IL MANIFESTO

Roberto Ciccarelli, Il Manifesto
7 agosto 2014

A mez­za­notte di mar­tedì 5 ago­sto il tea­tro Valle era ancora pieno. Uno spet­ta­colo com­mo­vente in forma di assem­blea della "fon­da­zione tea­tro Valle bene comune" come poche se ne sono viste in que­sti tre anni di occu­pa­zione.
Il Manifesto
05 08 2014

Beni comuni. Le proposte elaborate collettivamente in tre giorni di assemblee nazionali e tavoli di lavoro. Oggi verranno sottoposte al teatro di Roma in un incontro all'assessorato alla cultura. Domenica scade la "tregua" strappata dagli occupanti dopo l'ultimatum del 31 luglio imposto dal Campidoglio

Non è stata una resa, ma un rilan­cio. L’occupazione del tea­tro Valle ces­serà dome­nica 10 ago­sto a con­di­zione che la «con­ven­zione» con il tea­tro di Roma adom­brata negli scambi fre­ne­tici, e pub­blici, con il suo pre­si­dente Marino Sini­baldi rece­pi­sca alcuni ele­menti deter­mi­nanti per la «Fon­da­zione Tea­tro Valle Bene Comune». Sarà que­sto il con­te­nuto dell’incontro che si terrà oggi pome­rig­gio alle 18 all’assessorato alla cul­tura di Roma Capi­tale in piazza Campitelli.

A nome della Fon­da­zione che vanta 5600 soci e un capi­tale sociale com­ples­sivo di 250 mila euro, gli atti­vi­sti incon­tre­ranno Sini­baldi, ma non l’assessore Gio­vanna Mari­nelli. Con lei è pre­vi­sto un incon­tro nei pros­simi giorni. Sem­pre che oggi il tea­tro di Roma non respinga le richie­ste ela­bo­rate col­let­ti­va­mente dal Valle insieme alle reti degli ate­lier e dei movi­menti dei lavo­ra­tori dello spet­ta­colo pro­ve­nienti da tutto il paese. Un lavoro intenso che ha tenuto impe­gnate cen­ti­naia di per­sone nel fine set­ti­mana e anche ieri, nella terza assem­blea nazio­nale di fila.

Al primo punto del docu­mento che verrà sot­to­po­sto oggi al Cam­pi­do­glio, e indi­ret­ta­mente al governo che con il mini­stro della cul­tura Dario Fran­ce­schini preme affin­chè il Valle sia sgom­be­rato, c’è la distin­zione tra la pro­prietà del più antico tea­tro della Capi­tale (che resterà pub­blico per i pros­simi 100 anni nelle mani del tea­tro di Roma) e l’uso delle strut­ture e delle atti­vità arti­sti­che e for­ma­tive gestite dalla Fon­da­zione. Quest’ultima è tito­lata a fir­mare que­sta even­tuale «con­ven­zione» in quanto «asso­cia­zione non rico­no­sciuta», seb­bene il pre­fetto di Roma Giu­seppe Peco­raro non ne abbia rico­no­sciuto la per­so­na­lità giuridica.

Ciò non toglie che que­sto possa avve­nire una volta ter­mi­nata la fase trien­nale di occu­pa­zione, quando alla fon­da­zione verrà attri­buita effet­ti­va­mente la capa­cità di «auto­go­verno» espressa dai cit­ta­dini e dagli utenti del tea­tro e rico­no­sciuta dall’articolo 43 della Costi­tu­zione. Per i «comu­nardi» gli organi par­te­ci­pa­tivi sta­bi­liti nel suo sta­tuto garan­ti­scono già oggi tale capa­cità e riem­piono di senso la nozione, piut­to­sto vaga, di «tea­tro par­te­ci­pa­tivo» che il tea­tro di Roma imma­gina di rea­liz­zare nel Valle. Rico­no­scere l’autonomia della fon­da­zione è fon­da­men­tare per con­durre «una spe­ri­men­ta­zione non solo arti­stica, ma anche gestio­nale». In seguito la «con­ven­zione» potrebbe essere rin­no­vata. Per garan­tire que­sto per­corso, è stata for­mu­lata anche l’ipotesi di una deli­bera d’indirizzo da parte della giunta Marino.

Poi c’è il capi­tolo spi­noso dei lavori di messa a norma e di restauro del Valle. Que­sto è stato il cavallo di troia usato da Fran­ce­schini, Mari­nelli e il tea­tro di Roma per imporre prima l’ultimatum del 31 luglio, poi slit­tato al 10 ago­sto. «Ha tutta l’aria di essere uno stru­mento per chiu­dere il tea­tro per anni e liqui­dare l’esperienza di tre anni e un modello di auto­go­verno arti­stico ed eco­no­mico che fun­ziona». La pro­po­sta è invece quella di isti­tuire un osser­va­to­rio com­po­sto da per­so­na­lità scien­ti­fi­che che garan­ti­scano la cit­ta­di­nanza e i soci sui tempi, sulle moda­lità e i capi­to­lati di spesa. «È pos­si­bile farli par­tire con la fon­da­zione che lavora den­tro?» è stata la domanda più volte ripetuta.

Pro­po­ste com­plesse, frutto dell’intelligenza col­let­tiva che si è espressa al Valle negli ultimi giorni. «In que­ste ore — hanno detto gli atti­vi­sti — abbiamo aperto uno spa­zio poli­tico negato dalle isti­tu­zioni e lo abbiamo messo a dispo­si­zione di tutti per deci­dere il futuro del Valle. Adesso sta al Cam­pi­do­glio rispet­tare que­sta volontà».

Roberto Ciccarelli

Il Manifesto
01 08 2014

Israele. Intervista all'economista israeliano Shir Hever: "L'esercito detta le scelte del governo, ma manca una strategia di lungo periodo. Come ogni impero, anche Tel Aviv è vicino alla fine"

Nes­suna tre­gua, l’offensiva con­ti­nua. L’industria bel­lica israe­liana pub­blica e pri­vata ha già scal­dato i motori: la nuova san­gui­nosa ope­ra­zione con­tro Gaza por­terà con sé un’impennata delle ven­dite di armi. Suc­cesse con Piombo Fuso e con Colonna di Difesa. Alcune aziende fir­mano già con­tratti milio­nari. Come sem­pre, Israele prima testa e poi vende. Ne abbiamo par­lato con Shir Hever, eco­no­mi­sta israe­liano e esperto degli aspetti eco­no­mici dell’occupazione.

