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Sì vuol dire sì

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Intersezioni
04 10 2013

Grazie a Margaret Cho, a “Yes means yes” e a Drew Falconeer per la sua traduzione.

Mi sorprendo sempre quando penso a quanto sesso ho fatto in vita mia che avrei preferito non fare. Non lo considero propriamente stupro, e nemmeno "date rape", quanto semmai una specie di stupro dello spirito – una rappresentazione disonesta del mio desiderio per compiacere un’altra persona.

Ho detto di sì perché sentivo troppo complicato dire di no. Ho detto di sì perché non volevo dover difendere il mio "no", qualificarlo, giustificarlo – meritarlo. Ho detto di sì perché pensavo di essere così brutta e grassa che dovevo fare sesso ogni volta che me ne offrivano la possibilità, perché chissà quando me l'avrebbero offerta di nuovo.

Ho detto di sì a partner che non avevo mai desiderato, perché dire di no dopo aver detto di sì dopo così tanto tempo avrebbe reso la nostra intera relazione una bugia, così ho dovuto continuare a dire "sì" per poter conservare il mio "no" come un segreto. E' un modo veramente incasinato di vivere, e un modo orrendo di amare.

Così oggi dico di sì solo quando voglio dire sì. Questo richiede vigilanza da parte mia, per essere sicura che non mi scatti il pilota automatico e le persone facciano quello che vogliono, e mi costringe a essere veramente onesta con me stessa e gli/le altr*.
Mi fa ricordare che amare me stessa significa anche proteggermi e difendere i miei confini. Dico di sì a me stessa.

Margaret Cho, “Sì vuol dire sì”

Lorenzo Gasparrini

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