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Laicità, terrorismo e i circoli viziosi dell'emarginazione

Chiara Saraceno, Micromega
2 febbraio 2015

Non si sa se in nome della difesa della laicità o del contrasto al terrorismo, in Francia un maestro ha denunciato e la polizia ha convocato per un interrogatorio un bambino di otto anni. Questi, oltre ad essersi rifiutato, come molti altri studenti musulmani in molte scuole, di fare il minuto di silenzio imposto a tutto il paese e in tutte le scuole
di ogni ordine e grado per commemorare le persone barbaramente uccise dai terroristi a Parigi, aveva anche dichiarato di essere dalla parte dei terroristi stessi.

Ciò è bastato per farlo considerare un piccolo terrorista in erba, da trattare non con le armi della pedagogia ma, appunto, della repressione e della polizia. Salvo, nella impossibilità giuridica (per fortuna) di poter andare fino in fondo alla denuncia e giungere ad una eventuale condanna per l’età troppo bassa del piccolo, trasferire la denuncia di incitamento al terrorismo sul genitore.

La vicenda non è solo un corto-circuito di stupidità. È anche un classico caso di profezia che si auto-adempie. Un bambino non di etnia maghrebina e non di religione mussulmana che avesse inneggiato a banditi assassini sarebbe stato sgridato, forse punito dal maestro e i suoi genitori sarebbero, forse, stati richiamati dalla scuola ad una maggiore sorveglianza educativa. La cosa sarebbe finita lì.

Quel bambino e i suoi genitori, invece, hanno ricevuto conferma che essere mussulmani di origine maghrebina, ancorché francesi, li rende non solo cittadini di serie b, ma automaticamente sospetti, pericolosi. Come è successo, anche senza l’intervento della polizia, ma con interventi disciplinari, in altri casi di rifiuto degli studenti a osservare il minuto di silenzio, le ragioni di quel rifiuto vengono censurate o peggio interpretate come pura e semplice identificazione con i terroristi.

Si tratta invece della difficoltà ad identificarsi in una citoyenneté che rivendica orgogliosamente il diritto a prendere in giro i simboli sacri a molti, ma considera ogni espressione di identificazione con quei simboli, specie se islamici, una deficienza e, prima ancora, della difficoltà a identificarsi in una citoyenneté basata sulla negazione delle differenze etniche e religiose, ma che continua a tenere ai margini la gran parte di chi appartiene alla etnia maghrebina e religione mussulmana.

Lo ha ammesso il primo ministro Valls nel coraggioso discorso al Parlamento dopo le stragi di Parigi. La questione non è, come sembra pensare la ministra dell’Educazione, che occorre rafforzare l’educazione alla laicità. Occorre innanzittutto rompere i circoli viziosi della emarginazione in cui sono intrappolati troppi francesi di origine maghrebina e religione mussulmana. Altrimenti, anche la laicità sembrerà a costoro un modo per emarginarli e squalificarli come cittadini a pieno titolo.

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