Il "ganzo" e il Governo delle imprese

Lavoratori precariFrancesco Raparelli, Clap
16 ottobre 2015

Sì, siamo in una seconda fase del governo Renzi. Lo testimonia la Legge di stabilità presentata ieri dal "ganzo fiorentino" al termine del Cdm. I toni sono spocchiosi, con le consuete battute che non fanno ridere nessuno.
Non basta il consenso pieno di Confindustria per conquistare un po’ di senso dell’umorismo. Lode a Stanis La Rochelle, sempre sia lodato. È sicuro il premier, sicuro di ottenere la flessibilità necessaria dall’Europa, sicuro degli effetti positivi, seppur lievi, garantiti dalla congiuntura (Quantitative easing, abbassamento dei costi energetici, ecc.). Una Legge di stabilità «espansiva» dunque, come titolano stamane i maggiori quotidiani.

In questo primo (breve) commento a caldo, vorrei soffermarmi solo su alcuni punti: il fisco; il lavoro; i poveri.

Dopo il Jobs Act, Renzi avvia la riforma fiscale neoliberale, facendo (già) assai di più di quanto fatto da Berlusconi-Tremonti. Primo obiettivo, che sarà propriamente centrato nel 2017, salvo concessioni UE, la riduzione dell’IRES dal 27,5% attuale al 24%. Cos’è l’IRES? Imposta sul Reddito delle Società, ovvero il regime fiscale dei capitali, la tassa sugli utili delle imprese (fino al 2003 c’era l’IRPEG, con aliquota del 34%).

Se leggiamo questo passaggio in combinazione con l’eliminazione dell’IMU su ville, castelli e case di lusso, il segnale non può che essere chiaro: i ricchi pagano meno. Il principio costituzionale della progressività dell’imposta viene rovesciato, secondo l’indicazione “classica” del neoliberalismo anglosassone. Va da sé che l’operazione più onerosa è quella che ferma l’aumento dell’Iva e delle accise sui carburanti, ma sarebbe miope non cogliere la novità “regressiva” del regime fiscale renziano.

Non è ancora pronta una legge che fa piazza pulita dei contratti nazionali, ma intanto il governo stanzia 430 milioni (589 milioni a partire dal 2017) per la detassazione dei premi di produttività, e così sostiene ulteriormente la contrattazione aziendale. Confermata, inoltre, seppur ridotta (3.250 euro annui per 24 mesi), lo sgravio contributivo per i nuovi assunti con contratti a tutele crescenti. Le novità più significative, però, sono quelle che riguardano il lavoro autonomo.

Parlare, come fa Renzi, di «Jobs Act degli autonomi» è una baggianata, l’intervento è al momento assai parziale e solo avviato, il grosso rinviato a un disegno di legge collegato. Ma l’intervento c’è, fatto per raccogliere consenso tra i professionisti e marginalizzare ulteriormente i sindacati, presi come sono questi ultimi dal proteggere i loro posti di lavoro e semmai le sorti degli iscritti. Crescono le soglie dei ricavi per chi sta nel regime forfettario, 10.000 in più per quasi tutti i codici di attività, 15.000 per i professionisti atipici.

Rimane intatto, seppur ridotto a tre anni, il regime dei minimi introdotto nel 2011, quello con l’imposta sostitutiva del 5%. Il collegato, invece, si occuperà di rendere interamente deducibili i costi di formazione, di estendere le tutele per malattia e maternità. Nulla si dice su ammortizzatori sociali (estensione della NASpI) e riduzione dell’aliquota previdenziale (gestione separata).

2,9 miliardi, in tre anni, per i poveri. Briciole e carità dunque per le famiglie con 5 componenti, bambini piccoli, e che versano in condizioni di povertà assoluta. Al di sotto, addirittura, delle richieste già esili della Caritas e della sua “Alleanza contro la povertà”. L’Italia, assieme alla Grecia, rimane un’anomalia negativa in Europa. Nonostante ci sia un’intera generazione segnata da disoccupazione o sotto-occupazione, costretta alla “fuga”, nulla si fa nel senso dell’estensione universale del welfare. I soldi pubblici, quei pochi che ci sono, servono per dopare il mercato del lavoro, sostenendo le imprese, e per ridurre le tasse ai ricchi, ai rentier. Governo delle imprese, appunto.

Ciò che stupisce di più, e che forse chiarisce la sicumera di Renzi, sono le reazioni sindacali e politiche. Se Berlusconi avesse provato a fare solo la metà delle cose che ora sta facendo Renzi, in tanti avrebbero parlato di golpe neoliberale. Ora ci si limita a qualche insignificante commento negativo.

Non basta insistere sulla corruzione o sul corporativismo inguaribile delle burocrazie sindacali italiche, occorre capire come la cronicizzazione della crisi e il processo di «disintermediazione» stanno ridisegnando il sociale, in Italia e in Europa. E per far questo ci vuole un paziente, molecolare e spesso inappariscente intervento di base, nel lavoro e la sua barbarie, vertenza per vertenza, nella povertà e tra gli spossessati di “seconda natura”, lungo le linee della migrazione (“esterna”, ma anche “interna”). Sì, non è di moda, ma spesso è necessario il coraggio di essere inattuali.
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