Donne che aiutano le donne

Sara Pasquino
24 settembre 2013

Sono le nove del mattino quando arrivo al Centro Provinciale di Roma per donne vittime di violenza.
Mi accolgono quattro ragazze sorridenti e due telefoni che non smettono di squillare, mi dicono 'è lunedì non ti preoccupare', mi accorgerò presto che non è affatto vero, qui ogni giorno è lunedì.

La mia ansia inizia a crescere mentre una ragazza gentile mi fa subito vedere tre cose fondamentali da cui partire, un'agenda dove segnare gli appuntamenti con le donne, un diario che loro chiamano 'di bordo'  a conferma della sensazione di trovarmi su una nave in tempesta, dove segnare le informazioni importanti da lasciare a chi sarà di turno dopo di loro e due cartelle con le schede delle donne che incontreremo quel giorno, infine aggiunge 'non dimenticare di leggere il faldone delle donne ospiti'.

Le chiamano così le donne che vivono nel Centro, sole o con i loro bambini, è un raccoglitore grosso e pesante non solo materialmente, con dentro le loro storie di dolore.
 
Inizio a leggere la cartella di Laura che incontreremo di lì a poco, ha 44 anni due figli e un marito che in 20 anni di matrimonio non ha perso occasione per maltrattarla, picchiarla e umiliarla.

Non riesco neanche a finire di leggere che mi ritrovo in una stanzetta senza finestre con di fronte questa donna, mamma e per sua sventura moglie, ma mi accorgo con stupore che nei suoi occhi non regna la tristezza che mi aspettavo, non è uno sguardo senza speranza, senza luce, tutt'altro.

Viene al centro da molto tempo e da due mesi il marito è andato via di casa. É riuscita finalmente a cucinare senza la paura di aver messo troppo sale o poco olio e a pranzare con i figli ridendo, senza urla o insulti e mentre ce lo racconta continua a ringraziare queste due ragazze che la ascoltano attente e sorridenti.

Non conosco la loro età, ma non avranno più di cinquant'anni in due, resteranno nel Centro tutto il giorno, andranno via solo la sera, stanche, dopo aver ascoltato altre storie terribili, organizzato turni di lavoro, aiutato le donne ospiti a fare i conti con la vita quotidiana e ascoltato i loro piccoli bambini incazzati, scritto relazioni su relazioni per avvocate e psicologhe, concordato inserimenti difficili in scuole materne e non da ultimo risposto a tantissime telefonate di donne in panico che chiedono di poter fare un colloquio e che fortunatamente non vedono i loro occhi che scorrono disperati le pagine di un'agenda cercando un buco, un'ora per dar loro una speranza.

La mattinata, visti i ritmi frenetici, passa velocemente e mi ritrovo a tavola con le operatrici, le donne ospiti della struttura e i loro figli, si mangia tutti insieme, solo che a differenza di Laura, negli occhi di chi vive qui c'è il vuoto, traspare la sofferenza che le ha segnate.

Sembrano tutte più grandi della loro età, vengono da Paesi diversi, parlano lingue diverse e hanno abitudini diverse, ma in comune un identico destino, hanno incontrato uomini violenti, crudeli, che di loro hanno abusato, sono state picchiate, violentate, annullate, costrette a scappare dalle loro case e dalle loro cose, per venirsi a rifugiare qui.

E solo qui hanno ricominciato a vivere, solo ora sono riuscite a guardare i loro figli senza vergognarsi, ad andare a dormire senza paura e a dire ciò che pensano senza timore.

É facile pensare che posti come questo non dovrebbero esistere perché non dovrebbero esistere uomini che pensano alle donne come ad oggetti di loro proprietà, esseri inferiori di cui poter fare ciò che si vuole, ma purtroppo tutto ciò accade da sempre sotto lo sguardo disattento di noi tutti.

É solo grazie a strutture come il Centro Provinciale di Roma, fatto da donne che aiutano altre donne, dove la sorellanza ha un significato profondo, che nascono speranze per un mondo migliore.

Il giorno prima di ripartire partecipo ad un incontro che settimanalmente si tiene tra operatrici e donne ospiti e qui mi accorgo della bravura della responsabile del Centro.

Parla a queste donne come se le conoscesse da sempre, loro si aprono, raccontano, piangono, si sfogano e conclude la riunione ricordando a tutte l'unica verità, non è colpa loro se si trovano in questa situazione e che l'unico modo per uscirne è quello di circondarsi di altre donne, che solo unendosi, sentendosi una famiglia vera, non come quella nella quale hanno vissuto fino al loro ingresso nel Centro, potranno ritornare ad una vita, potrà loro essere restituita una vita. E – aggiungo io - a restituirgliela sono anche queste operatrici che passano giorno e notte a mandare avanti con quattro spiccioli una nave in tempesta.

É arrivato l'ultimo giorno della mia permanenza al Centro, è dal primo pomeriggio che ho il magone e per una come me che piange ad ogni film, non è  facile non piangere, non ce la faccio.

Mi scende qualche lacrima quando saluto i bambini che mi abbracciano come se mi conoscessero da tanto tempo e mi chiedono ”ma torni?” e piango silenziosamente quando saluto le operatrici perché mi dispiace lasciare questo posto carico di sofferenza, ma pieno di speranza.

Andando via cerco di rielaborare tutto il dolore vissuto in questi giorni e scopro che il pensiero che finalmente anche in Umbria avremo due Centri antiviolenza mi restituisce il sogno di potermi sentire nuovamente parte di un viaggio, di un percorso di un laboratorio dove poter costruire fiducia di genere sulle orme di queste giovani grandi donne che tanto hanno saputo insegnarmi in così poco tempo.

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