CAMBIARE LA CURA

di Sandra Becattini
28 febbraio 2012   

Il tema della conciliazione tempi di vita-tempi di lavoro è intrecciato strettamente alla mia esperienza quotidiana. Lo è stato prima sul piano privato, quando, da giovane lavoratrice autonoma, la mia scelta prioritaria fu incrementare la professionalità per aumentare i guadagni e liberare tempo dal lavoro – tempo per leggere, per andare al cinema, per vedere gli amici, per fare volontariato – tempo di vita.
Quando in seguito l’idea di avere figli prese corpo e possibilità, decisi di passare al lavoro a tempo indeterminato, contrattando un part-time senza vincoli di orario.
Con la maternità ho potuto sperimentare anche il telelavoro.
Un percorso privilegiato, il mio, che, nelle nuove condizioni economiche e culturali, con i diversi rapporti di forza che si sono affermati nei luoghi di lavoro, è probabilmente impensabile.

Da questo percorso privilegiato è nata la mia attenzione sociale ai temi della conciliazione, il desiderio e la volontà di far diventare collettiva la mia esperienza individuale, ampliando quei “privilegi” a tutti i lavoratori e facendoli diventare diritti.
Con questa idea in testa mi sono avvicinata al Sindacato e, nel 2005, sono diventata rappresentante sindacale della CGIL nell’Azienda dove tuttora lavoro.

Qui ho potuto sperimentare come la flessibilità degli orari, il part-time orizzontale o verticale, la possibilità, anche sporadica, di lavorare da casa, siano misure fortemente volute da molte lavoratrici e lavoratori, soprattutto nei momenti della vita nei quali al lavoro salariato si affianca un carico consistente di lavoro di cura – quando ci sono i figli, i familiari non autosufficienti, gli anziani. Misure semplici e a costo zero per le Aziende, che migliorano concretamente la qualità della vita delle persone e, contrariamente a quanto molti datori di lavoro temono, aumentano in modo percepibile la produttività.

Nella mia Azienda, grazie al tipo di lavoro, ma probabilmente grazie anche alla cultura nord europea dell’high management, non è stato difficile trovare accordi riguardo alla conciliazione. Un po’ più faticoso è stato convincere l’Azienda a non penalizzare i percorsi di carriera di chi non intende rinunciare al lavoro di cura. Tuttora la situazione non è certo perfetta, ma molte cose sono cambiate e  comincio ad avere la soddisfazione di vedere intorno a me giovani donne che fanno le manager senza rinunciare ad essere mamme e, soprattutto, senza farsi venire l’esaurimento nervoso.

Credo si debba riflettere sull’importanza di ottenere misure di conciliazione collettive, piuttosto che individuali: la forza della contrattazione collettiva è che stabilisce dei diritti e li rende esigibili, cancellando quell’invischiante relazione paternalistica che sovente si instaura tra Azienda e lavoratore nella contrattazione individuale. La contrattazione collettiva riequilibra i rapporti di forza, che sono sempre a favore dell’Azienda nella contrattazione individuale.

Per questo credo sia un grave errore pensare di poter prescindere dal Sindacato. E se il Sindacato è troppo spesso poco attento ai temi della conciliazione, delle pari opportunità, della responsabilità sociale delle Aziende e lascia le lavoratrici e i lavoratori da soli a combattere le proprie battaglie, allora occorre cambiare il Sindacato. Che è un luogo dall’identità forte e strutturata, troppo spesso profondamente, storicamente, maschile, ma è anche un luogo permeabile, dove le idee vengono ascoltate , dove la trasformazione è possibile. E la trasformazione, secondo me, è inevitabile, perché in questa fase storica anche il Sindacato è in crisi: ha di fronte una molteplicità di battaglie da combattere per tutelare e ampliare i diritti e una muta di cani rabbiosi alle spalle che aspettano solo che cada per poterlo dilaniare. In questa fase più che mai il Sindacato ha bisogno di energie e idee nuove per cambiare. I temi della cura e della conciliazione possono essere una delle chiavi del cambiamento.
Anche perché, per fortuna, non sono più esclusivo appannaggio femminile.

