Verso lo Strike Meeting#3. Femminilizzazione del lavoro ed emancipazione malata

Degender Communia
12 febbraio 2015

Una parte considerevole del nostro tempo di vita lo passiamo a lavoro. Grazie al lavoro, e al salario corrisposto, riusciamo – o dovremmo riuscire – a garantire la nostra sussistenza e a determinare la qualità della nostra vita: l'assenza di lavoro (disoccupazione) e lo scadimento della qualità del lavoro (precarietà) si riflettono direttamente sulle nostre vite, determinando il nostro presente e il nostro futuro.

Il concetto di femminilizzazione del lavoro è stato introdotto per la prima volta a Pechino nel corso della Quarta Conferenza sulle Donne dell'ONU nel 1995. All'interno della relazione introduttiva all'incontro dal titolo “World Survery on the Role of Women in Development. Women in a Chainging Global Eonomy” si passarono in rassegna i vari cambiamenti che stava subendo il mercato del lavoro a livello globale, constatando che in tutte le aree del mondo l'occupazione femminile cresceva nei numeri.

Rispetto alla situazione italiana i commenti erano addirittura trionfalistici: secondo il rapporto dell'ONU la crescita dell'occupazione femminile era accompagnata dall'esaltazione per l'avvento dell'economia dei servizi anche nel nostro paese. Un modello lavorativo che avrebbe offerto «finalmente alle donne ruoli idonei alle loro competenze ed esperienze: la capacità di relazione e comunicazione, l'attenzione alla cura, la predilezione per modalità cooperative piuttosto che competitive».

Negli anni a seguire, anche grazie al contributo delle varie riforme attuate, l'occupazione femminile crebbe molto più velocemente di quella maschile e la giovane donna divenne il simbolo del cambiamento, del progresso. Nel corso degli anni la piena partecipazione al mercato del lavoro da parte delle donne è diventato un obiettivo comunitario a cui i governi europei dovevano adempiere: a marzo del 2000 c'è stata a Lisbona una riunione straordinaria dei Capi di Stato e di Governo dei paesi membri dell'Unione Europea, dove furono fissati gli obiettivi e le strategie di intervento da lì al 2010, volte a far crescere la competitività e la dinamica economica della conoscenza.

La Strategia di Lisbona, questo fu il nome dato al processo intrapreso, mise a punto una serie di misure comuni in determinati ambiti quali innovazione e imprenditorialità, riforma del welfare e inclusione sociale, capitale umano e riqualificazione del lavoro, uguali opportunità per il lavoro femminile, liberalizzazione dei mercati del lavoro e dei prodotti a sviluppo sostenibile. In merito a gli obiettivi tutti gli stati membri si impegnavano a far crescere, dal 2000 al 2010, l'occupazione generale in media dal 61% al 70% e quella femminile dal 51% al 60%.

Alla luce delle modifiche del mercato del lavoro, introdotte in Italia negli ultimi vent’anni si può parlare di un completamento della definizione di femminilizzazione del mercato del lavoro, intesa non come maggiore presenza delle donne, quanto piuttosto come riduzione del lavoro nel suo complesso alle condizioni di precarietà e carenza di diritti che tradizionalmente ha caratterizzato quello femminile.

Analizzare gli effetti della crisi sul mercato del lavoro vuol dire andare ad osservare come questa si è ripercossa sulle caratteristiche del mercato del lavoro contemporaneo, dove persistono forte differenze di genere e territoriali.

Dai dati Istat scopriamo che a cinque anni dalla crisi economica si è ridotta l’occupazione a tempo indeterminato – standard – del 7,7%, per la maggior parte son uomini e più della metà si trovano collocati al sud. Oltre il lavoro standard diminuisce anche il lavoro “atipico”, meno 6,4%, andando a colpire principalmente chi è in questi contratti: donne e giovani. L’unica forma di lavoro che continua a crescere è il lavoro part-time: nel quinquennio della crisi +43,1% per gli uomini in confronto a +16,8% delle donne. Diminuisce la durata temporale dei contratti ma 1/5 degli atipici è in una situazione di precarietà da almeno 5 anni.

La crisi economica ha ridisegnato il mercato del lavoro sviluppando forme di lavoro atipico e non stabilizzate, dove maggiore è la percentuale di donne. Infatti i dati sulla ripresa del mercato del lavoro mostrano come le nuove domande siano esclusivamente a tempo determinato: a fronte di un calo di 105 mila unità di personale a tempo indeterminato, pari allo 0,6%, sono aumentati di 63 mila i lavoratori involontariamente a tempo parziale, +2,3%; di 136 mila i contratti di collaborazione, 5,3%; i contratti a breve durata fino a 6 mesi, +8,8 %, a fronte di un calo di 32 mila unità di quelli superiori ad un anno. Con la crisi la forza lavoro diventa sempre più precaria e sottoutilizzata rispetto alle proprie capacità, si femminilizza.

La tenuta dell'occupazione femminile la dobbiamo alla crescita delle occupate straniere, alla crescita delle occupate over 50 per effetto dell'allungamento dell'età pensionabile e alle donne che entrano nel mercato del lavoro per sopperire alla disoccupazione del partner. L'occupazione femminile si attestava di 12,1 punti percentuali al di sotto della media europea, posizionando il paese in fondo alla classifica comunitaria, con solo Malta e l'Ungheria dietro. Nella ricerca della cause di questo divario, la disomogeneità economica interna influenza molto il contesto nostrano: si può osservare che dove l'economia è forte cresce la richiesta di manodopera, riuscendo così ad assorbire anche quella femminile, mentre in un mercato del lavoro debole, come nel meridione, a stento si riesce a soddisfare la richiesta di lavoro degli uomini.

Le giovani donne sono le più colpite dalla situazione vigente in quanto, oltre a subire più dei loro coetanei la disoccupazione e la mancanza di servizi per il sostegno al reddito, vivono una frustrazione frutto della discrepanza tra le loro ambizioni generazionali, date dal cambiamento della coscienza femminile, e la dura realtà con cui sono costrette a scontrarsi. L'enfatizzare il rapporto tra aspirazioni di vita, condizioni materiali e le conseguenti frustrazioni che generano nelle donne, in particolare giovani, potrebbe sembrare un problema secondario rispetto allo stato di crisi in cui versa l'Italia, è invece esemplificativo di come i cambiamenti del mercato del lavoro degli ultimi trent'anni e le politiche emancipatrici portate avanti fino ad oggi, non abbiano realmente risolto i problemi di genere.

Quella a cui stiamo assistendo oggi è un fenomeno di emancipazione malata che crea talvolta tra gli uomini e tra le donne stesse una nostalgia del modello astratto e apre la strada a logiche regressive. Viviamo in una condizione sociale per cui le lotte e i processi politici e sociali messi in campo dai movimenti hanno prodotto uno stato di avanzamento dell'emancipazione femminile non conforme con gli obiettivi sperati. Le donne, nonostante il cambiamento di immagine, hanno continuato ad essere parte dell'esercito di riserva del mercato del lavoro e la svalutazione delle loro mansioni sarebbe, così, funzionale a tenere bassi i salari come i diritti di tutta la classe lavoratrice: la flessibilità, il part time, i contratti a progetto e tutto l'arcipelago di nuove forme contrattuali esistenti non sono altro che la generalizzazione delle caratteristiche tipiche del lavoro femminile.

A partire dal punto di vista delle differenze di genere esistenti nel mercato del lavoro, è possibile andare a definire come e dove queste si realizzano: il mercato del lavoro vive di asimmetrie di genere, caratteristiche specifiche del lavoro femminile, classificabili in tre macro aree. La prima e più studiata è la segregazione di genere, cioè una concentrazione asimmetrica di donne e uomini nei differenti ambiti e posizioni del mercato del lavoro. In questo gruppo la più diffusa è la segregazione orizzontale o sex typing, definizione che riassume la tendenza dell'occupazione femminile a concentrarsi in determinate professioni o settori, a causa di stereotipi sociali e culturali per cui si considera normale che esistano “lavori da uomini” e “lavori da donne”.

