Nuovi conflitti, sempre più colpiti i civili. L'orrore delle guerre secondo Amnesty

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L’Espresso
25 02 2015


L’ennesimo fotogramma dell’orrore risale all’altroieri. I jihadisti dello Stato Islamico, a bordo di una quarantina di pick up, attaccano interi villaggi cristiani assiri sul fiume Khabur, sulle colline del nord-est della Siria, a ridosso del confine con l’Iraq e la Turchia. Prendono in ostaggio la popolazione, danno alle fiamme alcune chiese, separano le donne e i bambini dagli uomini. Popolazioni civili sempre più costrette a vivere sotto il controllo di brutali gruppi armati e sottoposte ad attacchi, persecuzioni e discriminazioni.

Lo dice a chiare lettere il Rapporto 2014-2015 di Amnesty International, pubblicato oggi in Italia da Castelvecchi: se i leader mondiali non agiranno con urgenza di fronte alla mutata natura dei conflitti, lo scenario rischia di aggravarsi nei prossimi due anni, segnato da crescenti violenze e atrocità ad opera di gruppi armati non statali, che superano i confini nazionali: Boko Haram, Stato Islamico, Al Shabaab. «Il 2014 è stato un anno catastrofico per milioni di persone intrappolate nella violenza. La risposta globale ai conflitti e alle violazioni commesse dagli stati e dai gruppi armati è stata vergognosa e inefficace», ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia : «Di fronte all’aumento degli attacchi barbarici e della repressione, la comunità internazionale è rimasta assente».


A poche ore dall'ultimo attacco in Siria nei pressi di Tell Tamer, non lontano da Al-Hasakah, con una chiesa bruciata e centinaia di caldei presi in ostaggio, le testimonianze raccolte nel video reportage dell’Espresso solo qualche mese fa sembrano profetiche. «Quelli dell'Isis sono peggio degli animali, il loro progetto per i cristiani è quello di ucciderli, convertirli o buttarli fuori dal paese». A parlare sono uomini e donne iracheni: medici, ingegneri, professori; tutti cristiani e in fuga dagli orrori compiuti dalle milizie dello Stato Islamico. L’Espresso ha raccolto le loro testimonianze in un reportage girato tra l'Iraq e la Giordania e realizzato in collaborazione con l'UNHCR.«I politici mondiali dormono e fingono di non vedere quello che sta succedendo qui», racconta all'Espresso Hassan, un professore che ha trovato rifugio in una chiesa armeno-cattolica ad Amman. «Se torniamo nelle nostre case, ci taglieranno la testa, cosa possiamo fare? Vi prego portate la nostra storia in tutto il mondo»di Duccio Giordano

Nel 2014 i gruppi armati hanno commesso abusi di diritti umani in almeno 35 Paesi, più di un quinto di quelli su cui Amnesty International ha svolto ricerche. «I governi devono finirla di affermare che la protezione dei civili è al di là dei loro poteri, e devono invece contribuire a porre fine alla sofferenza di milioni di persone», prosegue Marchesi.

NO AL DIRITTO DI VETO IN CASO DI GENOCIDIO
La gravità della situazione sta nei numeri snocciolati nel Rapporto, il frutto della ricerca sulle violazioni dei diritti umani condotta in 160 paesi: 18 Paesi in cui sono stati commessi crimini di guerra, oltre 4 milioni i rifugiati fuggiti dal conflitto in Siria, oltre 3.400 i rifugiati e i migranti annegati nel Mar Mediterraneo mentre tentavano di raggiungere l’Europa, 119 i paesi nei quali i governi hanno arbitrariamente limitato la libertà di espressione, tre paesi su quattro tra quelli esaminati da Amnesty International. Oltre ai governi nazionali, secondo l’organizzazione non governativa ancora una volta il grande assente è l’Onu, che non ha agito di fronte alle crisi in Iraq, Siria, Gaza, Israele e Ucraina. Adesso Amnesty chiede ai cinque stati membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di rinunciare al loro diritto di veto nei casi di genocidio o di altre atrocità di massa. «Potrebbe essere una svolta per la comunità internazionale e uno strumento per difendere le vite umane. Così facendo, i cinque stati membri permanenti invierebbero un segnale potente che il mondo non resterà a guardare passivamente di fronte alle atrocità di massa», prosegue Marchesi.

