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Testimoni di ingiustizie

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Sud de-genere
16 10 2013

Sabato 19 verranno celebrati i funerali di Lea Garofalo, a Milano. Oggi, mi sento di dire che, anche se la figlia Denise avesse desiderato diversamente, la Calabria non avrebbe comunque meritato di accogliere gli amabili resti (ma forse, possiamo dire che giusto l’Australia avrebbe dovuto accoglierli). Mi turba, piuttosto, la netta sensazione che, in Calabria, molte e molti sarebbero ben lieti di lasciare Lea nell’oblio delle coscienze, di non doverne sentire più parlare, come non fosse mai esistita.

Ancora oggi, dopo tutti i fiumi di parole spese, soprattutto quelle di Lea, la maggior parte di chi ne scrive lo fa chiamandola “pentita, collaboratrice”, facendomi saltare sulla sedia, visto che una delle sue laceranti battaglie in vita è stata proprio quella di essere riconosciuta come TESTIMONE DI GIUSTIZIA. Del resto, la sorella Marisa, neanche un anno fa mi diceva

«Mi chiedo se si sia fatto poco a livello istituzionale, me lo chiedo perché mi tormenta il pensiero che tutto questo si sarebbe potuto evitare. Quando c’è stato il suo tentato rapimento, Lea ha denunciato. Quando le hanno chiesto chi poteva essere stato, lei ha fatto il nome di Cosco. Quando ha dovuto testimoniare contro suo fratello e contro il padre di sua figlia, lei ha testimoniato, perché – come ha avuto modo di scrivere – voleva una vita libera e un futuro migliore per sé e sua figlia. Ma per fare qualcosa hanno aspettato che morisse. La chiamavano collaboratrice di giustizia invece di testimone, facendo così in modo che si sentisse marchiata. Voleva far cambiare il cognome alla figlia e non c’è riuscita. Quando le spostavano da un posto all’altro, perché nei pressi della loro abitazione notavano presenze particolari, cadeva nello sconforto e si chiedeva come avessero fatto a sapere dove abitavano. Neanche io lo sapevo. Allora i suoi timori aumentavano e non si fidava nemmeno della scorta. Lei non è stata
zitta. Ha continuato a denunciare, sempre e nonostante tutto».

(da La figura rimane, di Doriana Righini in Contro Versa, autrici varie, sabbiarossaED, Reggio Calabria 2013)

Mi sono avvicinata in punta di piedi a Lea. Mi sono accostata in punta di piedi finendo, nel corso del tempo, col sentirmi vicina a lei, col pensarla con sofferenza, finendo col sorridere ogni qual volta ne scorgevo nei ritratti quella luce vivida negli occhi, che ormai è familiare a me (e a tanti altri), finendo così col sentirmi TESTIMONE DI INGIUSTIZIE.

Credo (e spero vivamente), che sabato Milano sarà piena di gente che vorrà ricordare Lea. Il mio pensiero, dalla Calabria, volerà da tutti loro, ma soprattutto andrà alla figlia Denise, mentre qui sarà un giorno come tutti gli altri. Credo sia urgente che Istituzioni, amministratori e chi di dovere facciano sapere a Denise quando potrà finalmente sentirsi libera. Lei che, pur conoscendo la vita gravosissima dei testimoni sotto protezione avendola sperimentata fin da piccola con Lea, ha scelto di testimoniare contro il padre dando un contributo fondamentale alle indagini. Rinunciando a tutto quanto non fosse agito in direzione di un profondo senso di Giustizia, sulla strada percorsa dalla madre.

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