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Per salvare il Pianeta dovremmo tornare ai consumi degli anni '60

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Corriere della Sera
03 11 2014

di Donato Speroni

La medicina è troppo amara, ma il calcolo è illuminante: per evitare il depauperamento della Terra, ogni nazione dovrebbe avere un consumo medio pro capite al livello attuale della Mongolia o del Kossovo. Il rapporto finale diffuso dal’Ipcc conferma tutte le preoccupazioni sul cambiamento di clima, che però è solo uno degli elementi che incidono negativamente sulle prospettive del Pianeta. Che fare? Il futuro è affidato a un mix tra interventi globali che presuppongono una governance internazionale e iniziative nazionali di adattamento all’inevitabile. Ma meglio e più in fretta si riuscirà a far funzionare gli accordi tra i Paesi, meno a rischio (e comunque meno squallido) sarà il mondo di domani. E il 2015 è un anno decisivo.

Ieri è stato diffuso il Rapporto finale dell’Ipcc, il panel di scienziati che indaga sul cambiamento di clima per conto delle Nazioni Unite. Il documento, che conclude la quinta indagine globale (la precedente era stata diffusa nel 2007) conferma i segnali allarmanti sul riscaldamento del Pianeta e sulle cause antropiche di questo fenomeno.

Purtroppo il climate change è soltanto una delle manifestazioni di un fenomeno più vasto, al quale non siamo in grado di fornire una risposta politica globale: la distruzione delle risorse del Pianeta. All’aria che si riscalda, ai ghiacciai che si sciolgono, alle terre che inaridiscono, dobbiamo aggiungere altri fenomeni altrettanto allarmanti: il depauperamento degli oceani, il consumo di risorse naturali, la distruzione delle foreste.

Prima di ricacciare la testa nella sabbia perché i problemi sono così grandi che non possiamo farci nulla, proviamo a fare qualche calcolo un po’ rudimentale ma comunque illuminante. Ogni anno veniamo avvertiti dell’Earth overshoot day, cioè del giorno nel quale l’umanità ha consumato tutte le risorse che la Terra ha prodotto in quell’anno e comincia a intaccare riserve insostituibili “consumando” il Pianeta. Attualmente questa data cade attorno al 20 agosto, perché l’umanità globalmente consuma ogni anno circa un Pianeta e mezzo. Ci sono ovviamente Paesi che consumano molto di più della loro quota (se tutti consumassero come in Italia avremmo bisogno di cinque pianeti, se come negli Stati Uniti di otto pianeti) e Paesi (i più poveri) che invece pur desiderandolo non riescono a consumare la loro quota di risorse naturali.

La domanda globale che attinge alle risorse del Pianeta è espressa dal Prodotto interno lordo. Calcolato in “dollari internazionali”, unità di conto che tiene conto della differenza di potere d’acquisto delle monete nei diversi Paesi, il Pil medio pro capite nel 2013 era pari a 14.307 $int. Se si dovessero adeguare i consumi alla produzione del Pianeta (se cioè l’umanità dovesse farsi bastare per tutto l’anno quanto consuma fino al 20 agosto) il Pil mondale pro capite dovrebbe essere pari a 9.094 $int, cioè 7.548 euro.

All’incirca, 7.548 euro corrispondono al Pil pro capite di paesi come la Mongolia o il Kossovo. Se tutta l’umanità in media avesse questo livello di consumi, il Pianeta sarebbe salvo. Per un Paese come l’Italia, dove il Pil pro capite nel 2013 è stato pari a 28.305 euro, tutto questo significherebbe tornare indietro di un bel po’ di anni, più o meno agli anni ’60. Non si morirebbe di fame (soprattutto se fosse salvaguardata una certa giustizia distributiva) ma certamente si sarebbe ben più poveri di oggi.

In prospettiva, diversi fattori potrebbero contribuire al miglioramento delle condizioni di vita, anche in questo ipotetico mondo austero: primi tra tutti la tecnologia e la crescente dematerializzazione del Pil, che la cui misura tiene conto della produzione di beni ma anche di servizi che non incidono (o incidono meno) sulle risorse materiali del Pianeta. D’altra parte, sappiamo già che da sette miliardi di abitanti passeremo a otto dopo il 2030 e probabilmente a nove nel 2050. Dove siamo in tre a dividerci terra e acqua e a inquinare l’aria, tra quarant’anni saranno in quattro. Quindi non c’è da illudersi su miglioramenti repentini e risolutivi.

E allora? Dove ci portano questi calcoli? Altro che “decrescita felice”! Nessuno può seriamente pensare che gli italiani possano tornare indietro di cinquant’anni e neppure che cinesi e indiani smettano di crescere e di aumentare i loro consumi. Però i numeri sono lì a dirci che i problemi sono grossi e minacciano noi, i nostri figli e i nostri nipoti. Nella migliore delle ipotesi si andrà verso il mondo squallido profetizzato da Jorgen Renders (“insegnate ai vostri figli ad amare i viedeogiochi più della natura perché le foreste non ci saranno più”), nella peggiore a catastrofi globali per il superamento dei “tipping point”, i limiti irreversibili del Pianeta, come avvertono Johan Rockström e Anders Wijkman nel loro libro “Natura in bancarotta“.

Si può fare qualcosa? Val la pena di fare qualche sacrificio per evitare questi deprimenti scenari? Certamente: al punto in cui siamo, si dovrà cercare un compromesso tra “mitigation” (gli interventi drastici, quasi tutti a livello globale, per combattere il cambiamento di clima e gli altri effetti di depauperamento del Pianeta) e adaptation, cioè le iniziative quasi tutte a livello nazionale per adattarsi al’inevitabile. È chiaro che più riusciremo a spingerci avanti nella mitigation, meno drammatici saranno gli effetti sul nostro futuro. Ma la mitigation richiede governance internazionale. In una intervista ad Alain Elkann, (pubblicata in Italia dalla Stampa), Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth institute alla Columbia University, fa il punto sui prossimi appuntamenti.

Ridisegnare un sistema globale è una sfida, il 2015 sarà decisivo. Il prossimo anno si terranno i negoziati sul clima che si concluderanno a Parigi in dicembre. A settembre i leader mondiali si riuniranno per tre giorni all’Onu per il più grande summit sullo sviluppo. A luglio, un altro vertice sul sistema finanziario offrirà l’opportunità di indirizzare i risparmi in tutto il mondo verso scopi vitali: energia a basso tenore di carbonio, assistenza sanitaria e cura delle malattie per i poveri, città sostenibili, resilienza del clima, e altro. Reindirizzare la finanza in questo senso renderebbe il mondo più sicuro».
Tre scadenze fondamentali, dunque: la Terza conferenza internazionale sul finanziamento dello sviluppo, che si terrà ad Addis Abeba dal 13 al 16 luglio del 2015; la sessione dell’Onu di settembre che varerà i nuovi Sustainable development goals che dal 2016 sostituiranno i Millennium development goals e la United Nations Climate Change Conference che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre, sempre nel 2015. Che non siano solo parole dipende anche da noi, dall’attenzione con la quale seguiremo questi eventi magari un po’ noiosi rispetto alla politica spettacolo, ma certamente cruciali per il nostro futuro.

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