Pride, quando gay e lesbiche sfidarono la Thatcher

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10 12 2014

Trent'anni fa lo sciopero dei minatori britannici contro il piano di chiusura delle miniere della Lady di ferro. Una delle battaglie sindacali più dure del dopoguerra. A sostenerli c'era anche il movimento per i diritti omosessuali. "Pride", l'ultimo film di Matthew Warchus, racconta la vicenda del gruppo di attivisti gay che scelse di mobilitarsi per i minatori. E dell'incontro tra mondi diversi.

È il film di Natale, come La vita è meravigliosa di Frank Capra, anche se gli angeli sono un po' minatori e un po' gay. C'era una volta il governo Thatcher che nel 1984 ordinò la chiusura di 20 pozzi nello Yorkshire, primi di una lunga serie, e sollevò una mobilitazione internazionale, scontri violenti con polizia ed esercito, perdita di migliaia di posti di lavoro, 51 settimane di sciopero, due morti, 10 mila procedimenti giudiziari e il magico incontro tra due comunità agli antipodi. Qualcosa di travolgente, che il regista Matthew Warchus, 48enne drammaturgo britannico al suo secondo film, intesse in una polifonia di generi, dalla commedia, al musical al dramma, e che ha mandato in delirio il pubblico della Quinzaine des realisateurs a Cannes.

Eletto “miglior film indipendente britannico 2014”, Pride (distribuito dalla Teodora) torna sugli scenari di Billy Elliot (2000), storia di un teenager aspirante ballerino, padre minatore disoccupato e atterrito all'idea di un figlio gay, stessa epoca dei Lesbian and Gays Support the Miners, spericolata associazione nata dell'idea di una lotta comune tra indesiderati. Difficile raccogliere fondi per la Gay Parade dell'84 e per i minatori in lotta del Delais, paesino minerario a sud del Galles? Mark Ashton (Ben Schnetzer), giovane attivista, non si dà per vinto e sfida il governo conservatore che ha spazzato via le politiche sociali del laburista Clement Attle: nazionalizzate le maggiori industrie del paese - banca d'Inghilterra, elettricità, gas, ferrovie - reso pubblico il sistema sanitario, avviato un piano di edilizia popolare. Sconfiggere i minatori, che avevano imposto sistemi di sicurezza e contratti di lavoro decenti, equivaleva a sconfiggere la classe operaia tutta, come ci racconta Ken Loach in The Spirit of '45 (documentario, 2013).

Pride, il suo sequel ideale, ha la forza lisergica di Absolute Beginners di Julian Temple, anno '86, a ridosso dello sciopero. E l'onda lunga della Swinging London invade lo schermo dietro la frenesia del gruppo di militanti che decidono di appoggiare la lotta dei minatori, i rudi e diffidenti lavoratori del Galles, mentre preparano la Gay Parade di Londra. Spuntano i secchielli per raccogliere sterline, manifesti, striscioni, la banda si mobilita e cerca invano di contattare il sindacato, il Num (Unione Nazionale dei minatori) di Arthur Scargill, che, imbarazzato, non risponde. Vanno bene le donne, i giovani e i neri, ma gli omosessuali no. La battaglia dei minatori sarà persa nell'85 con la votazione 98 a 91 per la ripresa del lavoro, il sindacato ne uscirà a pezzi.

Matthew Warchus scarta l'estetica queer e mette in campo assoluti dilettanti del gender, chi più effeminato chi più macho come Dominc West (Il detective di The Wire, serie Hbo) che si esibisce in una performance danzante da smuovere le facce di pietra dei minatori, scorbutici all'inizio di fronte al pulmino scassato con a bordo i militanti del terzo sesso, bersaglio di insulti, provocazioni e botte lungo le strade londinesi. I soldi però arrivano, i secchielli sono pieni. E pian piano il ghiaccio si scioglie, i nuovi venuti insegnano la joie de vivre e un movimento politico-sensuale più devastante dei picchetti, che scatena energia, speranza e curiosità. L'operaio troverà nell'alleanza con il gay il vero punto in comune, l'indisponibilità a darsi come oggetto di proprietà, macchina da lavoro a disposizione del ciclo produttivo.

Tutto nella forma andante con brio della chiassosa band che invade gli austeri locali di Delais, monasteri per machi bevitori e mogli timorose. “Ho saputo una cosa tremenda su di voi - chiede cauta un'anziana signora a una coppia di lesbiche che si aspetta il peggio - è vero che siete tutte vegetariane?”. La comicità dirompe e il film corale si inerpica tra giovani attori e veterani come Bill Nighy (il “cattivo” di I pirati dei Caraibi) e Imelda Staunton (Coppa Volpi '2004 per Il segreto di Vera Drake), montaggio convulso di Melanie Oliver. Ma la festa sarà rovinata da una beghina del comitato dei minatori, che mai ha digerito la presenza dei colorati supporter e che scatena la stampa di destra. “Pervertiti”, titolo di prima pagina. I minatori arretrano, ma un concerto di beneficenza dal successo clamoroso organizzato dai Lesbian and Gays support the Miners riapre i giochi. Sarà un referendum pro e contro truccato a spezzare infine l'idillio.

A volte, però, la storia, riserva un happy end, e Pride ne approfitta con colpo di teatro folgorante, quando alla parata dell'85 sui prati londinesi, intristiti dall'ostilità diffusa e dalla polizia schierata, i minatori gallesi arriveranno in massa, solidali con i “fuori norma”, una lunga teoria di pullman scarica centinaia di eterosessuali esultanti, pronti alla battaglia danzante. Finale alla Grease. Eppure, recitano i titoli di coda “fatti e personaggi sono realmente esistiti”. La Thatcher avrà pure vinto, ma sul fronte civile sarà un trionfo, le Unions inglesi accetteranno per la prima volta di includere nel loro statuto i diritti dei gay su pressione dei minatori.

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