La rivoluzione si fa per alzata di mano

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di Giovanna Pezzuoli e Luisa Ponzato, La 27esima ora
8 ottobre 2012

"Il dopo Paestum? Dobbiamo costruirlo. Non siamo un comitato centrale ma un movimento. La nostra pratica è l’ascolto una di fronte all’altra. L’autonomia di pensiero non l’organizzazione può produrre azione efficaci". Lea Melandri, storica femminista, ha chiuso “Primum Vivere anche nella crisi: La rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della politica”.

Due giorni di dibattiti e riflessioni, trentasei anni dopo l’ultimo grande meeting nazionale delle femministe che a Paestum sono tornate, o arrivate per la prima volta. Un incontro storico. In 750 donne ( e due uomini) a parlare di “rabbie” (le più giovani), a rivendicare la potenza della parola “femminista”. E la sua capacità, oggi più che mai, di interloquire e tessere dialoghi con chiunque e ovunque agiscano il desiderio di libertà e di relazione. Con un’idea di cura,  epurata dalle sue componenti sacrificali, che “si preoccupi” non solo delle persone. Ma del mondo intorno. Questo è politica, hanno sostenuto a Paestum.

Le parole d’ordine di un tempo: Io sono mia , La coscienza del limite, Partire da sé non hanno perso significato. Acquistano nuova forza per capovolgere le prospettive. Cambiare, rispettare, rispondere ai bisogni delle donne che (e qui gli animi diversi del pensiero femminista concordano) sono universali. E proprio perché non riguardano solo le donne, le femministe riunite a Paestum ci tengono a dire che non ci stanno a «essere confinate in un genere». Ma sono «donne che non hanno paura di aprire conflittualità, il contrario della guerra, che generano cambiamento», dice Lea Melandri da un microfono che passa di mano in mano quasi a rubarselo per la voglia di esprimersi, il diritto di parlare.

La parola per alzata di mano, gli applausi con le braccia in alto e le nacchere per frenare gli interventi troppo lunghi. Non è folklore ma la forma dialogica che consente a tutte di esprimersi senza prevaricazioni. Un metodo femminista per una democrazia partecipata, che qui si vorrebbe allargato a tutta la politica.

La politica, hanno insistito, è occuparsi del bene pubblico. Il conflitto non è più con il maschio ma con lo stato. Economia, lavoro, cura, voglia di esserci e contare, auto-rappresentazione/rappresentanza, corpo-sessualità-violenza-potere erano i temi in agenda. A Paestum, a dire che la lotta non è mai finita, sono arrivate donne da cento città e cinquanta associazioni, di ogni classe sociale e di ogni età, dai 25 agli 85 anni. Zero tacchi, ancora qualche mise etnica. Signore abbigliate in modi non convenzionali che raccontano se stesse con  figure che il tempo ha ammorbidito.  E ragazze, tante, che badano più all’impegno che alla camicetta. Ma che non perdono le espressioni di femminilità oltre che di femminismo.

Se qualcuno si aspettava un’espressione di voto, una candidatura politica, un nome… Niente da fare. Le femministe radicali non ci stanno. A tirare le fila ci prova la milanese Maria Grazia Campari. «Il tema del “50 e 50”, metà donne metà uomini nelle amministrazioni e nei luoghi di governo è una modalità per cominciare a frantumare una democrazia mono-sessuata», dice. «Quello che ci preme è sostenere chi ha l’ambizione di governare con una rete politica e un movimento “pendolare” da politica a femminismo e da femminismo a politica, che consenta il mantenimento delle relazioni». Ebbene sì, alcune parole tornano. Sono passati trentasei anni ma il movimento ha continuato cocciutamente nelle sue “pratiche”.  Una su tutte: «donne che ricavano la loro forza da sé e dalle altre donne». E questo basta per essere femministe.

Ci tengono a dire che, se la partecipazione femminile nei luoghi delle decisioni è l’argomento più discusso e inseguito dai gruppi di donne dei partiti e delle imprese, alle femministe può andare bene. Non come quote per assicurarsi una presenza numerica ma come «visione del mondo».

La rappresentanza, tanto cara a Se non ora quando, movimento di donne da cui le femministe di Paestum criticano l’eccessiva energie solo nella battaglia per entrare nelle istituzioni, ha talvolta monopolizzato il dibattito a scapito della vita materiale. Le giovani presenti in modo massiccio lo hanno fatto notare. Per loro, lo hanno ribadito dal solito microfono, ragazze di Napoli, di Trento, di Torino, la precarietà è una condizione esistenziale. Che il movimento femminista lo faccia proprio per essere nel presente non solo per dialogare con le giovani generazioni. «Ma siamo tutte femministe storiche», ha detto qualcuna. Altre hanno aggiunto «siamo tutte precarie» . E questi sembrerebbero i nuovi slogan usciti da Paestum, cogliendo così l’affinità tra il precariato nel lavoro e la precarietà di chi vede davanti a se un tempo limitato.

Che cosa lasciano le più anziane alle giovani? Alessandra Bocchetti, fondatrice dell’Università Virginia Wolf di Roma, parla di libertà e di morte del patriarcato. «La libertà è iniziata quando una donna si è chiesta “ma chi ha fatto le parti per cui non siamo subalterne?”. Così come il patriarcato è stato ferito quando una donna ha detto: “Tu sarai padre se è quando lo vorrò io” . Questa è la libertà che consegniamo alle giovani. Con un’avvertenza: la società è ancora impreparata. Non si perdona una ferita tanto grave».