Israele è uno dei primi espor­ta­tori di armi nel mondo. Dopo l’operazione del 2012, le ven­dite toc­ca­rono i 7 miliardi di dol­lari. Sarà lo stesso per Mar­gine Protettivo?

L’industria mili­tare israe­liana è uno dei set­tori più signi­fi­ca­tivi, il 3,5% del Pil a cui va aggiunto un altro 2% di ven­dite interne. Israele non è il più grande espor­ta­tore di armi al mondo, ma è il primo in ter­mini di numero di armi ven­dute per cit­ta­dino, pro­ca­pite. L’industria mili­tare ha un’enorme influenza sulle scelte gover­na­tive. Dopo ogni attacco con­tro Gaza, si orga­niz­zano fiere durante le quali le com­pa­gnie pri­vate e pub­bli­che pre­sen­tano i pro­dotti uti­liz­zati e testati sulla popo­la­zione gazawi. Gli acqui­renti si fidano per­ché hanno dimo­strato la loro effi­ca­cia. Anche que­sta guerra aumen­terà signi­fi­ca­ti­va­mente i pro­fitti dell’industria mili­tare. Basti pen­sare che pochi giorni fa l’Industria Aero­spa­ziale Israe­liana ha lan­ciato un appello agli inve­sti­tori pri­vati per la pro­du­zione di una nuova bomba. Hanno già rac­colto 150 milioni di dol­lari, 100mila per ogni pale­sti­nese ucciso: si ini­zia a ven­dere ad ope­ra­zione ancora in corso.

Se l’industria mili­tare cre­sce, quella civile però subi­sce con­si­stenti perdite.

I costi civili dell’attacco sono tre. Primo, quelli pagati dal sistema pub­blico: l’aumento del bud­get per l’esercito va a spese dei ser­vizi pub­blici. Ogni attacco pro­duce sem­pre tagli all’educazione, la salute, i tra­sporti. Prima che que­sto round di vio­lenza comin­ciasse, fazioni poli­ti­che di cen­tro hanno ten­tato di tagliare il bud­get dell’esercito a favore dei ser­vizi sociali. E guarda caso, poco tempo dopo è par­tita l’operazione, per l’enorme influenza che il sistema mili­tare ha sulle poli­ti­che del governo. A ciò si aggiun­gono i costi diretti e indi­retti all’economia civile. I mis­sili hanno dan­neg­giato pro­prietà e le per­sone hanno paura ad andare al lavoro, nume­rose fab­bri­che hanno sospeso le atti­vità e le aziende agri­cole sono ferme. E, infine, i costi indi­retti, come quelli al set­tore turi­stico. Molte com­pa­gnie avreb­bero dovuto ospi­tare dele­ga­zioni di impren­di­tori stra­nieri che hanno can­cel­lato le visite e sono andati a fare affari in altri paesi.

Gaza è un mer­cato pri­gio­niero, costretto all’acquisto di pro­dotti israe­liani. L’offensiva dan­neg­gia chi vende nella Striscia?

In realtà no. Gaza è sì un mer­cato pri­gio­niero, ma garan­tiva molti più pro­fitti prima dell’inizio dell’assedio nel 2007. Prima dell’embargo era molto più facile per le com­pa­gnie israe­liane inviare i pro­pri pro­dotti nei super­mer­cati di Gaza e sfrut­tare mano­do­pera a basso costo. Se l’assedio venisse allen­tato, l’economia israe­liana ne gio­ve­rebbe per­ché potrebbe sfrut­tare ancora di più un milione e 800mila per­sone, una comu­nità che non può pro­durre abba­stanza ma che consuma.

Que­sto nuovo attacco potrebbe invece raf­for­zare la cam­pa­gna di boicottaggio?

C’è stato un incre­mento signi­fi­ca­tivo della cam­pa­gna BDS nel mondo e lo si per­ce­pi­sce dalle rea­zioni di certi poli­tici. Il mini­stro dell’Economia, il colono Naf­tali Ben­nett, cerca di incre­men­tare gli scambi com­mer­ciali con Cina, Giap­pone, India, e libe­rarsi dalla dipen­denza dall’Europa, dove il boi­cot­tag­gio attec­chi­sce di più. Eppure due giorni fa l’Istituto Israe­liano di Sta­ti­stica ha regi­strato un calo signi­fi­ca­tivo del valore delle espor­ta­zioni, prima che que­sta ope­ra­zione comin­ciasse: all’inizio del 2014, il valore è calato del 7% e del 10% verso i paesi asia­tici. Molte com­pa­gnie espor­ta­trici hanno chie­sto un mee­ting d’emergenza del governo per trat­tare que­sta crisi.

Molti riten­gono che que­sto attacco sia dovuto anche al con­trollo delle risorse ener­ge­ti­che lungo la costa di Gaza.

Non credo che ci sia un col­le­ga­mento diretto: Israele ha già comin­ciato a sfrut­tare i pro­pri gia­ci­menti e fir­mato accordi di ven­dita con Tur­chia, Cipro e Gre­cia. Se un giorno i pale­sti­nesi saranno in grado di sfrut­tare il pro­prio gas, non tro­ve­ranno mer­cato per­ché Israele si sarà acca­par­rato l’area medi­ter­ra­nea e sarà capace di ven­dere a prezzi infe­riori. Il mondo, che in que­sti giorni assi­ste a mas­sa­cri e distru­zione di infra­strut­ture, non imma­gina nean­che il momento in cui i pale­sti­nesi potranno svi­lup­pare la pro­pria eco­no­mia interna.

Da fuori sem­bra che il governo israe­liano non abbia in mente una stra­te­gia di lungo periodo, ma tenti di man­te­nere lo sta­tus quo dell’occupazione.

È così. L’attuale governo non ha una stra­te­gia poli­tica, cam­mina in una strada senza uscita. Sa che Abu Mazen è l’unico con cui nego­ziare, ma allo stesso tempo ne mina la legit­ti­mità. Nella sto­ria tutti gli imperi hanno finito per ragio­nare solo nel breve periodo, per poi col­las­sare. Dalla Seconda Inti­fada la poli­tica non è quella di porre fine al “con­flitto” ma di gestirlo. Molti israe­liani pen­sano che non ci sia futuro e si spo­stano verso destra. Il livello di raz­zi­smo e vio­lenza attuale è ter­ri­bile, ma allo stesso è segno di estrema debo­lezza. Que­sto mi regala un po’ di speranza.

