PARLIAMONE EN FAMILLE

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Recensione pedagogica del film “Famille” di François Farellacci
di Maria Emanuela Galanti (MEG)
14 febbraio 2012

Giovedì scorso sono andata a vedere, proiettato all’Apollo Undici, il documentario del regista italo-corso François Farellacci (cosceneggiatrice, Laura Lamanda). Costituito da un susseguirsi di testimonianze autobiografiche del regista e dei suoi famigliari (nonno paterno, padre, madre, sorella), il film è una testimonianza, autentica quanto impressionante, di come sia possibile costruire (da parte dei genitori) e aderire (da parte dei figli) a un mito famigliare che rasenta la follia.

Il mito in questione è quello di una famiglia coraggiosa, intraprendente, che punta sempre in alto, che non si accontenta del bene che già ha,  ma vuole il meglio per sé e per gli altri. La realtà che questo mito nasconde è fatta di pericolose improvvisazioni, di incapacità di essere giudicati, di assumersi la responsabilità di una sconfitta. E’ questa incapacità che spinge il padre di François  a strapiantare tutta la famiglia dalla Corsica e a ripiantarla in Italia, con l’ illusione di poter ricominciare daccapo.

Nel vedere il film e nel vagliarlo di nuovo per questa recensione, mi sembrano chiari gli ingredienti necessari alla costruzione di questo tipo di mitologia famigliare:
-    gli autori del mito (il nonno e il padre di François) devono possedere un qualche carisma, soprattutto essere dotati di eloquenza e di capacità di narrare una storia;
-    tutti i membri adulti della famiglia devono essere conniventi nel sostenere il mito, senza  ribellarsi, senza indagare, senza dare a intuire che il re sia nudo; in questo ruolo, magistrale nel film è la figura della madre, l’ unica a sostenere  l’occhio scrutatore della telecamera con qualche imbarazzo. Ritualmente rappresenta il suo adattarsi a un mito non suo, con una fedeltà afona: sceglie il vestito, abbina una  collana, si trucca, per aderire,  il corpo appesantito dagli anni e dalle traversie,  a una danza a due che la riporta indietro nel tempo;
-    il mito deve proiettarsi su più generazioni, essere tramandato dal nonno al padre e dal padre ai figli;
-    la costruzione delirante che il mito protegge deve avere qualche tratto di verosimiglianza. François racconta di aver per lungo tempo creduto, e forse a momenti di credere ancora, che la fuga notturna dalla Corsica fosse dovuta a una persecuzione da parte della mafia italiana, un’ ipotesi certamente da non scartare a priori, neanche per il più lucido degli investigatori.

Però, abituata alle mie famiglie, dove ogni più piccolo errore viene normalmente stigmatizzato, devo fare ricorso a tutte le mie conoscenze di psicologia per capire come il mito sia bene accolto dai figli, autentiche vittime di tanta inadeguatezza genitoriale. Mi vengono in mente le elaborazioni di Fairbarn, lo psicanalista scozzese che rivede la nozione di Melanie Klein di oggetto interno. Secondo Fairbarn, i figli intuiscono,  ma non possono in alcun modo spiegarsi gli aspetti malati, inadeguati,  dei genitori che vanno così a costituire il rimosso di cui parlava Freud, la forza oscura che li porta più tardi a ripetere i loro gesti, ritrovare quello stesso destino.

E non c’è dubbio che, in Famille, il mito si sia tramandato senza grandi scosse, ma con gravi conseguenze proprio per la stabilità psichica di François. Scopriamo, ad esempio,  che la sorella di François non osa porre domande alla madre durante i preparativi per il trasloco: ubbidienti, in silenzio,  le due donne ammucchiano scatoloni mentre il padre fa avanti e indietro dall’ Italia. François, che ha già vent’anni e ha cominciato l’ università fuori casa, torna a casa per ripartire insieme ai genitori e alla sorella, di notte,  come fanno solo i malfattori.
Ho chiesto a François, nel dibattito successivo alla proiezione, come mai, dall’ alto dei suoi vent’anni e della sua uscita da casa,  non si sia sottratto a questa triste epopea famigliare e abbia accettato senza protestare il copione della persona senza fissa dimora, così accuratamente consegnatogli dai famigliari. Mi ha risposto: voglio bene ai miei genitori e ho deciso di sostenerne il delirio.

Anche di questa complicità c’è ampia traccia nel film.  In quella che dovrebbe essere la sequenza rivelatrice, padre e figlio conversano in macchina, di notte, a visi oscurati. Si sentono le voci. il padre ha appena ammesso che dietro quella fuga dalla Corsica, di notte, c’è l’ aver realizzato che si è sull’ orlo di un fallimento, che i soldi non bastano più. François allora prende a consolarlo, dài papà, ci sono le tue conquiste, il tuo senso di aver fatto dei progressi… Ecco, François viene in aiuto al padre, si trasforma, da vittima che potrebbe accusarlo di avergli rovinato la vita,  in terapeuta che gli indica di vedere il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto. Il padre non esita, afferra al volo il suggerimento e confessa non la sua sconfitta, la sua paura di perdere, ma addirittura la sua paura di …. vincere.

Tornata a casa, per curare il mio malessere, con un gesto omeopatico ho infilato nel Dvd player gli 11 minuti e 9 secondi del filmato di Inarritu (il regista di Babel) che fa parte del film collettivo sull’ 11 settembre 2001. In sottofondo, tra le voci registrate dal vivo dei testimoni di quella tragedia, mi colpiscono le voci di donne e uomini che pochi secondi prima di morire, al telefono con i loro famigliari, invece di chiudersi nel panico, consegnano loro un messaggio d’ amore, persino preoccupandosi per la vita di chi resterà. “There was a little problem with the plane, so I do not know if I am gonna be ok. I love you”, “I love you more than anything else”. Altre testimonianze di questo tipo le sto scoprendo in YouTube, voci tremanti, spezzate dal pianto, e voci controllate, che cercano di non spaventare  figli, mariti, mogli, perché dare brutte notizie non è facile, non piace a nessuno.
E noi, come genitori e come figli, dove stiamo? In famiglia, di cosa parliamo? Su cosa tacciamo? Siamo capaci di  non fantasticare e di cercare soluzioni per i nostri problemi ? E il dolore,  la morte  sono esperienze che censuriamo?

“Ora che so tutto su come si sono estinti i  disonauri posso sapere anche come è morto mio nonno?” dice Carmen di sette anni alla fine di un tema, nell’ ultimo libro di Concita De Gregorio. Queste son cose che i figli chiedono, di cui parlare in famiglia, con il dovuto tatto, con rassicurante gentilezza. Della morte del nonno. Dello stipendio che non basta a arrivare a fine mese. Di quella malattia che ci ha costretto a letto. Parliamone, allora, in famiglia e fuori.


Ultima modifica il Sabato, 18 Febbraio 2012 13:12
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