Tor Sapienza e oltre: riflessioni a freddo

Dinamo Press
26 11 2014

Settebagni, Tor Pignattara, Corcolle, Casalbertone, Tor Sapienza, Infernetto. Nomi diversi, quartieri diversi, un presente che sembra analogo: lo scontro tra italiani e migranti. Un editoriale sul diritto alla città contro il razzismo nel pieno della crisi.

La sceneggiatura fissa di episodi molteplici: una mobilitazione contro l’apertura di un centro di accoglienza; una notte di caccia al nero con risse e aggressioni; un omicidio seguito da varie menzogne e intimidazioni; l’assalto a un palazzo in cui sono accolti minori e richiedenti asilo; diverse provocazioni fasciste contro il trasferimento nel quartiere di 10 ragazzini stranieri.

Ripartiamo dai fatti di Tor Sapienza, dai giorni dell’assalto contro il centro di accoglienza di viale Morandi per analizzare la questione in senso più generale. È evidente che in questa vicenda il razzismo e i razzisti hanno giocato un ruolo, come emerge anche dai video e dalle interviste di alcuni protagonisti degli attacchi. Crediamo, però, che a parte la disumanità di alcuni individui, le cause alla base siano molto più complesse e riguardino almeno due questioni: il sistema di accoglienza italiano; le politiche del governo e del Comune di Roma.

A queste, che analizzeremo più avanti, bisogna aggiungere l’aggressiva campagna razzista che le destre stanno promuovendo nel paese, strumentalizzando con puntualità fatti di cronaca e tensioni. Forza Nuova, Fratelli d’Italia, la Destra, ma soprattutto l’inedito duo Lega Nord-Casapound stanno tentando di proporsi come catalizzatori del malcontento sociale e di indirizzarlo, per ovvie ragioni elettorali, contro i migranti. Sebbene quest’operazione non sia ancora riuscita dal punto di vista organizzativo – come dimostrano il flop del corteo “anti-degrado” del 15 novembre scorso a Roma, il rifiuto di Borghezio in cortei e presidi proprio da parte di alcuni comitati anti-degrado, le contestazioni che ovunque accolgono destri e fascio-leghisti – non bisogna sottovalutare gli effetti che sta producendo. Sia rispetto alle narrazioni tossiche che si vanno diffondendo, vedi la leggenda dei 35 euro che ogni migrante incasserebbe giornalmente e che sono invece i soldi che ingrossano le tasche delle cooperative. Sia rispetto alla legittimazione di pratiche violente nei confronti dei cittadini stranieri, testimoniata, ad esempio, dal corteo in solidarietà con l’assassino di Shezhad a Torpignattara o dall’assoluta impunità di chi voleva dar fuoco a un centro d’accoglienza.

1 – Il sistema di accoglienza italiano

I fatti di Tor Sapienza rischiano di incastrare chi, come noi, ha duramente criticato il sistema di accoglienza italiano, soprattutto nelle profonde trasformazioni vissute a partire dal 2011, cioè dalla proclamazione dall’emergenza Nord Africa. Il rifiuto della violenza razzista non può farci cadere nella trappola di difendere il sistema dei centri d’accoglienza. Le inchieste condotte da associazioni e giornali, insieme alle tante testimonianze di chi ci vive o lavora, hanno denunciato come questi luoghi siano fabbriche di emarginazione per i migranti e di precarietà per gli operatori. Allo stesso tempo, sono miniere d’oro per le cooperative che li gestiscono e un bacino di manodopera a basso costo per gli sfruttatori.

L’emergenza Nord Africa è stato un modello di accoglienza disastroso, fondato sull’apertura di mega-ghetti in cui i migranti sono rimasti parcheggiati per mesi o anni senza alcuna prospettiva reale di inserimento nel nuovo contesto sociale. Gli ospiti sono stati appaltati per chiamata diretta a cooperative senza alcuna competenza in materia. In questi centri, i controlli pubblici sugli standard di accoglienza e sui percorsi di inserimento socio-lavorativo sono stati inesistenti. A fronte di questa situazione, anche per rispondere alle sanzioni europee e per scongiurare il rischio che l’Italia venisse dichiarata (dopo la Grecia) “Paese non sicuro”, il governo ha ampliato i progetti SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Originariamente lo SPRAR rappresentava un’eccellenza nel panorama dei sistemi di accoglienza, perché promuoveva un’accoglienza diffusa, tendenzialmente fuori dalle grandi città, funzionale a garantire progressivamente l’autonomia dei soggetti accolti. Il suo recente ampliamento ne ha completamente snaturato le caratteristiche iniziali: molti mega-centri aperti nel periodo dell’emergenza sono diventati ordinari, anche sotto l’etichetta di SPRAR, ma senza adeguarsi agli standard da esso previsti. Del resto, siamo convinti che il problema stia nei centri in sé e non solo nella loro mala gestione.