Il Manifesto
01 08 2014

La “macelleria messica” alla scuola Diaz di Genova, a conclusione delle tragiche giornate del luglio 2001, quella definita da tutti come la più grande violazione dei diritti uman dalla seconda guerra mondiale costa solo pochi mesi di sospensione i funzionari di polizia responsabili.

Due anni dopo la sen­tenza di Cas­sa­zione che aveva con­dan­nato, salvo per i reati caduti in pre­scri­zione, i poli­ziotti respon­sa­bili della «macel­le­ria mes­si­cana» alla scuola Diaz di Genova, nel luglio del 2001, in occa­sione del G8, la com­mis­sione disci­pli­nare della corte d’Appello del capo­luogo ligure, ha sta­bi­lito una sospen­sione per una tren­tina dei poli­ziotti con­dan­nati o respon­sa­bili di reati durante il G8 genovese.

Sospen­sioni da tre a sei mesi, a seconda del «grado di respon­sa­bi­lità», una baz­zec­cola, per i fun­zio­nari che, aventi il ruolo di poli­zia giu­di­zia­ria, hanno anche orga­niz­zato e attuato l’attacco alle per­sone all’interno della scuola Diaz di Genova.

Pro­prio la spe­ci­fi­cità del ruolo di «poli­zia giu­di­zia­ria» ha per­messo di evi­tare la sospen­sione all’ex capo dello Sco Fran­ce­sco Grat­teri e all’ex vice­capo dell’Ucigos Gio­vanni Luperi (entrambi con­dan­nati a 4 anni di reclu­sione). Esclusi anche tutti quelli che nel frat­tempo sono andati in pen­sione, com­preso l’ex capo del VII nucleo del reparto mobile di Roma Vin­cenzo Can­te­rini, i cui uomini, «i Can­te­rini boys», fecero mate­rial­mente l’irruzione nella scuola Diaz, orga­niz­zata per sco­vare fan­to­ma­tici black bloc nella sede dive­nuta media cen­ter durante il G8. La com­mis­sione di disci­plina che ha sta­bi­lito le sospen­sioni, è com­po­sta da due magi­strati e da un fun­zio­na­rio del Viminale.

Si tratta di una nuova, enne­sima e forse con­clu­siva, tappa giu­di­zia­ria degli eventi del G8 di Genova, nel luglio del 2001. Al cen­tro delle vicende giu­di­zia­rie post ver­tice, negli anni, ci sono stati tre pro­ce­di­menti prin­ci­pali: il primo con­tro i mani­fe­stanti accu­sati di «deva­sta­zione e sac­cheg­gio»; un reato che non veniva uti­liz­zato dall’epoca post seconda guerra mon­diale e che dal G8 in avanti è diven­tato il gri­mal­dello giu­di­zia­rio con­tro ogni movi­mento sociale; il secondo pro­ce­di­mento era con­tro i fun­zio­nari di poli­zia respon­sa­bili dell’irruzione e dei pestaggi alla scuola Diaz.

Non solo vio­lenze, per­ché tra i reati di cui furono accu­sati i poli­ziotti — com­presa tutta la catena di comando fati­co­sa­mente rico­struita dai pm, a causa della poca col­la­bo­ra­zione delle forze dell’ordine — ci fu anche il falso e la calun­nia, a causa del ritro­va­mento nella scuola Diaz, delle due bot­ti­glie molo­tov (false, per­ché tro­vate nei giorni prima nei pressi di corso Ita­lia) da cui nac­quero tutta una serie di altri prov­ve­di­menti, nei quali venne tirato den­tro anche l’ex capo della poli­zia Gianni de Gen­naro (accu­sato di inci­tare alla falsa testi­mo­nianza durante i processi).

Infine il terzo pro­ce­di­mento prin­ci­pale, quello rela­tivo alle vio­lenze e alla tor­ture subite dai ragazzi e dalle ragazze arre­state e por­tate nel com­plesso della caserma di Bol­za­neto (tra i con­dan­nati ci sono anche medici). Dal 2001 molti altri pro­ce­di­menti sono stati svolti, su fatti di strada, sin­gole denunce, men­tre è man­cato il pro­cesso che avrebbe dovuto fare luce sull’evento più tra­gico di quelle gior­nate, vale a dire l’omicidio di Carlo Giu­liani in piazza Ali­monda, giunto al ter­mine di una dina­mica di scon­tri, comin­ciata con una carica dei cara­bi­nieri ad un cor­teo autorizzato.

Tutti i fun­zio­nari di poli­zia con­dan­nati per i fatti del G8 sono stati inter­detti dai pub­blici uffici per 5 anni, ma que­sta deci­sione della corte d’appello di Genova costi­tui­sce la prima vera e pro­pria san­zione «interna» nei loro confronti.

L'Onu: in Ucraina crimini e 1200 morti

Il Manifesto
29 07 2014

Oltre mille morti, tre­mila feriti, due­cen­to­mila sfol­lati. Una regione al col­lasso per i pesanti bom­bar­da­menti subiti e per i com­bat­ti­menti ancora in corso. La mag­gio­ranza delle vit­time è com­po­sta da civili (tra i morti anche gior­na­li­sti e foto­grafi, com­preso l’italiano Andrea Roc­chelli) men­tre il governo di Kiev si sco­pre – come pre­ve­di­bile – tra­bal­lante e senza un par­la­mento in grado di soste­nerlo: la camera nei giorni scorsi ha votato con­tro le leggi che dovreb­bero per­met­tere di rice­vere gli aiuti del Fmi, pro­cu­rando le dimis­sioni del pre­mier, e ieri ha invece appro­vato – su indi­ca­zione del pre­mier uscente Yatse­niuk — una nuova tassa per finan­ziare l’esercito impe­gnato a ricon­qui­stare le regioni orientali.

É la foto­gra­fia dell’Ucraina, in parte scat­tata ieri dal quarto rap­porto dell’Onu dall’inizio della crisi. Una rela­zione che mostra ancora una volta quanto molti media, spe­cie nostrani, hanno ten­tato di mini­miz­zare nel corso degli ultimi mesi: in Ucraina c’è una guerra in corso, con l’utilizzo di armi pesanti, bande e gruppi para­mi­li­tari che imper­ver­sano e un numero di vit­time altis­simo. L’Alto com­mis­sa­rio Onu per i diritti umani, Navi Pil­lay, ha sot­to­li­neato che da metà aprile al 26 luglio, i morti nel con­flitto sono almeno 1.129, men­tre sareb­bero 3.442 i feriti. «Paura e ter­rore sono state inflitti dai gruppi armati sulla popo­la­zione dell’Ucraina orien­tale», men­tre l’abbattimento dell’aereo malese, può essere con­si­de­rato un «cri­mine di guerra».

