Alla salute – Interruzione volontaria di servizio al Niguarda

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Milano in movimento
20 04 2015

Recentemente ha trovato nuovo spazio il caso dell’Ospedale Niguarda che sta realizzando un accordo con il Sacco per poter garantire le operazioni di interruzione volontaria di gravidanza. Al Niguarda, infatti, operano soltanto due medici non obiettori su 16 che devono effettuare 780 ivg all’anno: una mole di lavoro impressionante che ha costretto l’ospedale a mettere un limite al numero di donne che possono essere operate. Al Niguarda funziona, quindi, così: le prime che arrivano possono essere operate e questo obbliga molte donne a passare la notte in ospedale per registrarsi al mattino presto e non rischiare di dover abortire alla fine del periodo consentito. Per questo alcuni medici del Sacco, volontariamente e fuori dall’orario di lavoro, andranno ad aiutare i colleghi e l’ospedale. La notizia non è nuova, associazioni e collettivi la denunciano da almeno un anno, ma permette di gettare una luce sulle conseguenze dell’obiezione di coscienza e sulla difficoltà di attuare il diritto ad un aborto sicuro.

L’obiezione di coscienza viene garantita dall’articolo 9 della legge 194/1978 che recita:
“Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. La dichiarazione dell’obiettore deve essere comunicata al medico provinciale e, nel caso di personale dipendente dell’ospedale o dalla casa di cura, anche al direttore sanitario, entro un mese dall’entrata in vigore della presente legge o dal conseguimento della abilitazione o dall’assunzione presso un ente tenuto a fornire prestazioni dirette alla interruzione della gravidanza o dalla stipulazione di una convenzione con enti previdenziali che comporti l’esecuzione di tali prestazioni.

L’obiezione può sempre essere revocata o venire proposta anche al di fuori dei termini di cui al precedente comma, ma in tale caso la dichiarazione produce effetto dopo un mese dalla sua presentazione al medico provinciale.

L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.
L’obiezione di coscienza si intende revocata, con effetto, immediato, se chi l’ha sollevata prende parte a procedure o a interventi per l’interruzione della gravidanza previsti dalla presente legge, al di fuori dei casi di cui al comma precedente”.

Riportiamo l’articolo intero perché svela la mediazione di cui è frutto: da un lato si garantisce la possibilità di obiettare, dall’altro si impedisce l’obiezione di struttura sostenendo che gli ospedali sono tenuti ad assicurare la possibilità di interrompere la gravidanza e, infine, si ricorda che l’obiezione viene revocata in caso di pericolo per la vita della donna. Questo articolo nasce, nel 1978, per tutelare quei medici che avevano intrapreso la professione prima dell’introduzione della legge e che si sarebbero trovati, poi, a dover effettuare operazioni che non avevano previsto e che non condividevano. Viene formulato sul calco dell’obiezione di coscienza rispetto al servizio militare: in qualche modo l’aborto viene paragonato ad un omicidio e come tale ci si può rifiutare di trovarsi nella posizione di compierlo, rifiutando di svolgere una operazione prevista dalla legge. L’obiezione di coscienza rispetto al servizio militare è stata cancellata con la riforma che lo ha reso volontario: non avrebbe senso, infatti, scegliere volontariamente di fare il servizio militare e poi rifiutarsi di sparare, dato che è uno dei compiti previsti. La stessa cosa non è successa, però, con l’obiezione all’interruzione di gravidanza: chi si iscrive oggi a ginecologia sa che l’aborto è lecito, è uno dei suoi compiti, e può rifiutarsi ugualmente di espletarlo, ma fare il ginecologo, a differenza del militare fino al 2005, non è obbligatorio.

Si potrebbe pensare che con il passare del tempo, mentre vanno in pensione i ginecologi formati prima della legge 194, l’obiezione di coscienza abbia subito un calo, ma negli ultimi 30 anni abbiamo assistito al movimento opposto: i medici obiettori sono aumentati del 17,3%, e continuano ad aumentare. Le cause sono molte: da un lato stanno, in questi ultimi anni, andando in pensione i medici, gli/le infermiere, gli/le anestesiste che avevano fatto le battaglie per il diritto ad un aborto sicuro. Contemporaneamente, crescendo il numero degli obiettori, cresce anche il numero degli interventi che i non obiettori sono costretti a fare: molti e molte di loro finiscono per fare quasi soltanto aborti e, quindi, molti medici finiscono per decidere di diventare obiettori per sfuggire a questa frustrazione. Infine vi è una forma sottile di pressione: se il primario di una struttura è obiettore, sceglieranno davvero liberamente i medici che dipendono da lui o da lei?

