzione dei consultori pubblici, cui si nega il necessario finanziamento, corrisponda il moltiplicarsi dei consultori privati dove, essendo la contraccezione un peccato, la politica di prevenzione dell’aborto si fa attraverso la dissuasione?. Questa concezione schizofrenica, contraria contemporaneamente ai contraccettivi e all’aborto, verrà corretta da papa Francesco? O la chiesa di Roma, come il mondo politico italiano, per realizzare un vero cambiamento ha bisogno di donne e di giovani?

È certo, infatti, che la 194 è una legge inaccettabile per i cattolici integralisti poiché si basa su due principi indigeribili: l’autodeterminazione della donna e la valorizzazione della sanità pubblica. Di fronte al torpore morale della classe dirigente ancora una volta dobbiamo mobilitarci, chiamando al nostro fianco gli uomini che hanno a cuore i diritti e la salute delle donne. In Toscana infatti è già sorto un comitato, ed altri dovranno sorgere per chiedere: il rispetto della 194 che riconosce alle donne la sovranità sul loro corpo; il finanziamento dei consultori istituiti per difendere la salute psicofisica della donna; la presenza in tutti gli ospedali e nei centri accreditati di un numero di medici pari almeno al 50%; l’adozione in regime di day hospital dell’aborto farmacologico RU486, da presentare alle donne come opzione rispetto a quello chirurgico; la promozione dell’educazione sessuale attraverso la scuola, i consultori, i siti in rete (es. delle pari opportunità); l’allontanamento dalle strutture in cui si autorizza o si pratica l’IVG della presenza molesta del volontariato cattolico; l’abbandono del lassismo con cui si permette ai farmacisti, colpevoli di “interruzione di pubblico ufficio”, di negare la pillola del giorno dopo o altro contraccettivo.

 
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