ARSENALI PRONTI ALL’USO PER L’IS
La disponibilità di armi in grandi quantità è uno degli aspetti cruciali del nuovo contesto internazionale. La scorsa vigilia di Natale, dopo una campagna durata oltre 20 anni, è entrato in vigore il Trattato globale sul commercio di armi, che ha l’obiettivo di limitare i trasferimenti internazionali di armi e munizioni. Se applicato, contribuirà a salvare migliaia di vite umane. Finora è stato sottoscritto da 130 Paesi e ratificato da 62. Amnesty International chiede a tutti gli Stati - compresi Stati Uniti, Cina, Canada, India, Israele e Russia - di ratificare il trattato. «Nel 2014, enormi forniture di armi sono state inviate a Iraq, Israele, Sud Sudan e Siria, nonostante la probabilità assai elevata che sarebbero state usate contro i civili intrappolati nei conflitti», aggiunge il presidente di Amnesty International Italia: «Quando lo Stato Islamico ha conquistato ampie parti dell’Iraq, ha trovato grandi arsenali pronti all’uso. L’irresponsabile flusso di armi verso chi viola i diritti umani deve cessare subito».

La risposta che alcuni governi hanno dato all’emergenza terrorismo, sottolinea il rapporto, non fanno altro che peggiorare la situazione, violando i diritti umani fondamentali in nome della sicurezza. Ad esempio, in Nigeria, dove la popolazione è già terrorizzata dalle atrocità commesse da Boko Haram, sono stati rilevati numerosi episodi di violenza da parte delle forze di sicurezza, uccisioni extragiudiziali, arresti arbitrari di massa e torture; in Pakistan le autorità hanno annullato la moratoria sulle esecuzioni capitali e hanno cominciato a mettere a morte i prigionieri condannati per reati di terrorismo; in Turchia, la legislazione antiterrorismo ha continuato a essere usata per per criminalizzare e limitare la libertà di espressione. «Sappiamo che le reazioni impulsive non funzionano. Al contrario, creano un ambiente repressivo nel quale l’estremismo può crescere», conclude Marchesi.

L’ITALIA E L’EMERGENZA SBARCHI. In questo contesto, l’Italia affacciata sul Mediterraneo riveste un ruolo di primo piano. Mentre la crisi libica peggiora l’emergenza degli sbarchi di migranti: 3.500 persone solo a gennaio, oltre il 60 per cento in più rispetto agli sbarchi del gennaio 2014. Nel capitolo riservato al nostro Paese, il Rapporto 2014-2015 di Amnesty International punta il dito contro le politiche del governo Renzi. «Dopo aver salvato oltre 150 mila rifugiati e migranti che cercavano di raggiungere l’Italia dal Nord Africa su imbarcazioni inadatte alla navigazione, a fine ottobre l’Italia ha deciso di chiudere l’operazione Mare nostrum», afferma Gianni Ruffini, direttore generale di Amnesty International Italia: «Avevamo chiesto al governo di non sospendere Mare nostrum fino a quando non fosse stata posta in essere un’operazione analogamente efficace, in termini di ricerca e soccorso in mare. Le nostre richieste non sono state ascoltate, con le conseguenze ampiamente previste di nuove, tragiche morti in mare, nonostante il pieno dispiegamento dei mezzi e l’impegno della Guardia costiera italiana, lasciata praticamente sola dalla comunità internazionale».

 

Ultima modifica il Mercoledì, 25 Febbraio 2015 15:06
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