Le urgenze dell’oggi, l’arretramento in tanti settori, dalla 194 a un welfare mortificante evocano una «rivoluzione necessaria». Avvenuta nelle case, nelle famiglie, nei rapporti con i propri compagni, ha raccontato qualcuna. Ma che la società stenta a riconoscere. Eppure le donne, quelle differenze le riconoscono, racconta in uno dei piccoli gruppi in cui si sono divisi i lavori Valentina, trentenne non precaria che con La Casa delle donne romana ha indagato l’impatto della crisi intervistando le signore che fanno la spesa e le venditrici dei mercati rionali. «Solo che le distinguono solo nelle relazioni più strette».

Altri interventi chiedono che si dialoghi con le istituzioni, portando anche lì i metodi e le istanze femministe. Abbiamo creato, e resistono da qualche decina di anni, la Libreria delle donne di Milano, le Libere Università, la Società delle filosofe. Cosa sono se non istituzioni che dimostrano che con l’istituzione sappiamo e possiamo governare?

«Non abbiamo bisogno di reti», interviene in assemblea plenaria Lia Cigarini, una delle fondatrici della Libreria delle donne di Milano. «Dobbiamo dire pubblicamente come vogliamo vivere capovolgendo l’evidente unilateralità dell’economia maschile». Scoprendo le carte di chi sta usando le istanze femminile. «Pure le posizioni critiche del liberismo sono tronche e inefficaci perché non mettono in gioco nel lavoro la soggettività. Le donne questo lo sanno fare, tutte. Lo stiamo vedendo nella crisi: parlano del loro rapporto con il lavoro e del senso di ciò che fanno».

C’erano avvocate, architette, ginecologhe, giuriste, un’operaia. Mamme con figlie, come l’ex parlamentare Mariella Gramaglia e la disegnatrice Pat Carra. La sua tuffatrice, nel disegno del logo, evidentemente a Paestum c’era e aveva voglia di tuffarsi. Resta da vedere se nella piscina c’è l’acqua. Non c’è dubbio che a Paestum si sentiva palpitare la voglia di politica. Riprenderla o inventarla. Attraverso la parola femminista.

«Temevo il revival e l’incapacità di misurarsi con i bisogni nati dalla crisi. Un rischio scongiurato dalla presenza delle giovani», dice Simona Marino, 60 anni, femminista dagli anni ‘80 e docente all’Università Federico II di Napoli. La prof è arrivata con le sue allieve. E di quello che è l’incontro di Paestum ognuna ha una lettura, qualcosa da portar via, una critica. «Credo che l’insistenza sul tema del “50 e 50” abbia interessato più le anziane che volevano evitare una spaccatura e mantenere una situazione negoziabile tra le più radicali e altre alle prese con la doppia militanza, nel femminismo e nei partiti. Le giovani presenti qui sono contro la delega perché vengono da movimenti come l’Onda o Occupay».

Autocoscienza (antiche parole), inclusione delle straniere, narrazione di sé. La prof alla rete politica non crede. La rete, dice, è quella sui blog. «La narrazione è lo strumento che unisce la pratica e la teoria». L’autocoscienza, ribadisce la sua allieva Giovanna, 34 anni, dottore in storia di genere. «Una pratica da rivalutare. L’ho ritrovata come la cura nei modi di cercare cambiamento degli altri movimenti in cui sono impegnata». Delusa la ventunenne Maria Laura. «Non ho sentito la voce delle ragazze della mia età e delle donne normali. C’erano solo intellettuali che facevano discorsi astratti. Non si è parlato di scuola, del modo scabroso in cui siamo rappresentate in tv, degli insulti che riceviamo per strada. Mi è sembrato un contesto molto maschile».

Laura, trentenne insegnante precaria al liceo è, invece, entusiasta. «Qui non sono rappresentate tutte le donne italiane, ma una certa categoria», dice. «Quelle che hanno combattuto. Sono qui con la generazione delle figlie e delle nipoti, noi che sui loro testi ci siamo formate. Ho sentito forte il riconoscimento dell’identità femminile. Ma anche la mancanza di proposte concrete». È la prima esperienza di “militanza” di Giulia, 26 anni, entusasta di alcune “parole d’ordine” che si sono ripetute come «il lavoro di cura inteso come “prendersi cura” delle persone e dell’ambiente. Non si tratta più di cedere alla “trappola oblativa” che ha condizionato la vita femminile. Un modo diverso di mettersi in gioco con le nostre caratteristiche femminili». Maura 21 anni, non si sente rappresentata dalla classe politica italiana né ha voglia di entrarci. «Credo alla lotta politica dal basso che altre condividono con me. Dopo tanta teoria, partiamo da qui con l’esigenza più forte di metterci a fare».

Primun vivere non significa sopravvivere  ma buona vita e buon governo senza che lo spread affossi e tolga il futuro. Questo il senso della democrazia partecipata che a Paestum è stata messa in scena per due giorni scardinando le “forme partito”, ma senza sconfinare nell’anti-politica. Un meetodo di lavoro che le femministe radicali sostengono  abbia senso  anche in altri ambiti.  E voi credete che le donne abbiano davvero una  chiave della società da condividere?
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