«I coloni israeliani ci prendono la casa»

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Il Manifesto
24 03 2015

Benya­nim Neta­nyahu pres­sato dal capo dello stato Rivlin è stato costretto a scu­sarsi con i cit­ta­dini arabi per il suo appello, nel giorno delle ele­zioni, agli ebrei ad accor­rere alle urne per bilan­ciare il voto mas­sic­cio nelle loca­lità arabe. Com­piuto il sacri­fi­cio, il pre­mier ora si appre­sta a for­mare il suo governo con gli ultra­na­zio­na­li­sti e i reli­giosi. Ha quat­tro set­ti­mane a dispo­si­zione. L’unica vera dif­fi­coltà che deve affron­tare sono gli appe­titi dei suoi part­ner della coa­li­zione che recla­mano mini­steri impor­tanti, a comin­ciare da quello dell’edilizia, “cen­tro di comando” della colo­niz­za­zione. Pro­prio i coloni israe­liani, entu­sia­sti per l’esito del voto e cari­cati dalle pro­messe del primo mini­stro, vanno avanti con i loro pro­getti. Ovun­que, in Cisgior­da­nia e a Geru­sa­lemme Est. Una atti­vità intensa, che non cono­sce soste. Ne sa qual­cosa Mustafa Sob Laban, 65 anni, pen­sio­nato. «Viviamo nella paura, ci aspet­tiamo che da un momento all’altro arri­vino quelli di Ata­ret Coha­nim (una orga­niz­za­zione di coloni israe­liani che opera nella città vec­chia di Geru­sa­lemme, ndr) assieme alla poli­zia e ci but­tino fuori dalla casa dove la nostra fami­glia vive dal 1953», ci dice acco­glien­doci nei pochi metri qua­drati dove vivono in otto. Lui e la moglie Noura, Rafat il figlio più gio­vane, Ahmad il figlio spo­sato con sua moglie e tre bimbi. «Il più pic­colo ha 3 anni, il più grande 9 e si chiama Mustafa, come me. Ora sono fuori casa, chi all’asilo e chi a scuola», ci rac­conta con in volto l’espressione felice di tutti i nonni quando par­lano dei nipo­tini. Il 31 mag­gio l’Alta Corte di Giu­sti­zia israe­liana esa­mi­nerà il ricorso con­tro l’espulsione pre­sen­tato dalla fami­glia pale­sti­nese. Mustafa, moglie e figli non si fanno tante illu­sioni, rischiano di ritro­varsi senza un tetto e di dover lasciare la casa dove pen­sa­vano di rima­nere fino alla fine dei loro giorni. Dome­nica scorsa cen­ti­naia di pale­sti­nesi e atti­vi­sti stra­nieri e alcuni israe­liani, hanno mani­fe­stato davanti alla casa minac­ciata di occu­pa­zione al grido di “Basta discri­mi­na­zioni, no ai coloni”, “Pro­teg­giamo la fami­glia Sob Laban”. Mustafa ha capito di non essere solo.

La casa dei Sob Laban è in Aqbat al Khal­diyya, nel cuore del quar­tiere musul­mano della città vec­chia di Geru­sa­lemme. È a pochi metri da Suq al Qat­ta­nin, uno degli ingressi più spet­ta­co­lari sulla Spia­nata della moschea di al Aqsa. E dal ter­raz­zino di casa Sob Laban la cupola dorata della moschea della Roc­cia è incre­di­bil­mente vicina, una illu­sione ottica la fa appa­rire a por­tata di mano. Accanto all’abitazione sven­tola una ban­diera israe­liana, che segna la pre­senza di un isti­tuto reli­gioso nazio­na­li­sta. La dif­fe­renza di ampiezza degli ingressi dei due edi­fici sim­bo­leg­gia i rap­porti di forza. Ampio e restau­rato quello israe­liano, un por­ton­cino di colore verde sbia­dito quello della fami­glia pale­sti­nese. Quelli di Ata­ret Coha­nim dal loro sta­bile, occu­pato tanti anni fa, si sono già spo­stati in quello accanto. Dal por­ti­cino malan­dato si accede subito a due appar­ta­menti dove ora vivono i coloni. I Sob Laban sono qual­che gra­dino più in alto e resi­stono, da decenni. «È una sto­ria lunga – spiega Musfafa –, que­sta casa è affit­tata dal 1953. A quel tempo i nostri geni­tori paga­vano l’affitto alle auto­rità gior­dane (che hanno occu­pato Geru­sa­lemme Est dal 1948 al 1967, ndr), e quando sono arri­vati gli israe­liani hanno con­ti­nuato a ver­sarlo alle nuove auto­rità. Tutti i mesi, rego­lar­mente». Nel 1984 un giu­dice israe­liano ordina ai Sob Laban di lasciare la casa, per­chè peri­co­lante. «I lavori di ristrut­tu­ra­zione sono andati avanti per cin­que anni e quando siamo tor­nati abbiamo tro­vato l’ingresso della nostra casa sbar­rato dai coloni – con­ti­nua Mustafa –, dopo un’altra lunga bat­ta­glia legale, nel 2001 una corte israe­liana ha sen­ten­ziato il nostro diritto ad aprire un nuovo ingresso. Pur­troppo la vicenda non si è fer­mata quell’anno e nel 2010 quelli di Ata­ret Coha­nim ci hanno inti­mato di lasciare la casa. Infine lo scorso 14 set­tem­bre ci è stato con­se­gnato un ordine di sgom­bero del tri­bu­nale di Geru­sa­lemme che, soste­nendo una nostra pre­sunta moro­sità, ha dato ai coloni il diritto di occu­pare casa nostra. Ma noi abbiamo sem­pre ver­sato l’affitto e anche l’arnona (simile all’italiana IMU)». I coloni da parte loro sosten­gono che la casa appar­te­neva, prima del 1948, ad una fami­glia ebrea e che i Sob Laban non avreb­bero ver­sato sem­pre l’affitto. «Sono pre­te­sti – dice Mustafa -, usati dai coloni per toglierci la casa. E la legge israe­liana fa il loro gioco».

Que­sta non è una sto­ria di pro­prietà con­tese, di inqui­lini morosi e di carte bol­late. Que­sta è la bat­ta­glia per Geru­sa­lemme, che ogni giorno oppone i coloni israe­liani, vogliosi di «redi­mere» la zona araba occu­pata nel 1967, e i pale­sti­nesi che si oppon­gono come pos­sono ad una costante azione di pene­tra­zione, non solo nella città vec­chia. Ai piedi della mure anti­che, a Sil­wan, altre cin­que fami­glie pale­sti­nesi hanno rice­vuto nei giorni scorsi un ordine di demo­li­zione. Le loro case sono abu­sive, dicono le auto­rità comu­nali israe­liane. I coloni che agi­scono con­tro le leggi e le riso­lu­zioni inter­na­zio­nali invece sono “in regola” e in attesa del nuovo governo amico sca­vano, costrui­scono, occupano.

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