Festa kurda a Kobane, dove ora tutto è possibile

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Il Manifesto
17 06 2015

Non c’è fine ai festeg­gia­menti per la libe­ra­zione di Tel Abyad nel Can­tone di Kobane. Dopo tre anni di asse­dio la Rojava è final­mente unita. Il vil­lag­gio della Col­lina Bianca (Tel Abyad in arabo) è ancora infe­stato di mine e mac­chine piene di esplo­sivo, men­tre restano sac­che di com­bat­ti­menti dei mili­ziani dello Stato isla­mico nel cen­tro urbano e nelle aree limi­trofe. «Tel Abyad è caduta. Pkk e Pyd (par­titi kurdi in Tur­chia e Siria, ndr) arri­vano a Kobane da Qami­shli», ha urlato per primo nel cuore della notte di Kobane un ragazzo per le strade piene di mace­rie della città distrutta dai bom­bar­da­menti dello Stato isla­mico e della coalizione.

Decine di camion, fur­goni e auto­mo­bili hanno attra­ver­sato la strada senza nome che taglia la città fan­ta­sma. Gli spari di kala­sh­ni­kov sono andati avanti tutta la notte, ser­ra­tis­simi, tra vei­coli e moto­ci­clette. L’impresa impos­si­bile è riu­scita: i sol­dati Ypg e Ypj (Unità di pro­te­zione maschili e fem­mi­nili) dei kurdi siriani, orga­niz­zati dal Par­tito demo­cra­tico unito (Pyd) hanno scon­fitto i jiha­di­sti. Judì, spa­gnolo, 26 anni, è uno dei com­bat­tenti stra­nieri, arruo­la­tisi in Ypg. Da due mesi si è unito, insieme a tanti altri euro­pei e sta­tu­ni­tensi, alla lotta dei com­pa­gni di Rojava e ormai parla kur­ma­nji, il dia­letto kurdo locale. «Ci sono ancora dei mili­ziani di Daesh (Is) den­tro e intorno a Tel Abyad. La bat­ta­glia ini­zia ora», ci spiega. Il vei­colo dei pom­pieri ha per­corso la strada in lungo e in largo, con­ti­nuano i fuo­chi d’artificio men­tre un’anziana signora sem­brava in estasi men­tre per­cuo­teva grandi tam­buri tra­di­zio­nali. Bella ciao è una delle suo­ne­rie di cel­lu­lari più comuni da que­ste parti men­tre i canti popo­lari e il pop dei Bigi Ypg echeg­giano da ogni radio e mega­fono. Il gruppo musi­cale com­po­sto da sol­dati part-time dei Ypg spo­pola nella Rojava.

Ma solo poco prima Kobane era piom­bata in una tri­stezza asso­luta. Cin­que mar­tiri erano stati por­tati verso il cimi­tero cit­ta­dino da una grande folla. Cen­ti­naia di per­sone tra le poche migliaia che hanno fatto rien­tro in que­sta città che prima con­tava 50 mila abi­tanti. Incon­so­la­bili i fami­liari dei gio­vani mar­tiri di Rojava, men­tre le imma­gini di Oca­lan scor­re­vano con i discorsi dei combattenti.

È qui che Oca­lan ha il suo stato ma è una terra sotto asse­dio per­ma­nente. I tur­chi non per­met­tono il deflusso dei pro­fu­ghi ammas­sati a Tel Abyad, men­tre gli stra­nieri che vogliono por­tare aiuto uma­ni­ta­rio non otten­gono un per­messo a Soruç. E allora biso­gna affi­darsi ai com­pa­gni kurdi che dai due lati aiu­tano gli stra­nieri ad attra­ver­sare il con­fine illegalmente.

I nostri con­tatti alla muni­ci­pa­lità di Soruç ci hanno con­dotto da una casa all’altra tra gli immensi campi di grano fino ad arri­vare a pochi metri dal con­fine. Qui nel cuore della notte abbiamo ten­tato di oltre­pas­sare tre bar­riere di filo spi­nato e di evi­tare il con­trollo metro per metro dell’esercito turco. Gli abi­tanti delle case intorno al con­fine sono tutti soste­ni­tori del par­tito della sini­stra turca e kurda (Hdp), del Pkk e dei kurdi siriani (Pyd). Ci hanno lasciato tro­vare rifu­gio nelle loro case. Una ragazza kurda è stata uccisa così men­tre ten­tava di attraversare.

Nel com­pleto iso­la­mento poli­tico, la rico­stru­zione di Kobane non è mai comin­ciata. Tutto è lasciato alle ini­zia­tive di sin­goli o ong. Un gruppo di fran­cesi, aiu­tato da un ex mili­tare equi­pag­giato, si occupa di smi­nare il cen­tro urbano. Non poche per­sone, di ritorno dalla Tur­chia sono sal­tate in aria. Per que­sto è molto dif­fi­cile spo­starsi in città. Il 90% di Kobane è distrutta. L’economia di sus­si­stenza post-bellica è molto fra­gile. L’elettricità è com­ple­ta­mente assente. Solo gra­zie ad alcuni gene­ra­tori di sera è pos­si­bile avere qual­che ora di luce. Nelle strade buie di notte, ad ogni incro­cio ci sono comi­tati popo­lari, orga­niz­zati anche da Pkk, com­po­sti da uomini e donne (haremì) che con­trol­lano le strade. Eppure nes­suno ha paura di cam­mi­nare. Il clima è quello dell’azzeramento com­pleto di ogni schema sociale.

Tutto è pos­si­bile ora a Kobane, nes­suno è stra­niero. Il primo luglio si discu­terà della rico­stru­zione urbana a Bru­xel­les con orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie di tutto il mondo. «60 inge­gneri sono impe­gnati in una map­pa­tura della città per sta­bi­lire l’entità dei danni e pre­sen­tare pro­getti con­creti ed eco­lo­gici al par­la­mento euro­peo», ci spiega Kha­led Bar­kal, mini­stro per la Rico­stru­zione del Can­tone di Kobane.

Il palazzo del gover­na­to­rato ospita con­ti­nua­mente incon­tri con la popo­la­zione rien­trata per ascol­tare i biso­gni pri­mari, secondo i prin­cipi di auto­no­mia demo­cra­tica, teo­riz­zati da Oca­lan. Un gruppo di ragazze vor­rebbe ripren­dere la rac­colta del grano e per que­sto ha incon­trato il mini­stro del Lavoro. I pic­coli for­nai appena ria­perti sem­brano non avere molti mezzi a dispo­si­zione. Tutti sono pronti a rega­lare quel poco che hanno. Alla fron­tiera sono sti­pati gruppi di donne che ancora ten­tano di fug­gire dai vil­laggi con­trol­lati da Is nella pro­vin­cia di Raqqa e nel can­tone di Efrine. Eppure sono decine i kurdi siriani che hanno deciso di sfi­dare l’assedio e rien­trare. Sabri, 60 anni, è un pastore. È riu­scito a rien­trare nel vil­lag­gio di Cosek con la moglie. «I miei figli hanno deciso di restare in Tur­chia, hanno tro­vato lavoro come brac­cianti», ci spiega. Suo fra­tello era rien­trato dieci giorni prima. Per aiu­tare Sabri, gli ha por­tato un gregge di pecore. Le sue erano state scac­ciate con l’avanzata di Daesh.

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