Le scuse di Manganelli e quelle mancate di De Gennaro

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di Alessandro Mantovani, Il Manifesto
10 luglio 2012

Gianni De Gennaro ha perso l’ennesima occasione per chiedere scusa a chi fu bastonato, arrestato con prove false e  torturato al G8 di Genova. Il sottosegretario con delega ai servizi segreti resta al suo posto anche dopo la condanna, nel processo per la sanguinosa e truffaldina perquisizione alla Diaz, di alcuni dei suoi uomini migliori, protagonisti di pagine cruciali della lotta alla mafia come Francesco Gratteri e Gilberto Caldarozzi, che lasciano mestamente i loro incarichi mentre ci si allarma per la “decapitazione” della struttura investigativa della polizia.

Resta al suo posto anche il successore di De Gennaro, il capo della polizia Antonio Manganelli, che non può avere responsabilità nei fatti di Genova ma si è speso molto, negli anni, per difendere gli imputati ora condannati in via definitiva. “Bisogna dare una botta a questo magistrato”, diceva nel 2007 il futuro capo della polizia, secondo l’ex questore di Genova Francesco Colucci, in un’intercettazione rivelata dal manifesto; Manganelli replicò che era stato male interpretato.

Il magistrato a cui “dare una botta” era Enrico Zucca, titolare con Francesco Cardona Albini di un’inchiesta e di un processo condotti contro il muro di omertà che è quasi più inquietante dei fatti della Diaz. Quei Pm, isolati nel loro ufficio e più in generale dai loro colleghi “associati”, altre volte così attenti a difenderete prerogative della giurisdizione, sono stati accusati di costruire “teoremi”, di non aver cercato i “veri” colpevoli, di aver indagato “a senso unico”. Manganelli, da testimone, attaccò Zucca che lo stava interrogando nell’aula del tribunale: “Per poter correttamente fare anche delle valutazioni - gli disse - probabilmente bisognerebbe conoscere l’organizzazione del Dipartimento della pubblica sicurezza, che probabilmente
lei conosce poco”.

Il processo Diaz è un processo indiziario, reso più difficile dalla scarsa collaborazione della polizia e di imputati che non hanno risposto in modo convincente a domande banali: “Scusi, chi le ha detto che le molotov erano sulla porta della scuola, accessibili a tutti i 93 arrestati, come ha scritto nel verbale?”. Oppure: “Lei era lì davanti, è entrato dopo tre minuti dall’inizio dell’irruzione, ha visto violenze? Ha chiesto di quelle grida e di tutto quel sangue?”, “Che motivo c’era di insistere con Canterini perché portasse i certificati medici degli uomini che avevano partecipato all’irruzione se non quello di accusare quei poveretti di resistenza a pubblico ufficiale?”, “Come ha fatto a non vedere Mark Covell agonizzante e Francesco Frieri
sanguinante fuori dalla scuola, aggrediti prima dell’irruzione e di qualsiasi supposta resistenza?”.

Si può discutere all’infinito delle responsabilità ora accertate in capo a funzionari noti per le capacità investigative ma anche per la convinta adesione ai modelli e alle culture di una polizia moderna e civile, che protestano la loro innocenza ma (salvo Gianni Luperi, Michelangelo Fournier e pochi altri) hanno scelto di non presentarsi in tribunale per spiegare quel che avevano detto durante le indagini: “Non ho visto”, “Non ho sentito”, “Mi sono fidato dei colleghi”. Si può discutere di Ansoino Andreassi, che però alla riunione operativa non c’era e comunque pagò con la rimozione, e di Arnaldo La Barbera, anche lui rimosso e poi deceduto durante l’inchiesta, o di Lorenzo Murgolo, archiviato dai Pm perché, a differenza di altri, non aveva detto sciocchezze sul luogo in cui aveva visto le famose molotov.

E si deve senz’altro discutere di due o forse trecento poliziotti che picchiarono gente inerme o lasciarono fare ma vestono tutt’ora la divisa perché la Procura non ha trovato elementi per processarli. Ma soprattutto si dovrebbe discutere di De Gennaro, che era il capo della polizia, quella notte era al telefono con chi opera-, va a Genova, ordinò un’inchiesta interna ma poi non ne tenne conto, promuovendo chi era stato censurato dai suoi stessi ispettori.

È chiaro che nessuno ordinò dalla Questura: “Andate, massacrateli e arrestateli con queste due bottiglie molotov”. Costruirono un’operazione sgangherata in una situazione ormai degenerata da 48 ore, la affidarono al reparto sbagliato
e ne uscirono mettendo a carico dei 93 tutto quello che si poteva, dalle molotov fasulle alla stravagante contestazione in flagranza di associazione a delinquere contro persone che non si conoscevano fra loro.

Purtroppo l’operazione fu gestita da uomini di vertice, non da quattro “mele marce”. Il problema è questo. La “decapitazione” della polizia, sempre che sia un problema reale, è solo una conseguenza. Senza contare che la polizia
dispone di eccellenti professionalità anche senza i condannati del processo Diaz, le cui promozionidegli ultimi anni sembravano l’ennesima sfida ai magistrati di Genova. Perché se anche fossero innocenti, alla Diaz si sarebbero comunque comportati come pessimi poliziotti.

Oggi Manganelli, a differenza di De Gennaro, chiede scusa a coloro che “avendo fiducia nella Polizia, l’hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre
maggiore professionalità ed efficienza”. È un passo avanti. A Manganelli si devono anche l’istituzione della Scuola superiore dell’ordine pubblico e l’assunzione di responsabilità verso i familiari di Gabriele Sandri e Federico Aldrovandi.

Ma ancora non basta a ripulire le forze dell’ordine da tutto quello che vedemmo a Genova e dai tanti fatti che dimostrano limiti di tenuta civile e democratica, oltre che professionali, di rilevanti settori dei corpi di polizia. Non tutto però si può chiedere a Manganelli. Bisognerebbe riavvolgere il film e riguardarlo dall’inizio, almeno dal gennaio 2001, quando un governo di centrosinistra decise che a Genova non si poteva manifestare.

*autore del libro “Diaz, processo alla polizia”
Ed. Fandango

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