La famiglia di Giulio Regeni: "Abbiamo le prove"

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Giulio RegeniEleonora Martini, Il Manifesto
4 aprile 2017

La cattura, la sparizione, la tortura e l'omicidio di Giulio Regeni non sono opera di qualche «mela marcia» interna al servizio delle forze dell’ordine egiziane ma hanno il marchio dello Stato. Quello presieduto dal generale golpista Abdel Fattah al Sisi.

Ad affermarlo «senza ombra di dubbio» sono i genitori del ricercatore friulano e il loro legale, l’avvocata Alessandra Ballerini, che tornano a un anno di distanza in conferenza stampa al Senato con il presidente della Commissione diritti umani Luigi Manconi e con il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury.

«Grazie all’intelligenza della procura di Roma e al coraggio dei nostri collaboratori, e malgrado i tanti depistaggi prima e la mancanza di collaborazione da parte delle autorità egiziane che ancora perdura, oggi abbiamo le prove – rivela Ballerini nella sala Nassirya gremita di giornalisti -. Abbiamo i nomi e i volti di molti anelli della catena, anche se non li abbiamo tutti: non sappiamo ancora i mandanti né la regia, e soprattutto non sappiamo il perché».

Per arrivare al movente ci vorrebbe una pressione molto più forte su Al Sisi. La potrebbe esercitare per esempio Bergoglio, che si recherà al Cairo il 28 e 29 aprile prossimi: «Siamo sicuri che Papa Francesco non potrà in questa visita storica non ricordarsi di Giulio – è la preghiera di Paola Regeni – e non potrà non unirsi alla nostra richiesta concreta di verità. Per avere la pace».

SONO PASSATI 14 MESI esatti dal ritrovamento del corpo martoriato del giovane ricercatore friulano e 12 da quando l’Italia ha richiamato l’ambasciatore dal Cairo, «unico segnale di crisi nelle relazioni tra i due Paesi», a cui in questo anno non si è aggiunta alcuna altra iniziativa diplomatica, economica o culturale per costringere il regime egiziano a collaborare realmente. Unico atto che a questo punto non può che essere confermato, come sostengono i coniugi Regeni che ieri hanno ricevuto, in un incontro, solidarietà e conforto dal presidente emerito Giorgio Napolitano.

«Da più parti e più volte ci hanno fatto pressione per sostenere il ritorno dell’ambasciatore italiano in Egitto, malgrado gli scambi commerciali siano continuati e a gonfie vele – dice Claudio Regeni -. Noi non solo non vogliamo che torni al Cairo, ma speriamo che altri Paesi seguano l’esempio italiano». Viceversa, sarebbe «una inaccettabile normalizzazione delle relazioni», spiega Manconi che però annuncia la gradita notizia del governo italiano che «sembra intenzionato a non rinviare ancora in Egitto l’ambasciatore» Giampaolo Cantini, e «quindi a lasciare i rapporti diplomatici tra i due Paesi nella situazione di crisi» che perdura dall’8 aprile 2016.

A CHIEDERLO È ANCHE «Giuliosiamonoi», account collettivo di Twitter da 10 mila followers che sostiene la campagna tinta di giallo di Amnesty per chiedere la verità vera – non «bolle di sapone», come Paola Regeni chiama l’impegno solo annunciato – sulla morte di Giulio. Anche se la verità è ormai venuta a galla, agli occhi della procura di Roma e dei consulenti che hanno indagato per conto della famiglia. Manca solo l’ammissione di colpa.

«OGGI ABBIAMO LE PROVE e possiamo affermare con certezza – scandisce l’avv. Ballerini – che lo stesso ufficiale della National Security che ha predisposto e firmato tutte le false accuse contro Ahmed Abdallah (direttore della Commissione egiziana per i diritti umani e consulente della famiglia Regeni, incarcerato per 130 giorni dal 25 aprile 2016 con l’accusa di terrorismo, ndr) è direttamente coinvolto nella sparizione di Giulio».

Come anche un altro funzionario della National Security – «sono tutti altissimi ufficiali» -, colui che «ha condotto la perquisizione dell’abitazione di un parente della famosa banda dei cinque dove sono stati rinvenuti i documenti di Regeni. Bene – afferma Ballerini – oggi noi sappiamo che quella persona estrae personalmente dalla sua tasca i documenti di Giulio, e che ha contatti con alti ufficiali coinvolti nella sua sparizione. In più sappiamo, ed è dolorosissimo, che per paura o per varie forme di meschinità anche molti amici egiziani di Giulio lo hanno tradito o venduto, o si sono voltati dall’altra parte».

«CI HANNO CHIESTO se mostreremo le foto del corpo di nostro figlio, che non è morto come un egiziano, come i tanti che spariscono ogni giorno e vengono torturati e uccisi. Giulio è morto peggio di un egiziano». Quando Paola Regeni annuncia però di voler mostrare per ora una foto, in sala la tensione è palpabile. La donna estrae invece l’immagine di un graffito dipinto su un muro di Berlino, mentre al Cairo sono stati cancellati. È una metafora sufficientemente forte per raccontare l’orrore di un ragazzo ridotto come «mai prima avevano visto gli esperti di tortura».

Ultima modifica il Giovedì, 06 Aprile 2017 07:22
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