A seguire c’è la segregazione verticale o tetto di cristallo: lo squilibrio esistente tra i due sessi nel ricoprire posizioni organizzative o di responsabilità nel mercato del lavoro, più si sale la piramide gerarchica, più la presenza delle donne si assottiglia. Dalle analisi statistiche scopriamo che le imprenditrici in Italia sono il 19% del totale, le dirigenti il 27%, le libere professioniste il 29%, le dirigenti medici di strutture complesse il 13,2%, le donne prefetto il 20,7%, le professoresse ordinarie il 18,4%, le direttrici di enti di ricerca il 12%, le ambasciatrici il 3,8% e nessuna donna è ai vertici della magistratura , mentre tra le imprese private la presenza delle donne nei Consigli di Amministrazione, Collegi Sindacali e Direzioni Generali nel 2010 non ha raggiunto i 7 punti percentuali di media – nel 1994 non toccava i 2 – e le imprese femminili sul territorio nazionale, sempre nel 2010, passano da un massimo del 9 in Liguria ad un minimo del 1 per cento in Abruzzo.

In crescita negli ultimi anni è la segregazione contrattuale, la diversa distribuzione di genere nelle tipologie contrattuali esistenti, dove al crescere di forme di lavoro “atipiche” le lavoratrici riempiono le fila di quelle più precarie e con meno diritti. Questa forma di segregazione interessa più i giovani lavoratori per i motivi sopra citati, tra questi le giovani donne hanno più frequentemente un lavoro a tempo determinato, il 34,8%, rispetto ai loro colleghi uomini che si attestano al 27,4% e il fenomeno cresce con l'alzarsi del titolo di studio: 28% tra chi ha un titolo di studio basso, il 35% delle diplomate, 40,6% tra le laureate.

Più degli uomini le donne hanno un contratto part time, 31,2% contro 10,4%, e la percentuale si alza al sud 38,1% contro 11,8% degli uomini, al centro sono il 32,5 contro 12,2%, per scendere al nord 27,5% contro l'8,7% dei loro conterranei uomini. Altro aspetto tipico di questo sistema lavorativo è il sottoutilizzo del capitale umano, cioè lo svolgere un lavoro al di sotto delle proprie capacità che coinvolge il 34,8% delle giovani donne contro il 32,5% dei loro coetanei, fenomeno in crescita negli ultimi anni – nel 2005 coinvolgeva il 28,5% delle giovani lavoratrici, nel 2007 il 31,7% e nel 2009 il 33,8%.

La seconda macro area delle asimmetrie classificate è una diretta conseguenza delle tre forme di marginalizzazione sopra descritte: fenomeni di discriminazione tra i due sessi che coinvolgono le donne nell'accesso, nelle condizioni di lavoro e nella retribuzione. Quest'ultimo è il caso più studiato in quanto è più facile reperire i dati, compito più arduo quando si tratta delle discriminazioni all'accesso e nelle parità di trattamento tra uomini e donne, essendo queste, in teoria, punibili dalla legge. Sulla disparità nei trattamenti finanziari invece c'è una lunga letteratura in merito: la retribuzione netta mensile delle dipendenti è inferiore di circa il 20% a quella degli uomini (nel 2010 1.096 contro 1.377 euro), anche se il divario si dimezza considerando i soli impieghi a tempo pieno (rispettivamente 1.257 e 1.411 euro); tra gli occupati full-time, differenze significative permangono per le laureate (1.532 euro rispetto ai 1.929 euro dei maschi).

Questa forma di discriminazione è una diretta conseguenza della precarietà, perché se è pur vero che le modifiche del mercato sono un processo di femminilizzazione che vede una generalizzazione delle caratteristiche tipiche del lavoro delle donne anche a gli uomini, le regole restano maschili, soprattutto nei gradini più alti della scala sociale, e non tengono conto materialmente della vita delle donne, delle loro specificità e dell'oppressione storica che coinvolge il genere.

