Lettere

Renato Pierri
19 giugno 2013

Il 18 giugno monsignor Fabio Martinez Castilla, arcivescovo di Tuxtla, durante l'omelia ha affermato: "Da un punto di vista qualitativo è molto più grave l'aborto dell'abuso su un minore da parte di un sacerdote...Durante la violenza sessuale è il futuro del bambino a morire, nell'aborto si tratta invece di assassinio". ...
Lettera delle rifugiate eritree alla Presidente della Camera Laura Boldrini
22 04 2013

Illustre Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati,

Siamo un gruppo di 45 donne eritree rifugiate politiche. Tra di noi ci sono anche 2 donne incinta e 4 bambini. Siamo arrivate a Lampedusa ad Agosto 2012, da lì siamo state trasferite in un centro di accoglienza a Tivoli, vicino Roma.

La posizione del centro era completamente isolata dal centro abitato di Tivoli, mal collegata con Roma e strutturalmente inadatta ad assicurare condizioni di vita decenti: i muri perdevano continuamente acqua perché le condutture erano rotte, i termosifoni non funzionavano e c’erano solo 4 bagni chimici per un totale di 79 ospiti.

C’era una mancanza di servizi: all’interno della struttura, nessun dottore è mai venuto a visitarci; per molto tempo non abbiamo avuto nemmeno la possibilità di ricevere trattamenti medici nelle strutture esterne al centro perché, senza documenti, non potevamo chiedere la carta sanitaria; molto spesso gli operatori amministravano le medicine per le nostre malattie ma, ovviamente, non erano persone competenti a comprendere i nostri dolori e spesso davano a tutti noi le stesse medicine.

Nonostante queste povere condizioni, siamo state in grado di assicurarci i diritti minimi: carta sanitaria e registrazione dei nostri figli a scuola, ma non un servizio di trasporto.

A dicembre, senza alcun avvertimento, come se non avessimo il diritto di essere consapevoli delle nostre vite, la cooperativa ha deciso di metterci su un autobus e “spedirci” in un altro centro, quello dove siamo oggi, a Ponton dell’Elce, una frazione del comune di Anguillara, ancora più isolato e collegato male con il centro abitato e con Roma. All’inizio eravamo 110 persone di diverse nazionalità.

Per arrivare alla fermata dell’autobus dobbiamo camminare per un’ora in una strada buia e senza marciapiede. Per la seconda volta siamo state costrette a subire lo stesso trattamento: lunghe attese per avere un dottore nel paese più vicino, mesi di attesa prima di raggiungere un accordo con la cooperativa per mandare a scuola i nostri figli, nessun servizio di trasporto per assicurare almeno una connessione con i servizi essenziali come scuole e ospedali.

Una situazione molto difficile che è stata aggiunta al nostro stato di stress e alla nostra attesa preoccupata per l’intervista con la Commissione e per il risultato finale.

Ancora una volta ci siamo organizzate da sole e, dopo aver fatto molte pressioni sulla cooperativa, abbiamo ottenuto l’assistenza medica e l’iscrizione dei nostri figli a scuola.

Ma, come se non fosse abbastanza, a marzo la cooperativa ha deciso di farci partire di nuovo per tornare al centro di Tivoli, senza darci nessuna spiegazione. A quel punto alcune di noi hanno deciso di dire che era abbastanza e hanno rifiutato di essere trattate come “pacchi”, scegliendo di continuare a rimanere nel centro, nonostante l’opposizione della cooperativa.

Dopo di questo, siamo state abbandonate a noi stesse, senza operatori e senza medicine. Nel centro abbiamo soltanto l’operatore che viene giornalmente a portarci il cibo.

Oggi, per la terza volta, la cooperativa ci ha informato che lunedì (22 aprile) dovremmo lasciare il centro per essere trasferite ancora una volta a Tivoli. Nonostante il centro in cui viviamo non sia per niente un luogo degno e nonostante le condizioni non siano delle migliori, durante questi mesi siamo state capaci di costruire un’interazione con gli abitanti del paese e di costruire qualche tipo di relazione con il territorio. Inoltre, siamo sicure che le condizioni del centro di Tivoli non sono migliori.