Il caso di Niguarda ci mostra, però, anche altri problemi che discendono dall’obiezione di coscienza e che contrastano la legge: avere solo due medici non obiettori, infatti, significa andare verso l’obiezione di struttura, che non sarebbe consentita. Inoltre, in questa situazione, le donne sono costrette a rischiare di abortire molto vicino al termine di legge o a spostarsi in altre regioni o in altri ospedali per veder riconosciuto il loro diritto: nel 2012 più di 21.000 donne su 100.000 hanno dovuto cambiare provincia per poter abortire, in Molise, dove gli obiettori sono il 90%, il 40% delle donne che volevano interrompere la gravidanza ha dovuto spostarsi, perdendo tempo prezioso. La massiccia presenza di obiettori (la media nazionale è del 70%) si unisce anche alla mancanza di trasparenza nei turni: io posso entrare in ospedale per abortire con un medico non obiettore e poi trovarmi in balia di infermieri e medici obiettori appena cambia il turno.
Nel 2013, ad esempio, la Cassazione ha condannato una dottoressa che si è rifiutata di intervenire su una donna che aveva abortito nonostante l’infermiera temesse una emorragia , ma senza arrivare a questi estremi sono frequenti le testimonianze di donne che denunciano di essere state insultate e maltrattate da personale ospedaliero che non condivideva la loro scelta di abortire.

La Lombardia, certo, è una delle regioni meno gravi: paradossalmente visto che da noi l’obiezione è solo del 63%, ma su 68 ospedali (tra pubblici e privati convenzionati) che dispongono del reparto di ginecologia, 37 non effettuano aborti e solo 6 sono disponibili per l’interruzione di gravidanza al di fuori del limite dei 90 giorni in caso di gravi malformazioni del feto. La situazione non è delle migliori nemmeno per quanto riguarda i contraccettivi d’emergenza con Norlevo (la pillola del giorno dopo) e Ellaone (la pillola dei 5 giorni dopo): i tagli ai consultori e ai loro orari di apertura rendono difficile ottenere la prescrizione in tempo, bisogna quindi rivolgersi al pronto soccorso, ma di nuovo ci si scontra con l’assenza di trasparenza dei turni e spesso capita di dover cambiare ospedale, o ospedali, per trovare un medico non obiettore, perdendo tempo preziosissimo. Infine, nonostante questi farmaci non siano abortivi ma contraccettivi si trovano spesso farmacisti obiettori, che, contro ogni norma di legge, si rifiutano di venderli. Il risultato è che molte donne si rivolgono a rimedi casalinghi, come il Cytotec, un farmaco contro l’ulcera che ha tra i suoi effetti collaterali la possibilità di provocare aborti: molto più facile da procurare (fatevi un giro in Stazione Centrale) e molto più dannoso. Significativo è il fatto gli aborti spontanei in Lombardia siano passati da 10.779 nel 1997 a 12.151 nel 2006, anno degli ultimi dati Istat, e che molte donne arrivino in ospedale con le complicazioni di aborti che tanto spontanei non sono (ultima una 17enne di Genova che ha rischiato la vita per un’emorragia).

Questi dati forniscono una fotografia allarmante di un diritto smantellato giorno dopo giorno, lasciando lo scheletro di una legge che non protegge più nessuno se non gli obiettori o i movimenti per la vita che trovano spazio in ospedale. Per questo, da tempo, con molti collettivi e gruppi femministi stiamo dicendo che ci serve molto di più della 194: non ci basta una battaglia difensiva, ma dobbiamo attaccare per garantire la possibilità della nostra autodeterminazione. Vogliamo consultori aperti 24h, vogliamo i contraccettivi d’emergenza presenti sempre in ogni farmacia senza prescrizione medica, vogliamo contraccettivi gratuiti, vogliamo i movimenti per la vita fuori dagli ospedali, la trasparenza dei turni e, osiamo dirlo, la cancellazione della possibilità di obiettare. L’obiezione di coscienza, infatti, non cancella l’aborto, ma impedisce a molte donne di poter abortire in maniera sicura e controllata, senza dover rischiare la propria vita in nome della coscienza di qualcun altro.

(per approfondire: la relazione presentata dal Ministero della Salute il 15 ottobre 2014)

 

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