Sotto il profilo dell'aumento dell'occupazione a seguito della crisi i dati dimostrano che, sebbene il fenomeno abbia coinvolto molte più donne che uomini, quella femminile spesso è avvenuta nelle professioni con un minore status sociale: sempre nel 2009 le cosiddette “professioni non qualificate” hanno registrato una diminuzione di 11 mila unità di manodopera maschile a fronte di un aumento di 99 mila unità di manodopera femminile; sempre tra le donne non si registrano perdite nei lavori a domicilio e si fermano al 5% quelle tra i dipendenti, mentre sono donne il 39% dei perdenti posto tra i lavoratori in proprio, il 24 dei liberi professionisti e il 46 dei lavoratori indipendenti. La crisi ha reso ancora più spesso il tetto di cristallo.

In generale gli andamenti sopra descritti si riproducono in Europa in un contesto di diffusione di processi di precarizzazione, che hanno aumentato le differenze di genere esistenti:
- in UE il calo dell'occupazione maschile è generalizzato: dal 2008 al 2013 si registra un calo del 4.4% per gli uomini e una tenuta dell'occupazione femminile (che scende solo dello 0.4%);
- la dinamica dell'occupazione femminile a livello UE è variegata: crescono Germania, Belgio, Austria, ecc. ma le perdite sono consistenti in Spagna (-10.6%), Grecia (-18%), Portogallo (-10.7%).

Di fianco a una diminuzione delle possibilità di emancipazione delle donne attraverso il lavoro, a seguito delle politiche di austerity, in Italia come in Europa abbiamo/stiamo assistendo a fortissimi tagli alle forme di sostegno alla conciliazione: in Bulgaria dal settembre 2009 a fine 2011 sono stati chiusi 21 ospedali; in Inghilterra il sussidio di buona salute previsto per le donne incinte, gli assegni famigliari e i crediti d'imposta legati alla nascita di un figlio sono stati tutti ridotti o congelati; in Germania nel 2010 le donne disoccupate sono il 47%, ma solo il 28% ha ricevuto l'indennità di disoccupazione; in Spagna il Ministero per l'Uguaglianza – il corrispettivo italiano del Ministero per le Pari Opportunità – è stato soppresso, mentre in Italia il bilancio delle politiche famigliari è stato decurtato del 70%; in Francia sono state chiuse le scuole materne pubbliche e gratuite per i bambini a partire dai 2 anni a favore dei nidi, “jardins d'éveil”, privati e a pagamento.

Vediamo come in Italia, un paese dall’alto tasso di welfare familistico la mancanza di garanzie nel mercato del lavoro e di servizi di sostegno al reddito perpetuano una cultura della donna come unica responsabile della cura delle nuove e vecchie generazioni. Nel 2012 il 22,7% delle giovani madri, a due anni dalla nascita del figlio, non svolgeva più il lavoro che faceva quando è rimasta incinta, contro una quota del 18,4% rilevata nel 2005 e del 19,9% del 2002. Tra queste il 23,8 % ha dichiarato di essere stata licenziata, il 19,6 di aver smesso a causa della cessazione dell'attività e il 67,1% che l'attuale situazione è frutto di una scelta dovuta all'inconciliabilità tra il lavoro e la maternità.

Tra quelle ancora lavoratrici aumenta, rispetto alle precedenti inchieste, la percentuale di chi dichiara di aver problemi nella gestione del tempo tra il lavoro e la cura, la quota sale al 43,1 per cento, mentre nel 2003 era al 36,4 e nel 2005 al 39,2%. Infine va segnalato che in Italia sono il 51,9 per cento le coppie in cui la donna non percepisce alcun reddito – dopo di noi solo Malta ha una percentuale maggiore in Europa – e, in un periodo di crisi, l'assenza di un secondo reddito espone queste coppie, per il 39,5%, al rischio di povertà e per il 24,8 % di cadere nella deprivazione materiale.