Navi Pil­lay ha infine sot­to­li­neato come fat­tore «impe­ra­tivo», l’apertura di «un’inchiesta rapida, minu­ziosa, effi­cace ed indi­pen­dente» sui fatti. Nel rap­porto, l’Onu accusa entrambe le parti, invi­tando a «cer­care di evi­tare che altri civili pos­sano essere uccisi o feriti». Ma i com­bat­ti­menti con­ti­nuano, ren­dendo dif­fi­cile e arduo il lavoro degli esperti, che dovreb­bero con­durre le inda­gini sul luogo dove è stato rin­ve­nuto il relitto dell’aereo malese abbat­tuto. Ieri il team di poli­ziotti olan­desi e austra­liani, ha rinun­ciato a rag­giun­gere la zona dove si tro­vano i resti dell’aereo, a causa dei forti scon­tri nell’area, risol­tisi in serata con la con­qui­sta della zona da parte delle forze uffi­ciali dell’esercito ucraino. Tutto que­sto, men­tre arri­va­vano le prime con­clu­sioni delle ana­lisi sulle sca­tole nere del veli­volo abbat­tuto. Secondo i dati recu­pe­rati, l’aereo della Malay­sia Air­li­nes sarebbe stato distrutto da una «forte decom­pres­sione esplo­siva» pro­vo­cata dalle schegge di un mis­sile. Ad affer­marlo, secondo quanto ripor­tato dal Wall Street Jour­nal, sarebbe stato il colon­nello Andriy Lysenko, por­ta­voce del Con­si­glio di sicu­rezza e difesa ucraino.

Sulla vicenda, che potrebbe essere diri­mente nell’attuale con­flitto in corso, ieri è inter­ve­nuta la Rus­sia, nell’ormai clas­sico botta e rispo­sta con la Casa Bianca. Mosca ha con­te­stato l’autenticità delle imma­gini pub­bli­cate da Washing­ton nei giorni scorsi, che pro­ve­reb­bero il coin­vol­gi­mento diretto della Rus­sia nei bom­bar­da­menti con­tro le posta­zioni mili­tari ucraine. Secondo il por­ta­voce del mini­stero della Difesa russo, Igor Kona­shen­kov, a causa dell’assenza di loca­liz­za­zioni pre­cise e della scarsa riso­lu­zione delle imma­gini «è impos­si­bile sta­bi­lire l’autenticità» delle foto­gra­fie satel­li­tari. La Rus­sia – infine — è tor­nata ad avvi­sare gli Usa con­tro un pos­si­bile invio di armi al governo a Kiev. «Una misura del genere non farebbe altro che spin­gere ad una solu­zione non nego­ziale del con­flitto» ha detto il mini­stro degli Esteri Lavrov che ha chie­sto inol­tre a Washing­ton di for­nire «final­mente» le infor­ma­zioni sui pre­sunti con­si­glieri mili­tari Usa che sta­reb­bero aiu­tando il governo ucraino. «Da tre mesi chiedo al segre­ta­rio di Stato ame­ri­cano se siano vere le noti­zie riguardo ai 100 esperti ame­ri­cani nel con­si­glio di sicu­rezza ucraino, ma finora non ho rice­vuto rispo­sta» ha detto il mini­stro. Obama ha rispo­sto ieri a seguito di una con­fe­rence call con il pre­si­dente fran­cese Hol­lande, la can­cel­liera Angela Mer­kel, il pre­mier Mat­teo Renzi e il bri­tan­nico Came­ron. I cin­que hanno deplo­rato «che la Rus­sia non abbia fatto effet­tive pres­sioni sui sepa­ra­ti­sti per indurli a nego­ziare e non abbia assunto le misure con­crete che si atten­de­vano da essa per garan­tire il con­trollo della fron­tiera russo-ucraina».

 

Le narrazioni tossiche su Gaza

Richard Falk*, Il Manifesto
24 luglio 2014

La narrazione occidentale dell’ultimo attacco israeliano su Gaza, iniziato l’8 luglio, è costituita da due elementi: in primo luogo c’è l’appoggio incondizionato al presupposto israeliano,

Sull’aborto, la frontiera dell’Europa dei diritti

Il Manifesto
22 07 2014

Polonia. I medici sottoscrivono una «dichiarazione di fede» per disattendere la già restrittiva legge. Viaggio nel Paese ipercattolico dove è legale solo l’interruzione di gravidanza terapeutica, eppure a causa dell’alta percentuale di medici obiettori di coscienza le donne sono alla mercé delle "mammane" o costrette a espatriare verso le cliniche slovacche. Ma stavolta il premier Donald Tusk ha richiamato i sanitari agli obblighi di legge. Un primo piccolo argine ai fondamentalisti

Tutto è pronto per par­tire. Le due pic­cole vali­gie sono state cari­cate nel por­ta­ba­ga­gli. Sarà un sog­giorno breve. Si tor­nerà a casa il più pre­sto pos­si­bile. Il viag­gio sarà lungo. Per arri­vare a Levice, una pic­cola città della Slo­vac­chia, da Var­sa­via ci vogliono 8–10 ore di mac­china. Piotr, 26 anni, stu­dente uni­ver­si­ta­rio, ha pen­sato che fosse meglio par­tire in prima serata, fare la strada con calma, magari una pic­cola sosta per sgran­chire le gambe e ripo­sare qual­che ora, così da arri­vare pun­tuali alla cli­nica. Con lui c’è Magda, la sua ragazza, 24 anni, anche lei stu­den­tessa uni­ver­si­ta­ria. Giun­gono a Levice alle 9,30. L’appuntamento era stato fis­sato per le 10 del mat­tino. Alla recep­tion, i due ragazzi ven­gono accolti da un’infermiera che li fa acco­mo­dare davanti una scri­va­nia con un com­pu­ter per esple­tare i docu­menti e pro­ce­dere al paga­mento dell’intervento: 350 euro. Subito dopo, Piotr viene cor­te­se­mente invi­tato a lasciare il reparto e tor­nare dopo le 2 del pomeriggio.

