25 Marzo 1911

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Corriere delle migrazioni
30 03 2015

Scriveva Clara Lemlich, operaia membro del Comitato esecutivo del Local 25, un sindacato di zona, in Life in the Shop (in New York Evening Journal, November 28, 1909): «Per prima cosa lasciatemi spiegare in che modo lavoriamo e quanto veniamo pagate. Ci sono due tipi di lavoro: quello regolare e quello a cottimo. Il lavoro regolare viene pagato circa 6 dollari alla settimana e le ragazze devono stare alle macchine alle 7 in punto del mattino fino alle 8 di sera, con solo mezz’ora di pausa pranzo. C’è solo una fila di macchine alla luce del sole, quella più vicina alle finestre. Le ragazze delle altre file di macchine devono lavorare alla luce delle lampade a gas, sia di giorno che di notte…perché si lavora anche di notte. I capi in fabbrica non sono proprio dei gentleman, per loro le ragazze sono parti delle macchine. Urlano contro le ragazze e le riprendono così duramente che mi immagino gli schiavi neri del Sud. Non ci sono spogliatoi per le ragazze, devono appendere i loro cappelli e cappotti a chiodi piantati nel muro. La fabbrica è insalubre. Se viene trovato un difetto sul pezzo che stiamo lavorando, al di là che sia colpa nostra o no, dobbiamo pagare il pezzo, e a volte per l’intera iarda di materiale. Ogni tanto ci tolgono due dollari dalla paga, ma non siamo mai riuscite a capire perché».

Così si lavorava presso la Triangle Waist Company, a Manhattan, prima che bruciasse. Bassi salari, 13 ore di lavoro, condizioni insalubri e pericolose. Il caporalato era la norma: i caporali affittavano la manodopera e intascavano una percentuale sulle paghe, pagavano la gente quanto volevano, in genere molto poco. I padroni della Triangle, Max Blanck e Isaac Harris, non sapevano neanche con esattezza quanto guadagnassero quelle lavoratrici e nemmeno quante fossero esattamente. La maggior parte erano giovani immigrate prive di organizzazione. Nel 1909, dopo un incidente, in 400 uscirono in corteo. Ricevettero la solidarietà della Women’s Trade Union League, un’associazione progressista di donne della classe media che aiutarono le ragazze nei picchetti e fronteggiarono le provocazioni poliziesche.

Il 25 marzo 1911 scoppiò un incendio ai piani alti dell’Asch Building, sede della Triangle. Le operaie del 9° piano corsero verso le uscite di sicurezza, che non portavano da nessuna parte, visto che le porte sulle scale antincendio erano state bloccate. I padroni le facevano chiudere frequentemente, accusando le operaie di rubare i materiali. Le porte furono trovate piegate dal peso delle ragazze che vi si accalcavano contro. Altre aspettarono alle finestre, per scoprire che al nono piano non arrivavano né le scale dei pompieri né i getti degli idranti. Molte scelsero di buttarsi.
«Quel giorno fatale una ragazza chiese al capo “Mr. Bonstein, perché non c’è acqua nei secchi? – raccontò una sopravvissuta. Mary Domsky-Abrams, che si trovava al 9° piano – In caso di incendio non c’è niente con cui poterlo combattere”. Lui si infuriò col nostro gruppo e con arroganza disumana replicò: “se brucerai ci sarà qualcosa con cui spegnere il fuoco!”…C’erano pochi uomini in fabbrica. Centinaia di ragazze erano soprattutto ebree, più alcune italiane. Io e molte altre eravamo praticamente “novelline”, eravamo nel Paese solo da un anno o anche meno. Per molte, come per me, era solo il secondo lavoro, per altre il primo. La maggior parte di noi aveva meno di 20 anni… La tragedia fu anche più grande perché le scale dei pompieri erano troppo corte e non riuscivano a raggiungere il nono e decimo piano. Inoltre, le reti tese per prendere chi si lanciava dalle finestre erano troppo deboli e molti si sono tuffati verso la morte. Ho visto pompieri piangere davanti alle vittime del fuoco uccise perché avevano sfondato le reti».
scordata 25 marzo2«La porta verso le scale era completamente bloccata da casse piene di camicette e di merci» disse la sua collega, Celia Walker Friedman
E ancora Dora Appel Skalka: «Corremmo verso la scala che dava sulla scalinata. Era chiusa. Tutti urlavano intorno a me. In pochi secondi l’ambiente si riempì di fumo nero. Non ricordo esattamente cosa successe, ma la porta fu aperta da fuori, da un pompiere che la sfondò».
Orribile poi il ricordo di Frank Rubino, capitano dei Vigili del fuoco: «Era giorno di paga. Riuscimmo a identificare molte ragazze morte grazie alla busta paga che avevano addosso».

Morirono in 146, soprattutto giovani donne. Le più piccole erano Rosaria Maltese e Kate Leone, di 14 anni.
Max Blanck e Isaac Harris furono portati alla sbarra. L’avvocato difensore, Max Steuer, si occupò di distruggere la credibilità di una delle sopravvissute, Kate Alterman, chiedendole di ripetere la sua testimonianza innumerevoli volte. Kate continuò a ripetere la sua versione dei fatti senza contraddizioni. Per questo fu accusata di essersi imparata le dichiarazioni a memoria. La giuria assolse gli imputati che, in seguito, vennero condannati in sede civile al pagamento di $ 75 a vittima. Ne avevano ricevuti 400 dall’assicurazione per ogni operaia uccisa. Nel 1913 Blanck fu arrestato di nuovo per aver bloccato le porte della sua fabbrica durante l’orario di lavoro. Fu condannato a $ 20 di multa.
colpa nostra o no, dobbiamo pagare il pezzo, e a volte per l’intera iarda di materiale. Ogni tanto ci tolgono due dollari dalla paga, ma non siamo mai riuscite a capire perché».

Alexik, tratto da Il lavoro debilita

 

 

 

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