"Io, donna, musulmana e fumettista"

Fumetti Gihen Ben Mahmoud FoulhaDavide Vannucci, Linkiesta
20 gennaio 2015

Nell’immagine, uscita su un quotidiano brasiliano, Folha de S. Paulo, si vedono una donna velata ed un’altra vestita all’occidentale, spalle e braccia scoperte, seni in vista. Le loro mani si intrecciano e sventolano la bandiera della Tunisia, culla della primavera araba. L’autrice si chiama Gihén Ben Mahmoud, è una disegnatrice (di fumetti), è tunisina, ma da otto anni vive e lavora a Milano.

La tavola - esposta in occasione della mostra “Orientellers”, organizzata a Roma, a Palazzo Incontro, dal 6 al 9 novembre scorso – vuole essere il fotogramma della (possibile) convivenza. Un’istantanea che stride con le immagini e la parole di questi giorni, in cui riemergono altre prospettive ed altri concetti: non “primavera araba” ma “scontro di civiltà”. Oppure risalgono la corrente antiche espressioni: “L’Islam e la democrazia impossibile”.

Gihén, quando abbiamo concordato l’intervista mi hai detto: “È importante parlare in termini chiari, senza fare confusione”. Che cosa intendevi?
Io non voglio usare la parola islamofobia, non mi piace. Allo stesso tempo credo che non si debba minimizzare quello che è accaduto, ma neppure esagerare. Attraverso i media si sta creando una paranoia generale riguardo ai problemi di sicurezza. Gli estremisti nell’Islam ci sono e ci saranno sempre.

È cambiato qualcosa rispetto all’inizio del secolo, alla cesura storica delle Torri Gemelle? I fondamentalisti hanno più consenso di prima oppure no?
Ecco, da questo punto di vista, in Tunisia si può parlare di una regressione, perché gli estremisti hanno maggiore visibilità di prima. In questi anni, soprattutto a causa della propaganda finanziata dal Medio Oriente, la religione ha avuto più spazio nel discorso pubblico. La crisi economica ha sicuramente influito, perché quello che accade in Occidente ha un impatto immediato sul mio Paese. Il turismo è calato, la società tunisina si è ulteriormente impoverita. Insomma, c’è uno stato di depressione generale.

Qui subentra la propaganda islamista..
Sì, in una società depressa la religione viene vista come un’alternativa alla cultura occidentale di stampo americano. E la situazione è scivolata ulteriormente dopo la rivoluzione. Non bisogna dimenticare che la Tunisia è il Paese che fornisce più militanti all’Isis. Dopo la cacciata di Ben Ali si sono aperti maggiori spazi e la predica religiosa, in particolare nei canali satellitari, si è fatta ancora più incessante. Io stessa, che non ero stata mai contestata per le mie opere, adesso ricevo delle critiche. Le donne che raffiguro sono troppo sexy per certi standard.

Com’è possibile lavorare, da fumettista, in una tradizione culturale tendenzialmente iconoclasta? Negli hadith, i “racconti” della vita di Maometto, c’è addirittura il divieto di raffigurare qualsiasi creatura vivente. Anche se, nel corso dei secoli, questi limiti sono stati variamente interpretati...
È vero che, secondo una certa lettura del Corano, esiste il divieto di disegnare e di raffigurare, perché la creazione appartiene solo a Dio. A maggior ragione questa norma si applica nel caso in cui si voglia rappresentare il Profeta. La Tunisia, però, è sempre stato un Paese poco rigido da questo punto di vista. Anzi, negli anni Sessanta e Settanta ci fu un vero e proprio boom delle arti plastiche. Io non ho mai avuto problemi a raffigurare la figura umana, in particolare quella femminile.

Hai mai rappresentato Maometto?
No, ma si tratta di una scelta artistica, stilistica. Non mi interessa provocare. Io, come ho detto, lavoro molto sulle donne, sui loro diritti, sulla loro emancipazione. Se è vero che il mio Paese, in questo campo, è considerato molto più avanzato rispetto al resto del mondo arabo, io sono nata pur sempre in una società conservatrice, tradizionalista, maschilista. Quindi voglio descrivere i problemi dell’essere donna in Tunisia. Altri miei comics sono ambientati invece in Occidente. Un altro argomento che mi interessa, e che conosco da vicino, è l’immigrazione.

Hai mai fatto satira?
No. Però la satira, a differenza di quello che si pensa, è diffusa nel mondo arabo. Ci sono ovviamente dei limiti, che sono dettati dalla politica. Insomma, le critica sociale è ammessa, ma se si contesta il potere, si rischia di essere imprigionati o di venire costretti ad emigrare.

In Europa si discute molto della libertà d’espressione e dei suoi limiti...
Io non credo che si debbano attaccare le persone in maniera gratuita, né mi piace chi sceglie il linguaggio dell’insulto. Bisogna essere sottili, intelligenti, soprattutto quando si esprime una critica. Sono un’artista e i disegnatori di Charlie sono dei colleghi. Sto con la libertà d’opinione. Non mi sento offesa. Ma sono nata in una società musulmana e capisco che molti, credenti e praticanti, lo siano.

Alcuni “offesi” sono passati all’azione. Je ne suis pas Charlie. Sono state attaccate delle Chiese, ad esempio in Niger. Ci sono state manifestazioni di protesta in molti Paesi islamici, dal Pakistan all’Algeria, dalla Somalia al Sudan...
Ho visto. È scattato il meccanismo della contropropaganda. La mentalità che sta dietro queste manifestazioni è quello del “se la sono cercata”. Però non credo che i fondamentalisti abbiano tutto consenso, anche se molte persone si sono sentite offese. Il problema è che questa macchina della contropropaganda è più forte di prima.

Proprio per togliere i fondamenti ideologici a questi gruppi il presidente egiziano al Sisi ha chiesto agli imam una rivoluzione religiosa, un cambiamento di dottrina. Che ne pensi?
Sarebbe una svolta importante, ma questo non è l’unico elemento alla base del fondamentalismo. C’è una questione di frustrazione sociale, ad esempio. Ma soprattutto non c’è solo la dottrina degli imam. La cattiva predica religiosa si trova ovunque, nei canali televisivi, in rete, ed è alla portata di tutti.

Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook