Io sono il mio corpo. Il difficile viaggio verso l'identità di genere

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Identità di genereMatteo De Simone, AIPsi
23 settembre 2016

Il nostro essere uomini o donne, maschi o femmine, sembra essere una cosa semplice, banale, che dipenda solo dalla nascita, dall'anatomia, dall'anagrafe. Invece si tratta di un processo molto complicato, in cui l'aspetto più immediato quello biologico non è fondante, ma si costruisce attraverso diversi percorsi ed esperienze emotive e culturali di ciascun individuo.

L’identità di genere è il senso di ciascuno di noi di appartenere al mondo maschile o al mondo femminile. Talora, ma non sempre, questo senso di appartenenza coincide col sesso biologico. Per esempio ci sono persone che hanno un corpo di uomo e che non sentono dentro di sé di appartenere al mondo maschile, sentono piuttosto di avere una maggiore affinità con il mondo femminile, e questo, ancora, non significa per niente che ciò coincida con una scelta omosessuale o con l’eterosessualità. Per cui c’è la sessualità, c’è il senso di appartenenza psicologico, e c’è il sesso anatomico, e poi ci sono gli aspetti culturali, che mutano col mutare della storia.

La costruzione dell’identità sessuale è basata su di un’infinità di altri fattori. Per esempio il modo in cui siamo allevati, i giocattoli che ci sono offerti sin da piccoli, assieme alle scelte sessuali che possiamo fare. “Maschile” e “femminile” sono, apparentemente, l’oggetto di una semplice definizione, di tipo anagrafico, oltre che biologico.

In realtà, esse costituiscono un processo che non finisce mai, e che può durare per tutta la vita, però la maggior parte degli elementi che vanno a costituire l’identità di genere dipende da ciò che i genitori di un individuo in formazione sanno mettere in gioco, sia a livello conscio sia a livello inconscio, nei rapporti con i figli. Per esempio è molto importante, nella costruzione dell’identità del bambino, il desiderio di preferenza che il genitore “dominante” potrebbe avere rispetto al sesso del bambino.

Di fatto il desiderio di maternità e di paternità, introducendo la fantasia genitoriale, attiva nella relazione inconscia della coppia un processo dinamico molto complesso. Il tipo di legame che i due componenti della coppia sono stati capaci di costruire (tra bisogni di fusione e di differenziazione) prima dell’arrivo del figlio può giocare un ruolo significativo sul modo in cui quest’ultimo sarà accolto.

Si tratta di eseguire l’iscrizione del neonato nella storia familiare.Lo psicoanalista francese André Green considera l’attribuzione inconscia di un sesso al bambino da parte dei genitori come il primo tra gli organizzatori dell’identità sessuale. Dopo la nascita sono di primaria importanza gli atteggiamenti e investimenti, soprattutto materni, nei confronti del sesso del neonato.

Secondo la moderna Infant Research esistono etichette inconsce (unconscious labels) che trasmettono, in modo molto sottile, in ogni interazione, il vissuto del padre e della madre riguardo alla femminilità o alla mascolinità (il modo di maneggiare – handling – il bambino, il tono della voce, il ritmo ecc.).

I lavori ormai classici di Margaret Mahler e di Phyllis Greenacre sulle modalità con cui attraverso il contatto fisico con la madre, il bambino e la bambina pervengono a una percezione di sé come essere dotato di un corpo sessuato, hanno evidenziato l’importanza che la percezione del proprio Sé corporeo assume nell’acquisizione del sentimento di identità.

Essa è attivata dal contatto fisico, tattile con la madre, e tutto lo sviluppo del bambino procede attraverso la separazione-individuazione dalla madre stessa. I genitori in questa fase quindi sono fondamentali per lo sviluppo dell’Io del bimbo quasi come se l’Io genitoriale fosse in prestito al bambino per aiutarlo a governare lo sviluppo. Ovviamente questi introietti genitoriali sviluppano anche la struttura del Super-Io. La qualità dell’introiezione dei genitori permette uno sviluppo equilibrato oppure lo altera, in caso di disfunzioni, dell’identità di genere.

Il bambino in questa fase di dipendenza non può scavalcare l’ombra dei genitori, delle sue fantasie, dei suoi vissuti arcaici. La scena primaria, la corporeità, la crescita emotiva sono le forze che plasmano la nostra vita e coinvolgono il bambino nel tentativo di trasformare il non-integrato in integrato.
La risposta ambientale trasforma l’ignoto e l’alieno nel coerente e nel familiare.

da "Io sono il mio corpo. Il difficile viaggio verso l’identità di genere: scissioni, trasformazioni, approdi"

* Matteo De Simone è psicoanalista ordinario e resp.attività culturali AIPsi.


Ultima modifica il Sabato, 24 Settembre 2016 07:19
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