Teniamo aperti, dentro di noi, gli occhi di Saffie

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the-three-sphinxes-of-bikiniSarantis Thanopulos, Il Manifesto
24 maggio 2017

Una bambina di 8 anni guarda all'obiettivo della macchina fotografica che la immortala, in primo piano. Ha gli occhi grandi, sorride, lo sguardo e l'espressione del suo viso si distendono insieme alla bocca. Appena un po’ di compiacenza di sé, sa di essere carina.

Sembra fiduciosa, forse si percepisce un un velo leggero di inquietudine. una vaga incertezza. In uno specchio dietro di lei si intravede il suo chignon, quasi una anticipazione della donna che diventerà. Ma in Saffie Rose Russos non maturerà quella donna: è morta l’altro ieri nell’attentato a Manchester, nel suo ultimo e probabilmente primo concerto. Ci osserva dalla foto, pubblicata sul sito del Guardian, e inconsapevole dei suoi “dieci minuti” di celebrità, con un misto di monelleria e di serietà, impegna la nostra ragione.

Difficile non adottarla: come figlia, come nipote, come sorella. Il dolore di tutto il mondo che il suo viso ci apre è insieme veleno capace di intontirci e strano balsamo in grado di riconciliarci con le nostre ferite. Se la lasciamo vivere in noi la sua morte, restiamo vivi, insieme.

I bambini non sono innocenti, sono mossi da passioni, dall’amore e dall’odio, sono capaci di crudeltà così come di grande generosità. Ciò che li rende irresistibili è il loro disporsi verso il mondo con stupore e meraviglia. Si espongono senza grande consapevolezza, non ancora capaci di calcolo, e sono dunque vulnerabili, non ancora corrotti, vicini alla verità. Non sanno esattamente cosa temere, davanti a quelli che si riveleranno attentatori potrebbero piangere o ridere, percepiscono il terrore che viaggia per le strade attraverso l’inquietudine dei loro genitori.

Cosa importa da dove viene il ragazzo di 23 anni che ha deciso di uccidersi insieme a Saffie, senza nulla conoscere della sua esistenza? Cosa importa quali vie, quali passi, l’hanno portato là, a incrociare altri destini. Avrebbe agito allo stesso modo se davanti avesse avuto sua sorella, sua cugina, la vicina di casa? Cosa importa quali percorsi portano i piloti a sganciare le loro bombe su bambini ignari e ignoti, come era destinata a restare la bambina inglese al cui sguardo non ci si può sottrarre? E che dire della nostra indifferenza quando abbiamo lasciato annegare nelle coste turche il piccolo Aylan: ce la saremmo consentita se si fosse trattato di un bambino a cui avevamo raccontato una favola, cui avevamo carezzato i capelli?

Stiamo costruendo, passo dopo passo, un mondo di estranei, e questo nell’era della massima mobilità, della immediata possibilità di condividere fatti della nostra vita privata, pensieri, emozioni, a dispetto della irragiungibilità geografica. Abbiamo perso la capacità di lasciarci coinvolgere, il gusto di sbilanciarsi, l’imperativo morale di esporci. Guardiamo ciò che ci circonda con occhi freddi. Scarichiamo, come si sganciano le bombe, curiosità, fantasie, sentimenti. Poi rientriamo.

Uccidere se stessi insieme all’altro è un passo a latere rispetto al tentativo di farlo fuori pretendendo di restare vivi: il gesto del kamikaze riflette tutte le derive suicide presenti in questa nostra vita e dice a noi sopravvissuti che se si arriva troppo tardi all’appuntamento con l’alterità si rischia di non incontrare altro se non la morte. Anche la paura dell’altro è una forma di suicidio, se contribuisce a far calare tra noi e il mondo un terribile sipario.

Ultima modifica il Mercoledì, 24 Maggio 2017 07:38
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