La città solidale alza la testa!

Rete per il Diritto alla CittàRete per il Diritto alla Città    
28 Gennaio 2016

Per nostra cultura politica, crediamo che i momenti assembleari, in ogni caso, siano un esercizio indispensabile, e prezioso, di democrazia. Crediamo nel confronto tra i molti, nella capacità di esprimere intelligenza collettiva, nel virtuosismo della decisione comune.

Tale convinzione non riflette un credo, una fede o un feticcio. Al contrario, nasce dalla piena consapevolezza della congiuntura, e del tempo storico, nel quale viviamo. E nel quale siamo chiamati ad agire.

Tuttavia, ci sono assemblee e assemblee. Ci sono assemblee che assumono un carattere di eccessiva ritualità, i cui esiti, come le posizioni in campo, sembrano già scontate in partenza. E ci sono assemblee che invece costituiscono degli eventi, degli attesi imprevisti, assemblee dove accade che il ritrovarsi in molti, nello stesso luogo e nello stesso momento, consegna la sensazione di essere stati messi, d’improvviso, nella condizione di esercitare potere dal basso. Di trovarsi perciò di fronte alla responsabilità di tradurre la ricchezza della discussione e del confronto collettivo in decisione concreta ed effettiva.

L’assemblea del 26 gennaio a Esc, rientra certamente tra le seconde. Non accadeva da tempo, da molto tempo. A noi tutti spetta ora il compito di non sprecare l’occasione che si è presentata.

Di Roma si possono dire tante cose. Sicuramente, con umiltà e senso del limite, dobbiamo riconoscere che in questi ultimi anni, ci è stata sottratta, prima di tutto, la capacità di tradurre la narrazione della città solidale, dell’anomalia dell’autogestione, delle reti di mutualismo, in discorso egemone. L’egemonia, se riportata al suo senso più nobile, non è lotta tra piccoli gruppi o piccole nicchie. L’egemonia è capacità di politicizzare la società e di organizzarla in istituzioni sociali e contropoteri.

È con questo spirito, che la Rete per il Diritto alla Città ha provato a segnare un cammino, da più di un anno e mezzo, nella consapevolezza della propria non-autosufficienza. L’attacco ai centri sociali e agli spazi autogestiti, è stato fin da subito inteso come la cartina di tornasole di una partita molto più ampia. Non è un caso che tale attacco sia stato avviato da una delibera - la 140/2014 - che investe l’intero patrimonio pubblico della città di Roma. La riorganizzazione incessante dell’azione del capitale finanziario trova un punto di applicazione specifico proprio negli Enti Locali, e nel patrimonio pubblico.

Solo all’interno di questa cornice si capisce perché la giunta Marino prima, e l’attuale governo dei commissari, abbiano deciso di inviare disposizioni di sgombero a circa ottocento realtà, tra centri sociali, associazioni, circoli culturali. Il progetto di saccheggio delle risorse pubbliche, di privatizzazione dei servizi e delle risorse essenziali, si è così intensificato. Un governo di polizia, nel senso pieno del termine, si è insediato in città. Le decisioni che contano, e che cadono sulla testa dei cittadini, vengono ora presentate come il risultato delle azioni di un pilota automatico, che non può essere disattivato.

Il Dup (Documento Unico di Programmazione 2016-2018), è l’emblema della continuità tra gli esiti nefasti della giunta Marino e il volto anonimo di un’amministrazione di tecnici e commissari che è subentrata al suo posto. Il Dup è un’ipoteca sul futuro della città, e annuncia ulteriori privatizzazioni e dismissioni del patrimonio pubblico. Ogni campagna di mobilitazione da qui in avanti – come si è detto nel corso dell’assemblea – dovrà tenere presente questo elemento.

Attorno a queste considerazioni, la grande assemblea di ieri ha avuto la capacità di sviluppare un confronto tra tutte le realtà sottoposte allo stesso attacco. Presenti anche alcune forze politiche, in particolare esponenti del Movimento 5 Stelle e di Sinistra Italiana, che si sono dovuti confrontare con un discorso ampio, programmatico, e fatto di elementi di concreta vertenzialità sui quali si giocherà la verifica degli impegni presi in sede assembleare. Importante è stato anche l’intervento del Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che ci ha parlato di un modo, radicalmente alternativo, di intendere e praticare il rapporto tra l’amministrazione e le esperienze che insistono sui beni comuni.