Vogliamo soltanto i nostri documenti e chiediamo solo di essere trattate come esseri umani e di essere libere di determinare le nostre vite. Chiediamo un trattamento dignitoso e di essere accolte in strutture che non si siano situate fuori dalla società.
Rifugiate eritree di Anguillara
Renato Pierri
2 gennaio 2013

In questi giorni, di festa per molti e di maggiore tristezza per molti altri, vorrei ricordare tra donne viventi, vittime della crudele ottusità degli uomini. Della prima, la più sfortunata, non so nulla, non so se è colta o ignorante, che cosa pensa. Nulla.

Una madre disperata

  • Dic 10, 2012
  • Da

Gisella

10 dicembre 2012

Quando sento parlare della lotta contro la violenza sulle donne, rabbrividisco e vorrei urlare la mia rabbia. C'è una forma di violenza che non è fisica, non è fatta di percosse, di stupro, ma è altrettanto devastante e spinge la donna lentamente verso un baratro da cui non riesce più ad emergere: è quella sottile e subdola, strisciante, non documentabile, quella psicologica.
di Sahar Saba*

I tentativi degli statunitensi di scendere a patti con i taleban non hanno né sorpreso né sconvolto le donne afghane.
Le donne afghane non sono ingenue come le donne progressiste in giro per il mondo, oggi profondamente frustrate da questo tradimento statunitense. Le donne progressiste avevano riposto le loro speranze negli Usa, che promisero che si sarebbero sbarazzati dei taleban.

UN RICORDO

  • Mar 07, 2010
  • Da
di Attilio Doni

Mi è capitato di leggere, su una rivista, il racconto dell'attrice Charlize Theron,  di ciò che era accaduto nella sua famiglia quando lei aveva solo quindici anni. Il padre si ubriacava e picchiava la madre. Un giorno madre e figlia si rinchiusero in una stanza e lui cominciò a tempestare di pugni la porta, minacciando di uccidere entrambe con un fucile da caccia. La madre prese una rivoltella, lo affrontò e lo uccise.
di Antonella Oriani, Sos Donna Faenza (Centro antiviolenza)
 
24 aprile - Mantova: La strage è cominciata in un appartamento nella via principale di Volta Mantovana, viale Risorgimento. L’uomo avrebbe raggiunto la ex moglie con la quale si era separato da alcuni anni. Lei aveva ottenuto divorzio. Tra i due sarebbe scoppiata in strada una lite furibonda figlia dei contrasti preesistenti tra i due coniugi, nel corso della quale l'uomo avrebbe fatto fuoco, uccidendola sul colpo. (Ansa)
di Lea Melandri

Nella stessa giornata vengono uccise una sorella e due mogli – ferita gravemente una terza. La mano è sempre la stessa –quella di congiunti o  parenti prossimi-, la ragione pure: tradimenti o separazioni. Casualmente può capitare che l’omicida, nella sua ira travolgente, uccida anche una vicina, un cognato, un ex-socio, appendice dell’offesa primaria che gli viene da una donna e che merita di essere lavata col sangue.
di Stefania Voli

E' bene che se ne parli. Ed è bene che siamo noi donne, una volta per tutte, a farlo, sottraendo il “giochino” a uomini della politica, del potere, della scienza, del bar sotto casa. Incauti e spesso crudeli avventori di discorsi che poi, nei finali di partita, riguardano noi e solo noi.
Ma se poi sono proprio le donne a fare terrorismo e confusione informativa, allora questo sì, è un problema, e pure serio.
Il “chiacchiericcio” sulla Ru486 che ha disturbato le nostre giornate negli ultmi mesi, le polemiche che questo metodo abortivo (che non posso neanche definire “nuovo” dato che in tutto il mondo è stato sperimentato ed è in uso da anni – in Francia dall''88 – e nel 2003 l'Organizzazione mondiale della sanità ne ha confermato la sicurezza defininendone le linee guida. Solo l'Italia è, come sempre, il fanalino di coda...) hanno sollevato, racchiudono in sè un pesante attacco alla libertà di scelta e di autodeterminazione femminile.
di Carlo Rosselli (da “Giustizia e Libertà”, 18 maggio 1934)

"Siamo antifascisti non tanto e non solo perché siamo contro quel complesso di fenomeni che chiamiamo fascismo; ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega ed offende, e violentemente impedisce di conseguire.
Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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