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Molto orrore per nulla

Indian nightmareMonica Pepe, Zeroviolenza
16 ottobre 2014

Un uomo qualche giorno fa in India è stato assalito dalla folla, dopo essere stato sorpreso mentre cercava di violentare una ragazza. E dopo essere stato portato in una macelleria vicina, ha subìto l'amputazione degli organi genitali.

Colpisce la foto quasi cinematografica dell'uomo, livido in volto, sanguinante. Suonato come un pugile finito di colpo dentro al ring dell'informazione globale, come del peggiore incubo della sua vita, almeno per quanto se ne possa sapere di lui. Mai sapremo infatti di cosa  si è nutrita la molla di quella violenza, mai ci importerà qualcosa della vita di quella ragazza.

Alcuni portali in Italia, il più grande l'Huffington Post, non si sono risparmiati dal corollare il servizio con una carrellata di alcune delle ragazze che negli ultimi mesi sono state violentate e impiccate in India. Foto di corpi appesi agli alberi, di spalle ovviamente, per pudore è chiaro... E poi foto di ragazze indiane con spray al peperoncino, mentre fanno arti marziali, foto di donne che guidano sole nella notte. Nessun pensiero, nessuna riflessione, solo delirio, tanta guerra e il pasto della violenza sempre più nudo e crudo. Nel frullatore globale questo è l'unico drammatico atto a cui sono consegnati donne e uomini.

E senza nulla togliere alla cruda realtà, va detto che quando si tratta di Paesi più esotici del nostro come Afghanistan e India, abbondano le scene spietate, con un puntuale congelamento della possibilità anche solo di pensarlo quell'orrore, di fare una riflessione intima, visto che i media hanno rinunciato a farlo per noi, chiamandoci invece a fare i guardoni compulsivi e precipitando nel vuoto il senso collettivo di cose vitali e fragili come la vita, la morte, l'amore e la violenza.
In una continua operazione di massacro della realtà e del senso delle relazioni umane, della relazione per eccellenza che è quella del conflitto e della passione tra uomini e donne.

La morte del limite, del contenimento è la dolorosa metafora di un mondo che sembra non avere più pareti per la dignità umana.
Come una casa in cui generazioni differenti si trovassero a mischiare di continuo il giorno e la notte, senza mai il conforto della ragione.

Anche noi oberati e colpiti dall'effetto domino di foto e violenze nostrane, abbiamo dimenticato il senso del rispetto di chi vorrebbe solo il silenzio, come accadrebbe a ognuno di noi.
Così abbiamo rimosso il senso dell'esistenza, delle passioni, della relazione tra i sessi. E' negato, è represso, è rubato alla nostra esperienza collettiva, afflitta solo da crisi e catastrofi.
Manca una tensione passionale, manca un piano pubblico di riflessione che riesca a portare uomini e donne a confrontarsi sul valore dell'identità umana, su cosa vuol dire oggi essere uomini e essere donne, a confliggere sul piano politico del senso radicale delle cose e a trasformazioni audaci, a ricostruire a partire da sè.

Ma fino a quando scambieremo la modernità per libertà andremo poco lontano, anzi potremo arrivare su Marte, ma non avremo mangiato quel frutto ardito della conoscenza che solo le passioni possono conquistare per noi.
"Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso".

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