Proprio sugli elementi programmatici e vertenziali, vogliamo dunque concentrare la nostra attenzione.

In prima istanza, tutti si sono riconosciuti attorno alla necessità di costruire una grande campagna cittadina, per ottenere, attraverso una moratoria, uno stop agli sgomberi. Una moratoria che va rivendicata per gli spazi sociali, così come per le occupazioni abitative e per le tante famiglie in situazione di morosità incolpevole. Nello stesso tempo, la campagna dovrà chiedere a gran voce, nell’anno giubilare, una cancellazione delle accuse di morosità che pendono sugli spazi sociali. Il motto della campagna sarà “siamo in credito, non in debito!”.

Nell’ambito del processo per l’ottenimento della moratoria, sarà necessario insistere anche sul blocco di ulteriori interventi di privatizzazione delle aziende pubbliche e partecipate, così come su una clausola sociale per i lavoratori dei servizi (accoglienza, canili, asili nido, etc.), per contrastare il rischio di grandi crisi occupazionali nei servizi, di stipendi non pagati e del lavoro gratuito.

Questo per ciò che concerne l’immediato, i mesi che ci separano dalle elezioni. Parallelamente, assumendo come punto di partenza la necessità di cancellare al più presto la delibera 140/2014 e il dispositivo del bando pubblico, è stato lanciato un laboratorio di scrittura dal basso di una Carta, che stabilisca i principi volti al riconoscimento dell’autonomia delle esperienze di autogestione. Un riconoscimento non conseguibile attraverso l’utilizzo dello strumento del bando che lontano dall’essere baluardo di trasparenza e pari opportunità, nasconde la prosecuzione di vecchie (e nuove) dinamiche clientelari di gestione del patrimonio e dei servizi pubblici.

E’, invece, attraverso la costruzione di un laboratorio ibrido, fatto di consultazioni popolari nei quartieri, di coinvolgimento delle realtà interessate, di confronto con giuristi, urbanisti, economisti, così come con le forze politiche, la chiave di volta da perseguire. Non vogliamo scrivere dal basso un nuovo dispositivo normativo – non spetta a noi farlo - ma elaborare una serie di principi che compongano un quadro garantista, volto alla tutela della nostra autonomia. Un quadro garantista, una linea oltre la quale ogni eventuale intervento normativo non possa andare.

In tal senso, il precedente napoletano di riconoscimento dell’Ex Asilo Filangieri, attraverso l’istituto dell’uso civico, è stato ritenuto da tutti un punto di partenza, per superare la delibera 140, e senza attestarci sulla difesa nostalgica della delibera 26 del 1995. Siamo di fronte ad un cambio di paradigma, dobbiamo andare al di là della coppia legalità/illegalità, e di un modo di concepire la politica e il diritto in termini statualistici. Al contrario tale processo, tale laboratorio ibrido di scrittura, vuole andare nella direzione della riconoscimento degli spazi sociali come luoghi dove si pratica l’uso comune degli spazi comuni. È l’uso, sganciato dalla proprietà, pubblica e privata, il principio costitutivo da cui partire.

Infine, per non arrendersi alla messa sul mercato del nostro patrimonio, siamo consapevoli che sarà necessaria la messa in discussione del debito di Roma, in parte frutto di Mafia Capitale, e di un piano di rientro che rischia di soffocare la città.

Su questi punti verificheremo l’impegno preso pubblicamente dalle forze politiche, ma soprattutto vogliamo costruire un percorso di lotta e di mobilitazione indipendente. Perché solo attraverso questo percorso potremo provare a rovesciare i rapporti di forza.

La Rete parteciperà alla prossima riunione convocata venerdì 29 gennaio al Casale Falchetti.

Moratoria subito, Roma non si vende!

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