Non saranno molti, ma ci sono: giovani uomini che rivendicano la possibilità di essere compiutamente padri, di prendersi cura dei propri figli, di cooperare con le proprie compagne alla gestione della casa, di avere tempo per stare in famiglia, per studiare, per divertirsi, per pensare. Giovani uomini che non accettano più che la propria identità passi solo attraverso il lavoro. Come sindacalista comincio finalmente a vedere uomini che fruiscono dei congedi parentali previsti dalla Legge 53 del 2000.

Seppur importanti, le politiche di conciliazione sul lavoro non sono la soluzione di tutti i mali. Credo che per le donne, che il lavoro di cura svolgono storicamente, come fosse un destino, il primo passo da compiere sia liberarsi dall’obbligo del lavoro di cura, per poter eventualmente scoprire il piacere della cura.

Naturalmente questo è tutt’altro che facile e apre non poche contraddizioni. Si scontra con l’esiguità dei servizi pubblici deputati al welfare, che la contingenza economica e culturale rende residuali anziché implementare. E così, spesso, liberarsi dal lavoro di cura significa delegarlo ad un’altra donna, pagandone le prestazioni e accettando la conflittualità di un rapporto che è insieme relazione d’affari (e di potere) e relazione d’affetti; spesso la donna alla quale deleghiamo la cura dei nostri figli ha lasciato i suoi figli in altre parti del mondo per poter lavorare – questi intrecci sono relativamente nuovi nella nostra società, e richiedono di essere indagati e compresi in tutta la loro complessità.

Liberarsi dal lavoro di cura può significare aprire un conflitto con il proprio compagno perché faccia la sua parte, un conflitto che può essere quanto mai aspro, doloroso e dagli esiti incerti.
Credo però che, innanzitutto, liberarsi dal lavoro di cura significhi legittimarsi il diritto a potersene liberare. E, contemporaneamente, accettare di rinunciare al potere di controllo sulle vite degli altri che il lavoro di cura offre a chi lo svolge.

Un percorso che è, purtroppo, ancora appannaggio di poche donne privilegiate – non scordiamoci che le condizioni di vita e di lavoro di molte non consentono neppure il sogno, ne’della conciliazione, ne’ della libertà.
Ma alla fine di questo percorso ci può essere la ri-scoperta del piacere della cura, nel suo magico intreccio con la vita sociale, con il lavoro, con le relazioni, con l’evoluzione personale. Cura che diventa elemento che nutre ogni altro aspetto della vita.
Bello sarebbe condividere sempre più questo piacere con gli uomini. Bello sarebbe contaminarsi a vicenda e scoprire, noi donne, il piacere dell’esercizio pubblico del potere, che è troppo spesso appannaggio maschile.

La contaminazione si lega all’idea di identità fluide, permeabili, meno delimitate dagli stereotipi del maschile e del femminile – e la premessa necessaria alla contaminazione è una profonda coscienza di se’ e la consapevolezza che il neutro è sempre falso, perché il pensiero e l’azione sono sessuati, come il corpo che li agisce.

Una battaglia sindacale e politica che va nella direzione della contaminazione è il congedo di paternità obbligatorio. So che sembra una proposta velleitaria, visto che le risorse destinate al welfare continuano a diminuire, ma credo che questa proposta vada ugualmente messa sul tavolo. Una legge dello Stato che operasse in questo senso, oltre a contrastare la fuoriuscita di manodopera femminile dal mondo del lavoro, potrebbe concretamente cambiare la cultura di uomini e donne, nonché la cultura delle Aziende, rispetto alla cura, al lavoro salariato e alla carriera, offrendo alle donne la reale opportunità di sperimentarsi nei luoghi di lavoro alla pari con gli uomini e offrendo agli uomini il recupero di una sfera affettiva e privata della quale sono troppo spesso dolorosamente carenti.

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