La cop­pia chiede di restare insieme, ma l’infermiera risponde che non è pos­si­bile per­ché in sala ope­ra­to­ria si trova un’altra ragazza, anche lei polacca, e per motivi di pri­vacy non è per­messo a nes­suno la per­ma­nenza. Lui abbrac­cia Magda e va fuori. Giu­sto il tempo di fumare un intero pacco di siga­rette e fare avanti e indie­tro lungo il via­letto che porta all’entrata della cli­nica e sono già le due. Piotr torna den­tro il reparto, e poco dopo esce insieme a Magda. L’intervento è pie­na­mente riu­scito. La tiene stretta a lui, la con­sola e gli asciuga le lacrime che le sol­cano il viso. Non c’è tempo per fer­marsi, devono subito ripar­tire per Var­sa­via.

Vi sem­bra una sto­ria roman­zata? Non lo è. Le uni­che parole di fan­ta­sia sono i nomi dei due ragazzi. Il resto è il rac­conto di una delle tante, tan­tis­sime cop­pie polac­che che ogni giorno affol­lano il reparto di gine­co­lo­gia della Medi­kli­nik di Levice. A prima vista sem­bra una cit­ta­dina ano­nima, fuori dai cir­cuiti turi­stici. Niente mera­vi­glie archi­tet­to­ni­che o musei da urlo, ma il cen­tro sto­rico è curato e le strade sono pulite, e c’è anche un grande parco pub­blico pieno di mamme con i pas­seg­gini, anziani che sie­dono sulle pan­chine e cop­piette di ado­le­scenti che amo­reg­giano. La cli­nica si trova a 10 minuti di mac­china dalla sta­zione fer­ro­via­ria, in una col­lina immersa nel verde e nella tran­quil­lità. E’ spe­cia­liz­zata in orto­pe­dia, chi­rur­gia este­tica e (da alcuni anni) aborto tera­peu­tico. Sul sito web (www.mediklinik.sk) è pos­si­bile leg­gere in polacco tutte le infor­ma­zioni neces­sa­rie. Basta tele­fo­nare, fis­sare l’appuntamento e pre­sen­tarsi in cli­nica. Tutti gli esami ver­ranno effet­tuati prima dell’intervento. Il tutto dura poche ore e poi si può tor­nare a casa. Il per­so­nale medico ed infer­mie­ri­stico parla polacco (slo­vacco e polacco in para­gone sono come spa­gnolo e ita­liano) e rende meno trau­ma­tica la degenza delle pazienti.

Zol­tan Csen­des, diret­tore della cli­nica, ci dice che l’80% di chi viene qui per l’aborto tera­peu­tico è polacco, ragazze tra i 20–25 anni. In media ven­gono effet­tuati 4 inter­venti al giorno. Il costo dell’operazione è la metà, rispetto ad una cli­nica pri­vata in Ger­ma­nia o Gran Bre­ta­gna, e vista la ristret­tis­sima legge polacca sull’aborto, sono tanti quelli che scel­gono di met­tersi in viag­gio per Levice invece di tro­vare un gine­co­logo com­pia­cente in Polo­nia per l’aborto clan­de­stino, il cui costo varia dai 2 ai 4 mila zloty (500–1.000 euro). Non esi­stono dati uffi­ciali, ma le asso­cia­zioni per i diritti delle donne cal­co­lano che in Polo­nia ogni anno ven­gono effet­tuati circa 180 mila aborti clan­de­stini. Nella mag­gior parte dei casi, l’intervento chi­rur­gico viene fatto in appar­ta­menti pri­vati, in un ambiente poco ste­rile e con l’ansia costante del medico che vuole por­tare a ter­mine l’operazione nel più breve tempo pos­si­bile. Se viene sco­perto, fini­sce in galera.
Tutto ciò, ovvia­mente, se hai i soldi per farlo. In caso con­tra­rio, ci sono le “mam­mane”. È nelle cam­pa­gne, lon­tano dalla moder­nità, che si con­suma la tra­ge­dia di tante gio­vani donne. «Molte arri­vano in ospe­dale quando ora­mai non c’è più nulla da fare per­ché hanno perso troppo san­gue», si con­fida il dot­tor M., che ci chiede l’anonimato. Lavora nel reparto di gine­co­lo­gia in un ospe­dale pub­blico di Poz­nan. «La situa­zione in Polo­nia è dram­ma­tica – con­ti­nua – non solo per le donne, ma anche per i medici. I diret­tori di molti ospe­dali sono legati a dop­pio filo alla poli­tica e hanno ami­ci­zie influenti nelle gerar­chie eccle­sia­sti­che. Sono loro che det­tano la linea, e se la poli­tica uffi­ciosa dell’ospedale è quella di dire no all’aborto, sem­pre e comun­que, anche i medici non obiet­tori sono tenuti a farlo. In caso con­tra­rio perdi il lavoro».

Abbiamo pro­vato a fare un giro negli ospe­dali di Var­sa­via e di Poz­nan, cer­cando di par­lare dell’argomento scot­tante con i dot­tori e gli infer­mieri in ser­vi­zio. «No com­ment», è l’atteggiamento gene­rale. Un’infermiera a Var­sa­via ha tagliato corto dicendo che «in que­sto ospe­dale siamo con­tro l’aborto, non ci inte­ressa altro». Ed è pro­prio da que­ste parole che viene fuori una realtà imba­raz­zante e para­dos­sale. Pur avendo una donna i requi­siti di legge neces­sari per poter chie­dere l’interruzione legale della gra­vi­danza, ciò viene siste­ma­ti­ca­mente igno­rato dalla mag­gior parte delle strut­ture sani­ta­rie nazionali.

L’aborto tera­peu­tico viene per­ce­pito come un cri­mine da una parte del mondo medico ed un serio osta­colo alla car­riera, salvo poi, per molti di loro, spar­tirsi senza rimorsi di coscienza il ghiotto mer­cato degli aborti clan­de­stini. Nel mese di mag­gio, 3 mila medici hanno fir­mato una «dichia­ra­zione di fede» in cui chie­dono gli sia rico­no­sciuto il diritto di ope­rare in linea con le pro­prie con­vin­zioni reli­giose e riget­tano alcune pra­ti­che medi­che come l’aborto, la con­trac­ce­zione, la fecon­da­zione in vitro e l’eutanasia. Un docu­mento for­te­mente appog­giato dalla Curia polacca e dal par­tito ultra­con­ser­va­tore Prawo i spra­wied­li­wosc (Pis, Legge e giu­sti­zia) che vuole ren­dere l’aborto com­ple­ta­mente ille­gale. Il governo polacco, sta­volta, non ha fatto orec­chie da mer­cante. Il pre­mier mode­rato Donald Tusk ha sot­to­li­neato che «i medici sono obbli­gati a rispet­tare la legge; ogni paziente deve essere sicuro che i dot­tori appli­che­ranno tutte le pro­ce­dure neces­sa­rie in accordo con la legge».
Che sia il primo stop con­tro l’invadenza della Chiesa Cat­to­lica nella vita pub­blica del Paese? Forse no, ma è un passo avanti.

