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Moretti e gli insulti sul web: perché una legge non deve partire da casi personali

Corriere della Sera
09 02 2014

 

Se un testo parte da casi personali, accaduti a parlamentari e figure istituzionali, perde di efficacia, perché acquista l'odore di legge ad personam.

di Marta Serafini


Stamattina, come molti, ho letto la lettera che Alessandra Moretti del Pd ha scritto al Corriere della Sera annunciando una legge contro l‘hatespeech (l’odiosa pratica in rete di prendere di mira qualcuno e insultarlo). Come tanti altri, ho trovato parecchi punti di questo scritto molto deboli.

Alessandra Moretti nei giorni scorsi è stata protagonista di offese sessiste da parte di un collega del M5S e di attacchi hacker decisamente odiosi. Pratiche e comportamenti che abbiamo tutti criticato. Ora, però, l’onorevole di Moretti dice “non ci sto, voglio una legge che regoli gli insulti sul web e tuteli le persone attaccate”. Ed è comprensibile, dal punto di vista umano, la sua esasperazione, così come è comprensibile la rabbia di una sua collega del M5S che è stata schiaffeggiata in Aula. Le leggi, però, in una democrazia liberale, andrebbero fatte per tutelare i più deboli, per chi non ha voce e non ha la possibilità di difendersi. In primis i minori. E su questo, a onor del vero, Moretti fa un accenno, parlando genericamente di “ragazze”. Un passaggio veloce, su cui però forse varrebbe la pena spendere qualche parola in più.

Quindi perché Moretti non si concentra di più sulla sostanza piuttosto che sulla forma di questo problema?


A mio avviso, questa legge andrebbe fatta per i minori e non per gli adulti. E il motivo è molto semplice. Perché sono loro i soggetti deboli, sono loro di cui abbiamo raccontato i casi di suicidi in questi mesi, sono loro che si trovano totalmente privi di tutela in rete. Noi adulti, sappiamo come difenderci. Sappiamo tenere la schiena dritta, sappiamo che se un idiota ci dice sei una p….a (io mi rifiuto di ripetere, per una questione di buon gusto) sia che lo faccia in rete o che lo faccia in pubblico non è la verità. E sappiamo anche che, se vogliamo possiamo denunciare l’accaduto, rivolgendoci agli avvocati. Cosa che Moretti ha giustamente già fatto.

Altro punto. Il dibattito su una legge è fondamentale per la sua stesura e per il suo percorso. Se un testo parte da casi personali, accaduti a parlamentari e figure istituzionali, perde di efficacia, perché acquista immediatamente l’odore di legge ad personam. O, peggio, di legge fatta perché il potente di turno si è sentito offeso. Quindi, per favore, non partiamo lancia in resta solo perché siamo state attaccate a livello personale. Non serve a nulla. E, anzi, indebolisce in partenza un dibattito che magari vale la pena fare.

Allora perché fare di un caso personale una crociata pubblica?

Quando si parla di hatespeech, inoltre, il discorso viene ricondotto alle discriminazioni di genere. E così fa anche Moretti citando (con alcuni evidenti refusi) esempi americani di leadership femminile aziendale nella Silicon Valley. Peccato che i due discorsi siano completamente diversi. Gli insulti su Twitter NON riguardano solo le donne. Sono più potenti e violenti nei confronti delle donne. Ma lo sono proprio come accade per la strada o sulla carta stampata. Lo dimostra anche il fatto che a minacciare di morte una femminista britannica siano stati una donna e un uomo, poi condannati. Sotto questo punto di vista la rete non è altro che uno specchio della triste realtà. Riflette il maschilismo che ancora pervade la nostra società. Quindi prendersela con i social network non serve a nulla.

La questione della presenza delle donne in posti chiave di comando, invece, è altro argomento. Di cui abbiamo ampiamente discusso anche su questo blog (qui e qui, solo per citare due esempi) ma non ha nulla a che fare con l’anonimato in rete. Quindi, per favore, non confondiamo i piani.

Forse ci vuole un bel respiro prima di parlare perché riconducendo il dibattito a una lotta uomini contro donne non facciamo altro che farci del male.

Ultimo punto è proprio la proposta di legge dell’onorevole Moretti, che non abbiamo avuto ancora il piacere di leggere. Se Moretti intende colpire l’anonimato in rete, sappia che questo praticamente non esiste. Esistono invece già delle leggi che costringono Google, Facebook, Twitter e i provider (come li chiama Moretti) a fornire dati ed estremi di chi insulta e minaccia, se c’è denuncia delle autorità giudiziarie.

Se non c’è denuncia o procedimento di fronte alle autorità competenti E’ SACROSANTO che i nostri dati e il nostro illusorio anonimato rimanga tale (dico illusorio perché come tutti ho letto del Datagate). Anzi, come ho già scritto qui, magari una donna attraverso un account anonimo in rete può denunciare un sopruso, così come chi pensa che i suoi diritti umani siano stati violati può combattere una dittatura.

Per concludere, ricordo ad Alessandra Moretti, che so avere a cuore la libertà in tutte le sue forme, che in Turchia è stata appena approvata una legge bavaglio che permette di bloccare qualunque sito o account, anche laddove non ci sia denuncia. E’ uno strumento di censura enorme, che in mano alle persone sbagliate può diventare un’arma affilata quasi quanto la possibilità di trattenere una persona senza autorizzazione del giudice. Questa legge arriva dopo le proteste di Gezi Park, organizzate e comunicate per lo più sui social network. Erdogan però ha dichiarato di aver appoggiato questa legge per tutelare la privacy dei cittadini, minori compresi.

Twitter @martaserafini

PS. Questa è la replica che ci arriva dalla deputata Alessandra Moretti via Twitter e che noi pubblichiamo

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