Turchia. Una strategia sanguinaria

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Dinamo Press
02 09 2015

Da Istanbul un reportage sulla strategia del terrore di Erdoğan e del governo turco in vista delle elezioni: operazioni militari in diverse aree del paese, decine di morti e feriti, arresti tra i giornalisti dell'opposizione.

Lo scorso 29 agosto il primo Ministro Davutoğlu ha dato l’annuncio della raggiunta formazione del governo transitorio che dovrà traghettare verso le nuove elezioni fissate per il 1 novembre; un passaggio tecnico, reso necessario dall’impossibilità di arrivare ad una coalizione di Governo con i partiti che alle elezioni di giugno hanno raggiunto il quorum necessario per sedere in parlamento; e che, assegnando i ministeri in base alle percentuali raggiunte, ha portato per la prima volta all’interno dell’esecutivo turco gli esponenti di una formazione filo curda. All’HDP, il partito democratico dei popoli, il cui ottimo risultato elettorale ha messo in difficoltà l’AKP, il partito del presidente Erdoğan, impedendogli il raggiungimento della maggioranza assoluta, sono stati assegnati il ministero dello sviluppo e quello degli affari europei; spettava all’HDP un terzo ministero, ma è stato rifiutato dal ministro designato, un esponente dell’ala sinistra del partito, che non ha voluto partecipare a un governo a fianco di promotori di guerra come l’AKP.

Da segnalare l’assegnazione del vicepremierato al figlio del fondatore del partito del MHP, quello dei cosiddetti “lupi grigi” che nonostante la contrarietà degli altri membri della sua formazione, ha accettato l’incarico, accondiscendendo la mossa di Erdoğan, il vero burattinaio di questa operazione, di recuperare consensi fra gli ultranazionalisti.

Solo due giorni prima della proclamazione del governo elettorale, nel sud est del Paese, morivano civili e diversi altri venivano feriti, nel corso di operazioni militari e di polizia; 3 morti nel distretto di Yüksekova, provincia di Hakkari, al confine con l’Iraq, dove dopo che il governatore aveva proclamato il coprifuoco, veicoli militari blindati hanno attaccato le persone scese in strada per protestare; poche ore dopo, nel distretto di Cizre, provincia di Şırnak, i fronteggiamenti fra le forze di sicurezza e simpatizzanti del PKK provocavano la morte di altri tre civili, fra i quali un bambino di soli 7 anni. Sempre in zona sud est, a Silopi, la mattina successiva alla proclamazione del governo, un raid delle forze di polizia sterminava 3 giovani presunti terroristi nelle loro case, mentre in serata un sedicenne veniva crivellato di colpi di nuovo a Cizre, per non essersi fermato a uno dei posti di blocco istituiti dopo i disordini dei giorni precedenti. Ancora a Silopi, il 1 settembre, un cecchino turco ha ucciso una donna e la figlia di 14 che dormivano sul tetto della loro casa.

Questi sono solo gli ultimi eventi di un bollettino di guerra che si compila giornalmente e nella quasi indifferenza dei media internazionali. La Turchia ha utilizzato il pretesto della guerra all’ISIS per dare il via ad una ricerca di terroristi ad ampio spettro, che fin da subito si è tradotta in un’offensiva nei confronti del popolo curdo. Da ormai due mesi le zone a maggioranza curda del paese e in Iraq vengono bombardate ed attaccate con mezzi militari pesanti, in molte città turche è stato proclamato il coprifuoco, centinaia di civili, fra cui anche diversi co-sindaci delle municipalità dove ha vinto l’HDP, sono stati arrestati, le foreste vengono incendiate e i villaggi sfollati. Una ferocia che si concentra soprattutto in quelle zone dove, come reazione alle continue oppressioni, alcune municipalità e alcuni quartieri hanno dichiarato un’autonomia politica che prende spunto dai principi del confederalismo democratico praticato in Rojava e di cui l’HDP interpreta lo spirito. Attacchi espliciti che niente hanno a che vedere con il presunto processo di pace sbandierato dall’allora premier Erdoğan, e che hanno portato i militanti del PKK ad interrompere il cessate il fuoco assaltando uffici governativi e postazioni militari, con l‘inevitabile tributo di vittime sia fra militari e poliziotti che miliziani.

In uno scenario del genere è indispensabile una maggiore attenzione da parte della comunità internazionale ed in questo senso va letta la carovana internazionale che dal 12 al 17 settembre sarà nel Kurdistan turco dove è prevista una manifestazione a Suruc, il 15 settembre, per chiedere l’apertura di un corridoio umanitario con Kobane e la Rojava.

Ma il conflitto non si circoscrive al sud est del paese; anche a Istanbul si sono verificati fatti gravi in relazione all’offensiva che le forze di difesa hanno messo in campo con la scusa della caccia al terrorista islamico: violenti blitz ed arresti a tappeto anche nei confronti di presunti militanti di organizzazioni illegali come il PKK e Dhkp-C, la formazione di ispirazione marxista leninista che negli ultimi tempi è tornata a compiere alcuni attentati e sequestrato un magistrato, poi morto nel blitz volto a liberarlo. In alcuni quartieri a maggioranza curda e alevita e dove queste formazioni sono insediate, come Gazi, Kanaria, Gültepe, le manifestazioni di protesta sono state duramente represse, i quartieri si sono barricati, per impedire l’ingresso delle forze di polizia e dell’esercito, e quotidianamente avvengono scontri.

Di repressione ce n’è anche per la stampa: una settimana fa sono stati licenziati 3 giornalisti di Miliet, quotidiano di centro-sinistra a tiratura nazionale, non più graditi all’AKP per le critiche rivolte al partito. Il 27 agosto a Diyarbakır tre giornalisti, di cui due britannici, sono stati arrestati con l’accusa aiutare i miliziani dell’ISIS mentre stavano filmando gli scontri tra le forze dell’ordine e i sostenitori del Pkk, Il 1 settembre il fermo è stato confermato, nonostante gli appelli di associazioni come Amnesty international, che ha denunciato come per l’ennesima volta le autorità turche impediscano di raccontare la realtà. Sempre il 1 settembre La polizia turca ha fatto irruzione ad Ankara negli uffici della holding Koza Ipek, che controlla diversi media critici come i quotidiani Bugun e Millet e il canale televisivo Kanalturk, con l'accusa di cospirazione.

Una strategia del terrore a 360 gradi, volta a condizionare l’informazione e a isolare e desertificare le zone da cui provengono molti dei voti che hanno consentito all’HDP di entrare in parlamento ed a risvegliare nei turchi pulsioni nazionaliste e fobie anti-curde, utili per riacciuffare i voti persi. Sono elezioni nuovamente cruciali per il paese, i cui risultati, secondo i primi sondaggi e le opinioni dei politologi, non varieranno di molto rispetto a quelli di giugno. Sempre che tutto si possa svolgere regolarmente: in questo clima il rischio di brogli è altissimo.

Inoltre, il Presidente Erdoğan si sta giocando il tutto per tutto: detentore con il suo partito di una maggioranza azzoppata e impossibilitata a formare un governo, terrorizzato da quanto politicamente l’HDP rappresenti nello scenario politico turco attuale e futuro, irritato dai successi militari dei curdi in Siria e preoccupato dell’influenza dei processi di confederalismo democratico del Rojava, non sta esitando a sacrificare pace e vite umane per tentare di tornare al potere assoluto, anche se con le mani grondanti di sangue.

di Serena Tarabini

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