CURA E LAVORO: QUALE PRATICA POLITICA

di Giordana Masotto, Libreria delle Donne
28 febbraio 2012

Per focalizzare il discorso su quale pratica politica vogliamo, devo riprendere un nodo teorico che ha conseguenze importanti proprio sulle pratiche politiche.
A più riprese il Gruppo del mercoledì, nel Leggendaria e negli interventi, ha tenuto a distinguere cura da lavoro di cura, per puntare su uno scarto, un resto, che non può trovare risposta nel welfare e che viene proposto come pratica politica della cura.
Dunque una cura depurata dal necessario lavoro di cura, dai bisogni del vivere quotidiano, che diventa paradigma politico. Credo che questo distinguo non ci faccia fare passi avanti, anzi sia carico di conseguenze politicamente indesiderabili. Separata dal lavoro e dalla necessità, dunque dal tempo, dall’economia, la cura può diventare semplicemente banale. Un aleggiare etico e impalpabile, di cui sarebbero ambasciatrici le donne, in bilico tra biologismo e onnipotenza.

Ma che vantaggio abbiamo a scardinare la cura dai corpi, dal lavoro? Forse ne abbiamo bisogno per dare valore alle nostre competenze? Non credo sia una via efficace.
Lo dice bene Annalisa Marinelli: «Ho imparato che la distinzione tra cura e lavoro di cura è un inutile artificio perché non può veramente esistere la prima senza il secondo. Ed è perniciosa perché rigetta nuovamente in una gerarchia che vorrebbe fuggire dai vincoli del corpo e della vulnerabilità.»

Noi nel Sottosopra “Immagina che il lavoro” abbiamo detto: «Primum vivere è possibile purché si riesca a portare sempre più uomini ad agire nella quotidianità della vita. (…) Già oggi molti lo fanno. Ma non considerano l’esperienza e il sapere della quotidianità come una leva per cambiare il lavoro e l’economia.»
Ed è esattamente quello che sta accadendo.

Nella sinistra si è ampiamente accreditata un’idea di cura purché disincarnata: ce lo fanno notare Federica Giardini e Anna Simone sottolineando come nei movimenti ci sia «una strana divisione del lavoro politico-intellettuale. Da una parte il corpo, la violenza, la riproduzione, forse anche l’immigrazione; dall’altra, invece, le analisi su grande scala della crisi, declinata in tutte le sue specifiche: economia, lavoro, sovranità, rappresentanza.» In sostanza: il femminismo e le donne possono continuare a parlare di corpo e riproduzione, mentre le analisi generali e le politiche continuano immutate.

Per non parlare del concetto stesso di bene comune. Ugo Mattei, giurista teorico del comune, scrive: «In un certo senso i servizi essenziali resi dai beni comuni sono simili al lavoro domestico che si nota solo quando non viene fatto.» Ma non pensiate di trovare altri collegamenti tra comune e domestico. In quella direzione nessuno si spinge. Ci si spinge a sottolineare la dipendenza di ognuno e di tutti dall’acqua e dall’aria, ma non dal lavoro di riproduzione e manutenzione delle esistenze.

Ci si spinge, come Guido Viale, nella necessaria, illuminante direzione della «conversione ecologica del modo in cui produciamo e del modo in cui consumiamo», ma mai si azzardano collegamenti tra lavoro produttivo e lavoro necessario per vivere, tra sobrietà (di cui si parla) ed economia domestica (di cui non si parla), tra democrazia partecipativa (di cui si parla) e centralità delle relazioni (di cui non si parla).
Dobbiamo dire no a queste censure, a queste separazioni.

Possiamo incominciare a interrogarci su quale conversione del quotidiano si renda necessaria in un mondo postpatriarcale in cui le donne sono diventate soggetti che parlano e non più, come nel mondo patriarcale, (s)oggetti che stanno lì a rappresentare e garantire questo complesso sistema di cura che tutti possono permettersi di non vedere.
Insomma penso che privare la cura del lavoro di cura, quantitativo e qualitativo, non serva a sdoganare una pratica politica più radicale e inconciliabile, ma al contrario le tolga forza. E ci tolga forza come soggetti politici.

La pratica politica dell’Agorà che qui a Milano da maggio dello scorso anno stiamo portando avanti, si basa proprio su questa volontà di tenere sempre presenti contemporaneamente questi diversi piani del discorso. La scommessa è portare sulla scena pubblica le donne e gli uomini come soggetti interi, disposti, proprio a partire da questa interezza, a negoziare/contrattare/confliggere in casa, al lavoro, e nella politica. A contendere nell’organizzazione del lavoro, nei tempi, nei modi e infine, io spero, anche negli scopi del lavoro, nel che cosa produrre.

Un’ultima osservazione. Politicamente la nostra “accuratezza” è un’arma a doppio taglio. È vero che c’è l’eccellenza femminile. Ma c’è anche e lo vediamo quando parliamo di lavoro: accanimento formativo, eccitamento studioso, perfezionismo nel lavoro, quasi che l’intelligenza esecutiva possa a priori dar senso all’obiettivo. Spesso si collega tutto ciò o a un difetto di autostima o alla superiore duttilità della nostra intelligenza. Io invece collego questo “far bene” all’aspirazione a “essere la soluzione”. Non “trovare la soluzione”, ma incarnarla: essere la sintesi delle differenze, la composizione dei conflitti. Saper assumere in sé tutte le parti.

Quando parliamo di relazioni, se ci crediamo, dobbiamo accettare prima di tutto la nostra singolarità, la nostra “ingiustizia”. Invece troppo spesso non la accettiamo, pensando che se ci impegniamo di più, riusciremo finalmente ad “essere la soluzione”, a mettere al mondo il mondo, a tenere conto di tutti i dati, a illuminare armoniosamente la scena.
Forse è arrivato il momento di ricominciare a dire dei no. Non tanto nel senso di dire ciò che non ci piace, ma di non fare ciò che non vogliamo più garantire.

La versione completa di questo articolo sul sito della Libreria delle donne di Milano:
http://www.libreriadelledonne.it/news/articoli/contrib270212.htm
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