Nel 2006 l'Istat pubblica un'indagine multiscopo dal titolo Avere un figlio in Italia. Approfondimenti tematici dall'indagine campionaria sulle nascite. Anno 2002, con l'obiettivo di indagare i motivi della bassa natalità del paese volto a sviluppare politiche demografiche efficaci. Il campione dell'indagine erano le famiglie con un figlio tra i 12 e i 18 mesi e particolare attenzione è stata data al lavoro della madre prima e dopo la nascita del figlio, al fine di cogliere le eventuali variazioni: all'inizio della gravidanza il 58,8% delle madri lavorava e di queste il 20% non ha continuato dopo il parto;
tra quelle che hanno abbandonato il lavoro il 68,8% si era licenziata, il 6,9% era stata licenziata, per il 24,1 era cessata l'attività e lo 0,2% non sapeva rispondere; il 20,3% di quelle che si erano licenziate afferma che il lavoro era inconciliabile con gli impegni familiari; tra le donne che hanno mantenuto il lavoro dopo il parto il 28,1% ha dichiarato di aver subito delle variazioni nel proprio lavoro, per quanto riguarda il tipo di mansioni, il regime orario, le responsabilità, la formazione e le opportunità di carriera.

Nuove forme di famiglie
Questa introduzione prova a indagare anche la relazione tra orientamento sessuale e mercato del lavoro, intesa sia come analisi qualitativa e quantitativa della partecipazione al ruolo del mercato del lavoro nelle possibilità di emancipazione dei singoli partecipazione al mercato del lavoro. Da premettere che il soggetto LGBTQ nella statistica ufficiale è quasi del tutto assente: nel 2011 vi è stato il primo censimento delle coppie dello stesso sesso è stato un flop, che registra 7.513 coppie, 3.133 al Nord Ovest, 1.584 al Nord Est, 1.530 al Centro, 1.266 al Sud e nelle Isole. 529 le coppie che hanno un figlio. In totale 15.026 persone che hanno dichiarato di far parte di una coppia omosessuale su 59 milioni di abitanti. Il dato è chiaramente gravemente sottostimato e ciò dipende da diversi fattori:
- le statistiche ufficiali del mercato del lavoro non contengono informazioni che permettono di caratterizzare l'universo LGBTQ e di studiarne e seguirne le dinamiche.
- l'indagine sulla popolazione omosessuale nella società italiana costituisce un punto di partenza informativo che ha svelato l'opinione degli italiani nei confronti dell’omosessualità, compresa quella sulle coppie gay e lesbiche.

In generale è difficile rappresentare la relazione tra mercato del lavoro e orientamento sessuale, perché tutti i classici esempi da luoghi comuni – i commessi dei negozi di vestiti sono tutti gay, come gli stuarts o i parrucchieri, le lesbiche sono del tutto assenti anche dagli stereotipi – sono, frutto di modi di dire e l’orientamento sessuale non può essere una forma di richiesta al momento dell’assunzione. Va pur detto che una delle poche analisi, qualitative e non quantitative, condotta dal Arcigay nel 2011 - più che segnalare un gender typing descrive un mercato del lavoro fortemente segnato dal pregiudizio, dove il/la singolo/a ha remore a dichiarare il proprio orientamento sessuale per paura di essere deriso dai colleghi o discriminato dai propri datori di lavoro.

I ricercatori sottolineano che spesso l’omofobia più che essere esterna è un processo interiorizzato, frutto dell’istinto di sopravvivenza del singolo. Alla luce dei fatti di cronaca, delle dichiarazioni politiche e dei provvedimenti folli dei ministri di questo governo, ci sembra un dato reale che in Italia siano solo 7.513 le coppie dichiarate omossessuali, quanto piuttosto un meccanismo di omofobia interiorizzata/vissuta che si ripercuote anche in un anonimo censimento?

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