L’hijab? Non è un problema

Il Manifesto
10 07 2014

Artiste. Un'intervista con la fotografa yemenita Boushra Almutawakel, in mostra a New York presso la galleria Howard Greenberg. «L'occidente è pieno di stereotipi nei nostri confronti, pensa che siamo vestite di nero 24 ore su 24. E trovo inutile discutere se sia giusto o no portare il velo...Noi, abbiamo altro da fare»

Il filo di perle non spunta più dalla cami­cetta verde, quando Bou­shra Almu­ta­wa­kel (Sana’a, Yemen 1969) avvolge il capo nell’hijab nero. Pro­cede len­ta­mente davanti alla parete della gal­le­ria Howard Green­berg di New York, dove si sus­se­guono nove foto­gra­fie della serie Mother, Daughter, Doll (2010), espo­ste in occa­sione della mostra The Middle East Revea­led: A Female Per­spec­tive (visi­ta­bile fino al 30 ago­sto).

È rico­no­sci­bile il suo volto, quello di una madre con la sua bam­bina che, a sua volta, stringe pro­tet­tiva la bam­bola. Sagome che pro­gres­si­va­mente per­dono la spen­sie­ra­tezza annul­lando colori e pro­fili in un nero cupo che parla da sé. I primi schizzi e l’idea ini­ziale risal­gono al 2008, ma solo due anni dopo la foto­grafa yeme­nita ha avuto l’occasione di rea­liz­zare il pro­getto durante un work­shop.

«Dove­vamo orga­niz­zare un set e le foto sareb­bero state espo­ste in occa­sione della mostra finale — spiega Bou­shra Almu­ta­wa­kel — Ini­zial­mente pen­savo di foto­gra­farmi insieme a tutte e quat­tro le mie figlie, ma risultò troppo dif­fi­cile, così alla fine è pre­sente solo una di loro. Il lavoro non è che la mia osser­va­zione su una situa­zione molto con­ser­va­trice come quella dello Yemen, che oggi è ancora più «chiuso» di un tempo. Riguarda vari set­tori, uno è il modo in cui non solo le donne devono coprirsi, ma anche le ragazze. Come adulta, per­so­nal­mente, non sono con­tra­ria all’uso dell’hijab. Il motivo è coprirsi alla vista degli uomini. Ma non fun­ziona. Anche se ci copriamo dalla testa ai piedi, gli uomini ci tra­pas­sano con lo sguardo e fanno com­menti. Invece di dare tutta la respon­sa­bi­lità alle donne, è neces­sa­rio che gli uomini si assu­mano le loro e comin­cino a rispet­tarci come esseri umani».

Nel 2005–2006, in Yemen, lei ha lavo­rato per il Mini­stero dei diritti umani per met­tere a fuoco la con­di­zione fem­mi­nile nel suo paese, tema­tica cen­trale anche nel suo lavoro arti­stico… Qual è la forza di uno stru­mento come il lin­guag­gio fotografico?

Da parte mia, almeno all’inizio, non c’era la con­sa­pe­vo­lezza delle poten­zia­lità di que­sto stru­mento. Ma, fin dall’inizio, sono rima­sta molto sor­presa dalle rea­zioni che ho regi­strato — in Yemen e fuori — nei con­fronti del mio lavoro e di quello di altre arti­ste. Mi col­piva soprat­tutto come le per­sone discu­tes­sero fra loro, arri­vando quasi a com­bat­tere. È molto potente che io possa dire qual­cosa con la foto­gra­fia. Forse è più accet­ta­bile per la società che io sia un’artista visiva. Se fossi stata una scrit­trice, non sono certa che avrei potuto dire le stesse cose. Posso espri­mermi, anche se non a tutto il mio pub­blico piace quello che dico e porto alla luce con i miei argomenti.

«Mother, Daughter, Doll» (2010) è una delle sue serie più famose. Vedendo la sequenza lumi­nosa che si con­clude con il buio totale che avvolge le figure, mi è venuto in mente un mio ricordo di Sana’a di qual­che anno fa, quando sono stata in un vec­chio ham­mam. Lì, natu­ral­mente, le donne, che in giro sono vela­tis­sime (quasi tutte indos­sano anche guanti neri) erano spo­gliate e sem­bra­vano unite da una certa com­pli­cità. In occi­dente vige l’idea di una sorta di schi­zo­fre­nia che vive la donna araba indos­sando il velo. Come risponde?

In Yemen non ci si rende nean­che conto di que­sto. È una società molto segre­ga­tiva. Come nell’hammam, ci si riu­ni­sce tra donne anche in altre occa­sioni. Pure gli uomini lo fanno tra di loro. Non usiamo mischiarci. Non so se lei ha mai fre­quen­tato qual­che festa. In tali occa­sioni, le donne curano molto il loro abbi­glia­mento e indos­sano abiti scol­lati e sexy, per­ché si sen­tono libere di poterlo fare. È in Occi­dente che c’è chi non capi­sce que­sta realtà. Si pensa che siamo vestite di nero 24 ore su 24. Ma quella è una parte della nostra esi­stenza. E non ha impor­tanza solo ciò che indos­siamo. Abbiamo una testa, un cuore, un’anima, dei pen­sieri. Vederci in quel modo, è uno ste­reo­tipo. Lo è anche ragio­nare sull’essere favo­re­voli o meno al velo.… La vita per noi va avanti e non stiamo certo a pen­sare che stiamo indos­sando l’hiqab o l’hijab. Abbiamo ben altro da fare.

Rice­vere nel 1999 il titolo di «Prima Donna Foto­grafa dello Yemen» da parte dell’Empirical Research and Women’s Stu­dies Cen­tre dell’Università di Sana’a le ha dato delle pos­si­bi­lità in più?