I centri sono ghetti in cui i richiedenti asilo vengono confinati, al di fuori di ogni legame sociale e attraverso i vincoli dell’assistenzialismo che ne riproducono continuamente le condizioni di marginalità e ricattabilità. Allo stesso tempo, sono luoghi di lavoro, in cui centinaia di giovani, spesso altamente qualificati, entrano con le migliori intenzioni, sperando di svolgere un lavoro socialmente importante. Quasi sempre, però, gli operatori finiscono a fare principalmente i guardiani, ad avere la responsabilità di tenere calmi gli ospiti, accollandosi tutte le situazioni di tensione prodotte a livello sistemico dal modello dei centri di accoglienza.

Crediamo che, mai come oggi, sia necessario tenere il punto su alcune rivendicazioni fondamentali. Uno: diritto d’asilo europeo contro il regolamento di Dublino che confina migliaia di migranti in Italia e nel resto dei paesi dell'Europa Meridionale e dell’Est. Due: un’accoglienza diffusa, integrata nei territori e capace di valorizzare processi di autogestione collettiva e di autonomia dei singoli individui, contro le speculazioni delle cooperative, l’isolamento e le tensioni prodotte dai mega-centri e i meccanismi di assistenzialismo. Tre: il riconoscimento del lavoro degli operatori sociali nei termini di una professionalità specifica e dei corrispondenti diritti salariali e contrattuali, contro la genericità delle mansioni, la precarietà e i ricatti in cui si trovano spesso costretti.

Anche a partire da questi elementi bisogna ricomporre un punto di vista comune tra chi soffre l’abbandono delle periferie, chi è costretto a vivere parcheggiato in un centro di accoglienza e chi ci deve lavorare in condizioni di sfruttamento.

2 - Le politiche del Comune di Roma

Nell’assemblea di mercoledì 19 novembre, l’altra Tor Sapienza ha preso parola dopo il caos dei giorni precedenti. Un abitante di viale Morandi ha detto: “la rivolta è comprensibile, l’obiettivo terribilmente sbagliato. Bisognava andare al Comune e dalle istituzioni, non prendersela con i rifugiati”. Tor Sapienza, come molte altre zone della periferia romana, è stata progressivamente abbandonata dalle istituzioni nel corso degli anni. A questo abbandono si sono sommati gli effetti drammatici della crisi e delle politiche di austerità: tagli ai servizi pubblici (in primis trasporti e illuminazione); contrazione cronica del welfare state e dei servizi sociali e sanitari; desertificazione culturale; precarietà e disoccupazione dilagante. È su questi problemi che la rabbia cieca ha trovato consenso, finendo per sfogarsi contro i soggetti più facili da colpire: gli ospiti del centro di accoglienza.

Nei prossimi mesi la prospettiva politica dei movimenti dovrà misurarsi su questo terreno, perché le politiche di austerità e l’azione delle destre (neoliberali e fascio-leghiste) hanno sfibrato in molti punti il tessuto sociale, indicando la strada della guerra tra poveri, invece che quella della solidarietà e del mutuo soccorso. Alcuni passi sono già stati fatti. Lo sciopero sociale del 14 novembre ha messo in evidenza la necessità e l’efficacia di connettere figure sociali differenti intorno alle rivendicazioni di una differente distribuzione della ricchezza, attraverso il salario minimo e il reddito garantito, e di nuovi diritti.

L’assemblea organizzata dai movimenti per il diritto all’abitare in piazza de Cupis, o quella promossa proprio in viale Morandi da Asia/Usb sulla vendita degli alloggi popolari, sono due tentativi importanti di ricomposizione del tessuto sociale di quel territorio. Allo stesso modo, la campagna dei Gruppi di Allaccio Popolare, inaugurata la scorsa settimana, è un altro degli interventi potenzialmente capaci di generalizzare il linguaggio della solidarietà e dei diritti attraverso azioni efficaci. Il percorso del “Diritto alla città” – che da mesi riunisce numerose realtà politiche e sociali di Roma intorno ai temi dell’autogestione, dell’opposizione alla speculazione edilizia e alla rendita immobiliare, dell’acqua pubblica e della cultura indipendente – è uno spazio in grado di giocare un ruolo in questo tipo di conflitti urbani.

Premettendo che nessuna data e nessun corteo risolveranno questioni così complesse, che necessitano di lavoro politico capillare e continuativo, crediamo che la mobilitazione del 13 dicembre sia un'opportunità da cogliere per affrontare di petto queste problematiche. Bisogna affermare collettivamente che Roma rifiuta la guerra tra poveri, che il nemico non vive nei centri di accoglienza, ma nei palazzi del governo. Bisogna affermare che il vero degrado è prodotto dalle politiche sull’immigrazione e dalle misure di austerity, con i tagli alla spesa sociale e culturale, gli sfratti, gli sgomberi e le leggi sul lavoro che producono povertà e precarietà.

Il 13 dicembre non ambisce ad essere la data di qualcuno, ma uno spazio aperto a tutti coloro che condividono questi contenuti e si battono quotidianamente per una Roma solidale, meticcia, dei diritti per tutti. Come Resistenze Meticce vogliamo provare a raccogliere questa sfida, con la consapevolezza che il suo esito riguarda tutti coloro che vivono la città.

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