A proposito del "25 novembre. Sciopero delle donne"

Uno scambio di mail tra le socie della Lud di Milano

“Care amiche,
a proposito dello sciopero delle donne, è intercorso un interessante scambio di mail, riporto la mia opinione, se volete contribuite.
Io sono un po' perplessa.

La cosa del drappo rosso, e dell'indossare qualcosa di rosso, mi vede concorde.
La definizione di "sciopero": no. Sciopero da chi? Chi sono "i datori di lavoro" verso cui manifestiamo?

Mi pare che nella definizione di sciopero si sottolinei una definizione di donna come subalterna, come lavoratrice che presta la sua forza lavoro a qualcuno, gerarchicamente sopra di lei, per la produzione di qualcosa. Io non mi rispecchio in questa definizione.

Se il "lavoro" in questione è quello di cura, be'. Sono assolutamente persuasa che il lavoro di cura non spetti (d'elezione) alla donne. Se è altro..non so immaginare cosa si intenda con "lavoro"? L'amore? L'accoglienza? La storia sessuale? Non capisco. Non ho mai vissuto la vita di coppia come un compito che spettava a me.

E in ogni caso non vedo rapporti analoghi al lavoro nella violenza di genere.

Estenderei il drappo rosso anche agli uomini, prima di tutto perché non sono d'accordo con la contrapposizione uomini/donne in generale; secondariamente perché la violenza sulle donne è un tema che riguarda tutti, senza distinzioni di genere (includendo nella parola "genere" tutti i generi), e del resto non è solo sulle donne; ed infine perché credo che il posizionamento vittima donna/carnefice uomo, non ci aiuti ad uscire dalla mentalità che nutre la violenza; e invece mi piacerebbe vedere, sentire, sperimentare, e lavorare a qualcosa di nuovo che cambi veramente la cultura e la visione.

Concludendo, la violenza sulle donne è un tema ormai di moda, abusato al punto di diventare strumento di marketing (vedi campagna Coconuda con la Tatangelo), quando non direttamente prodotto (le tante iniziative dalle origini fumose, e i bei discorsi politici); quindi ho cominciato a diffidare dall'aderire alle campagne contro la violenza. Ma mi rendo questo che questa è una mia scelta personale, opinabile e forse un po' pregiudiziale.
Sono aperta al dibattito, e anzi, accolgo volentieri delucidazioni sulle cose che non ho capito.

Alessandra Ghimenti
(giornalista, video maker, socia e docente di riprese video alla Lud)


“Cara Alessandra,
non avrei potuto esprimere meglio le mie perplessità sulla scelta dello ‘sciopero’ -una pratica sindacale che presuppone una controparte, una trattativa-  quando si tratta di affrontare un tema così complesso e sfuggente alla logica delle ‘rivendicazioni’, quale è la violenza maschile contro le donne in tutte le sue forme, invisibili e manifeste: dall’illusione amorosa di appartenenza intima a un altro essere ai maltrattamenti, dalla misoginia diffusa nella cultura alta come nel senso comune agli omicidi domestici.

Accomunare quelli che sono obiettivi di lotta o di contrattazione legati al lavoro, alla persistente marginalità delle donne nella sfera pubblica, in una iniziativa che proclama di essere innanzi tutto “contro gli uomini che odiano le donne”, non so che senso abbia, tanto più quando si mettono insieme con “i padroni, lo Stato, il governo, le istituzioni che odiano le donne, che non ci difendono”.

Quello che si capisce è che il “25 novembre” ormai va bene per tutti e tutte, per chi fa spettacoli sugli aspetti più morbosi della violenza contro le donne, e per chi pensa di passare sopra alle consapevolezze, agli interrogativi –ma anche alle difficoltà, ai conflitti- che ha dovuto affrontare finora il movimento delle donne ricorrendo alla logica di consenso immediato quanto fuorviante della ‘vittima e del carnefice.
Le socie e le amiche della Lud, che hanno risposto alla tua mail, condividono quanto hai scritto”.

Lea Melandri

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