È stato un pro­getto della mia inse­gnante di Studi sulla Donna. Rauffa Has­san, che ora non c’è più… era una per­sona mera­vi­gliosa. Era fem­mi­ni­sta e all’epoca stava scri­vendo un libro sulle pio­niere in Yemen. Nell’elenco, che include anche la prima donna che è andata in bici­cletta in pub­blico, la prima pilota, il primo medico… ci sono finita pure io. Ha inter­vi­stato ognuna di noi e ci ha invi­tate in occa­sione di quell’evento. È stato un modo per rico­no­scere il mio lavoro, ma non credo che mi abbia dato altre opportunità.

Ha mai avuto pro­blemi nello svol­gere il suo lavoro artistico?

Forse sarebbe stato dif­fe­rente se non fossi stata spo­sata. Il matri­mo­nio mi ha dato una grande libertà. Sono stata for­tu­nata per­ché mio marito è molto aperto e mi sup­porta. Sì, comun­que, in alcune occa­sioni ci sono per­sone che non si sono fatte foto­gra­fare per­ché ero donna o altre che mi hanno in presa in giro. Se mi fossi lasciata con­di­zio­nare sarebbe stato pesante, ma non ci ho fatto caso. Piut­to­sto, le dif­fi­coltà mag­giori sono state quelle di tro­vare delle risorse per andare avanti.

Il Manifesto
01 07 2014

Spazi sociali. Tutti insieme come non accadeva da tempo. «Gli spazi occupati e autogestiti sono un bene comune della città. Fissato un confronto con il vicesindaco Nieri. Domani al Campidoglio assemblea tra movimenti e amministratori sull'articolo 5 del piano Casa Lupi

Si sono pre­sen­tati in più di cento a bus­sare alle porte del dipar­ti­mento al Patri­mo­nio di Roma Capi­tale, la cui delega è in mano al vice­sin­daco di Sel Luigi Nieri. Atti­vi­sti di una coa­li­zione di «spazi sociali e auto­ge­stiti». Ci sono le occu­pa­zioni «sto­ri­che» della città come il Corto Cir­cuito e il Forte Pre­ne­stino, nate tra la fine degli anni ’80 e i primo ’90. Poi ci sono l’Angelo Mai, il Tea­tro Valle Occu­pato, il Cinema Palazzo, gli stu­den­tati auto­ge­stiti, e i cen­tri sociali degli anni Due­mila come l’Astra, Esc, Strike, Spar­taco, Acro­bax. Poi Com­mu­nia, la Torre, Scup, Offi­cine Zero.

Tutti insieme come non acca­deva da tempo, tutti insieme per pre­ten­dere dalla giunta di Igna­zio Marino impe­gni chiari, per difen­dere l’«anomalia romana» fatta di decine di occu­pa­zioni abi­ta­tive, ma anche di straor­di­na­rie e lon­geve espe­rienze di auto­ge­stione e recu­pero di spazi nei ter­ri­tori. La sto­ria degli spazi occu­pati e auto­ge­stiti ha cam­biato il volto e la geo­gra­fia di Roma negli ultimi anni, un patri­mo­nio incre­di­bile che ha coin­volto gene­ra­zioni e migliaia di persone.

«Abbiamo occu­pato spazi lasciati all’abbandono o alla spe­cu­la­zione, recu­pe­ran­doli con le nostre forze all’uso pub­blico e con­di­viso, rac­co­gliendo auto­no­ma­mente le risorse per soste­nere la con­ti­nuità e il pro­li­fe­rare delle atti­vità», spie­gano gli atti­vi­sti men­tre espon­gono car­telli e stri­scioni. «Gli spazi occu­pati e auto­ge­stiti sono un bene comune della città, espe­ri­menti avan­zati di crea­zione e gestione col­let­tiva. Non cor­ri­spon­dono ai canoni dell’amministrazione pub­blica né tan­to­meno a quelli dell’uso privato.
Sono pro­getti di auto­va­lo­riz­za­zione del patri­mo­nio, a par­tire dall’uso e non dal valore, che l’amministrazione dovrebbe rico­no­scere nella loro spe­ci­fi­cità, garan­tire e tute­lare favo­ren­done lo svi­luppo. Invece, appel­lan­dosi alla lega­lità e adot­tando un cri­te­rio rove­sciato di giu­sti­zia, il Dipar­ti­mento del Patri­mo­nio batte cassa e cerca di rego­lare il bilan­cio disa­stroso del Comune di Roma pre­sen­tando il conto pro­prio ai cen­tri sociali, men­tre agi­sce l’emergenza abi­ta­tiva sgom­be­rando gli occu­panti e garan­tendo la ren­dita immo­bi­liare». Alla fine di un incon­tro ammi­ni­stra­zione e spazi sociali si sono ricon­vo­cati per un tavolo con il vice­sin­daco Nieri il pros­simo lunedì «per affron­tare le que­stioni più urgenti che sono sul piatto e ini­ziare un per­corso di confronto».

Pro­prio oggi il Marino e il Pre­fetto Peco­raro avreb­bero dovuto incon­trarsi per discu­tere della sicu­rezza a Roma e dello sgom­bero di 60 edi­fici, annun­ciati a mezzo stampa dalla Pro­cura dove sulle occu­pa­zioni sta lavo­rando il pool anti­ter­ro­ri­smo. L’incontro potrebbe essere sfu­mato per i guai della Giunta Marino, sem­pre più ostag­gio dei vin­coli di bilan­cio con venerdì in agenda l’appuntamento con il pre­mier Renzi a cui il primo cit­ta­dino della Capi­tale dovrà pre­sen­tare il piano di rien­tro, pena il commissariamento.
Domani invece nella sala del Car­roc­cio in Cam­pi­do­glio i movi­menti per il diritto all’abitare hanno incon­trato ad un con­fronto «tutti gli ammi­ni­stra­tori capi­to­lini e i par­la­men­tari romani, i Con­si­glieri, gli Asses­sori e i Pre­si­denti dei Muni­cipi, come i Con­si­glieri e gli Asses­sori Comu­nali, insieme ai rap­pre­sen­tanti delle forze poli­ti­che, dei sin­da­cati, delle asso­cia­zioni e dei movi­menti che hanno a cuore i diritti e la dignità delle persone».

All’ordine del giorno l’articolo 5 del Piano Casa del governo Renzi: «come si può pen­sare di stac­care le utenze a migliaia di per­sone? A impe­dire di pren­dere la resi­denza ai cit­ta­dini che vivono sta­bil­mente, magari da un decen­nio, in una casa? Le ammi­ni­stra­zioni e le isti­tu­zioni che si dicono con­tra­rie agli sgom­beri e all’applicazione dell’articolo 5 come vogliono con­tra­starlo concretamente?».
Que­ste le domande che i movi­menti por­ranno ad ammi­ni­stra­tori e figure isti­tu­zio­nali ad ogni livello. Intanto l’estate si avvi­cina, e occu­panti e occu­pa­zioni spe­rano almeno in una tre­gua. Ma le inten­zioni di una giunta potreb­bero non bastare di fronte alle volontà della magi­stra­tura e del mini­stero degli Interni.

Il Manifesto
01 07 2014

L’effimero e ipo­crita «mai più» dopo l’ecatombe di Lam­pe­dusa del 3 otto­bre 2013 si è sco­lo­rato ormai fino a can­cel­larsi. Al punto che nel giorno dell’ennesima strage — 30 morti asfis­siati — nel Canale di Sici­lia, con invo­lon­ta­rio senso dell’umorismo nero il «nostro» Renzi c’invita all’euforia: anche noi dovremmo pro­vare un bri­vido di pia­cere per essere chia­mati (noi?) a rea­liz­zare il sogno degli Stati Uniti d’Europa.

Non com­muove più, nean­che per un giorno, la teo­ria quasi quo­ti­diana dei cada­veri resti­tuiti dal Medi­ter­ra­neo o persi nei suoi abissi. Oppure, come quest’ultima volta, intrap­po­lati in imbar­ca­zioni troppo angu­ste per con­te­nere tutta l’ansia di sal­vezza di esseri umani tra­volti dal disor­dine mon­diale, spesso pro­vo­cato o favo­rito dalle grandi potenze. Quel disor­dine ha costretto ben 51 milioni di per­sone (un dato della fine del 2013) a fug­gire da con­flitti armati o altre gravi crisi, come ha ricor­dato l’Agenzia per i rifu­giati delle Nazioni Unite.
Que­sta cifra, la più alta dalla fine della Seconda guerra mon­diale, è costi­tuita per la metà da bambini.

Ma nep­pure il loro numero cre­scente, fra sal­vati e som­mersi, muove a com­pas­sione col­let­tiva, tale da farsi indi­gna­zione pub­blica e pro­te­sta orga­niz­zata, di dimen­sione e forza con­ti­nen­tali, con­tro la for­tezza euro­pea. Nep­pure le ini­zia­tive di movi­mento, corag­giose ma ancora spo­ra­di­che - come la recente Free­dom March di rifu­giati e migranti, che, con il No Bor­ders Train, ha vio­lato le fron­tiere per giun­gere a Bru­xel­les - ce la fanno a com­pe­tere col mare d’indifferenza che riduce que­sta tra­ge­dia a vile com­puto di salme o la volge a pro­prio van­tag­gio poli­tico. Che sia l’ondata nera di par­titi che in tutt’Europa s’ingrassano di risen­ti­mento e xeno­fo­bia o la reto­rica dei Renzi e degli Alfano con­tro l’Unione euro­pea cinica e bara, «che ci lascia soli e lascia morire le madri con i bambini».

Intanto Alfano lascia morire di dispe­ra­zione una madre strap­pata ai cin­que figli, quat­tro dei quali mino­renni, per essere ristretta in un Cie e poi «rim­pa­triata» - lei apo­lide, in Ita­lia da vent’anni - in una «patria», la Mace­do­nia, di cui non è cit­ta­dina.
Anche noi, ridotti all’impotenza, ricor­riamo alle cifre per ten­tare di scuo­tere qual­che coscienza mostrando la dimen­sione mostruosa dell’ecatombe.

Mal­grado Mare Nostrum, in que­sti primi cin­que mesi del 2014, quasi quat­tro­cento sono pro­ba­bil­mente i morti di fron­tiera nell’area del Medi­ter­ra­neo.

Ed essi vanno ad aggiun­gersi ai ven­ti­mila cada­veri con­teg­giati appros­si­ma­ti­va­mente dal 1988 a oggi.Ridotti ogni volta a com­pu­tare i morti, quando dovrebbe bastare un solo cada­vere di bam­bino a susci­tare com­mo­zione, indi­gna­zione e rivolta, nean­che noi siamo inno­centi, noi che almeno ci osti­niamo a denun­ciare la strage.

Ma la nostra denun­cia è impo­tente a scuo­tere per­fino la sini­stra poli­tica ita­liana detta radi­cale, che sem­bra aver deru­bri­cato a fac­cenda minore, da dele­gare a qual­che spe­cia­li­sta o a qual­che fissato/a, una que­stione che invece è il senso (o uno dei sensi cru­ciali) dell’Unione euro­pea oggi.

La quale col­tiva l’illusione che il pro­prio sovra­na­zio­na­li­smo, esem­plar­mente rap­pre­sen­tato dalla for­tezza in cui pre­tende di bar­ri­carsi e da Fron­tex, che ne è il brac­cio armato, possa con­tra­stare i nazio­na­li­smi, anche aggres­sivi, nomi­nati con l’etichetta eufe­mi­stica di euro­scet­ti­ci­smo, che vanno raf­for­zan­dosi per rea­zione agli effetti sociali disa­strosi della crisi eco­no­mica e delle poli­ti­che di austerità.

È da molti anni che le asso­cia­zioni per la difesa dei migranti e dei rifu­giati pro­pon­gono un pro­gramma – razio­nale, arti­co­lato, per­fino rea­li­stico, non­ché aggior­nato di volta in volta - per cam­biare il segno delle poli­ti­che ita­liane ed euro­pee su immi­gra­zione e asilo.

Per par­lare solo dei rifu­giati, si dovrebbe almeno rifor­mare radi­cal­mente Dublino III, che impe­di­sce ai richie­denti asilo i movi­menti interni al ter­ri­to­rio dell’Ue; soprat­tutto, come rac­co­manda lo stesso Com­mis­sa­riato Onu per i rifugiati-Unhcr, creare cor­ri­doi uma­ni­tari e garan­tire l’effettivo eser­ci­zio del diritto d’asilo in tutti i paesi di tran­sito, «con ade­guate garan­zie di assi­stenza e pro­te­zione per chi è in fuga da guerre e persecuzioni».

Non sono i pro­grammi a man­care, dun­que, bensì la volontà poli­tica di uscire da quel para­digma nefa­sto che con­cede ai capi­tali il mas­simo di libertà di cir­co­la­zione - e di domi­nio sulle nostre vite - negan­dola alle vite, ancor più irri­le­vanti, dei dan­nati della terra.

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